13 settembre 2013

Siria: i valori occidentali allo specchio

di Jean-Marie Rossi

Secondo Friedrich Nietzsche "Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te". Con buona probabilità Nietzsche riferiva questo aforisma a sé stesso, al lungo cammino che lo portò giovanissimo alla follia mentale. Il collasso nervoso, si dice, fu a causa della intensa attività creativa e filosofica che lo avevano visto scontrarsi ferocemente contro i mostri filosofici e morali del suo tempo. Così l'abisso lo inghiottì, così come inghiottì il Colonello Kurtz, nell'Apocalypse Now di Coppola, per le sue riflessioni sull'orrore morale della guerra, o meglio, nella guerra.

John Arquilla sulle pagine di Foreign Policy si è chiesto proprio questo: quanto la contemplazione collettiva della crisi siriana abbia rivelato di noi occidentali, della nostra morale, piuttosto che del male - Assad e il suo regime - che vogliamo estirpare. L'immagine riflessa in questo specchio esistenziale è fastidiosa, ci lascia intravedere per quelli che siamo veramente e non quelli che vorremmo essere.

In base a quale criterio abbiamo deciso, ora come in passato, che la garanzia per avere giustizia risiede nel mezzo con cui è stata tolta la vita? Perché su 125 mila siriani uccisi soltanto la piccola percentuale morta negli attacchi chimici ci sta spingendo ad agire? Questo vuol forse dire che siamo disposti ad accettare la brutalità della guerra, di un massacro di cittadini da parte del loro stesso governo, finché la cosa non urta contro i limiti che ci impone il diritto internazionale? Se Assad avesse ipoteticamente ucciso il doppio delle persone, ma interamente con armi convenzionali l'occidente sarebbe intervenuto? E se avesse raso al suolo tutti i villaggi dei ribelli siriani con bombardamenti aerei senza usare il gas, non ci sarebbe stato nessun problema?

La risposta a queste domande dice che la nostra bussola morale è incantata e forse rotta. L'abisso siriano racconta più di noi che non di Assad. Il dramma morale cade sull'Occidente intero, sui paesi della Nato, sull'Unione Europea, sugli Stati Uniti nel loro ruolo di poliziotto globale e, infine, sulle spalle di Barack Obama, primo presidente di colore degli Usa, premio Nobel per la pace ancora prima della fine del suo primo anno di mandato.

Anche solo a livello strategico questo abisso racconta moltissimo del nostro modo di essere. Per gli strateghi del Pentagono ci sono voluti solo pochi giorni per la progettazione di una campagna militare con molteplici opzioni sia riguardo ai mezzi necessari all'intervento sia ai possibili bersagli da colpire. Eppure alla Casa Bianca, sede del potere politico che governa gli Usa e influenza tutto l'Occidente, ci sono voluti più di due anni per elaborare una strategia verso questo conflitto - e non è abbastanza. Nella migliore delle ipotesi, dietro le quinte, Obama prima di ordinare l'attacco starà spingendo per ottenere misure di diplomazia coercitiva per convincere Bashar al-Assad a smettere di usare armi chimiche. A questo punto sorge un'altra domanda: se Assad promettesse di non usarle più, potrebbe continuare a fare guerra ai suoi stessi cittadini? Quello che è certo dal modus operandi degli americani è che il cambio di regime non è l'obiettivo immediato e chi immagina che tra qualche mese vedremo ciondolare Assad da una forca si sbaglia.

Il dramma dell'occidente è tutto qui. Parte tutto dal dispositivo morale, e occidentalissimo, del "ora basta". Del portare pazienza. Sapevamo che Assad era un dittatore già dopo i primi 1000 omicidi, e non abbiamo agito per interesse. I detrattori di questa tesi sostengono che le cose sono più complicate di così, che per assicurare la pace è controproducente qualsiasi scelta tranne l'attesa. A volte però le cose si dipingono complicate per evitare di agire o per evitare di parlare chiaramente.

Muovere guerra è un’azione fisiologica per una nazione, si può condannarla, deprecarla o vietarla ma accadrà lo stesso. Lo stesso vale per l'uso del gas, non basterà l'ordinamento internazionale per fermarne l'uso. Come non basterà la forza di un poliziotto globale per far rispettare la morale e le leggi che si ritengono giuste.

Quello che si può fare è chiamare le cose con il loro nome e dire chiaramente che non abbiamo agito finora perché i nostri interessi non lo chiedevano. Avevamo, e abbiamo, altre cose a cui pensare tra cui la più grande crisi economica dal 1929. La vita di quei 125 mila siriani uccisi è divenuta importante solo ora ai nostri occhi, e solo in questo modo potremmo evitare di fare la classifica tra morti più o meno importanti in base a come sono stati uccisi.

L'abisso nietzschiano ci scruta dentro alla fine del nostro ruolo di civiltà egemone nel mondo. La scelta di accettare quell'abisso, e di guardarlo per quello che realmente rappresenta, è forse per noi l'unico modo di risorgere dalle nostre ceneri.

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali 


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