21 febbraio 2020

Siria, si consuma a Idlib il confronto tra Russia e Turchia

«Se il regime non si ritira da Idlib entro febbraio, intraprenderemo ogni azione necessaria, che si tratti di interventi via terra o via aria». Il capo di Stato turco Recep Tayyip Erdoğan non è certo noto per i toni pacati e concilianti, ma l’ultimatum che ha lanciato al presidente siriano Bashar al-Assad, per ritirare entro febbraio le sue truppe che avanzano nella regione di Idlib, suona più come un allarme rosso e forse non è l’ennesima boutade ad uso e consumo interno per soffiare sul tizzone, sempre ardente, del nazionalismo turco.

 

Più che impensierire Bashar al-Assad nel suo palazzo presidenziale a Damasco, l’ultimatum lanciato da Erdoğan ha infastidito la Russia di Vladimir Putin, presente sul campo di battaglia siriano dal 2015 a sostegno di Assad e dal 2017 impegnata in una collaborazione militare nel conflitto siriano con la stessa Turchia. L’intesa sulla Siria tra Ankara e Mosca risale alla conferenza di Astana in Kazakistan, tra fine 2016 e inizio 2017, in cui sono stati presi accordi diplomatici e militari per la risoluzione del conflitto anche insieme all’Iran, presente militarmente sul territorio siriano, sempre a sostegno di Assad. La collaborazione turco-russa in Siria ha sicuramente portato in questi anni a qualche risultato, come ad esempio la formazione di un comitato incaricato di scrivere una nuova Costituzione siriana da approvare una volta che la guerra sarà finita, ma si è sempre retta anche su un equivoco di fondo: Vladimir Putin è il più potente alleato di Bashar al-Assad mentre Erdoğan ha rotto brutalmente le buone relazioni che aveva con il presidente siriano tra il 2011 e il 2012. All’epoca, Erdoğan decise di sacrificare un proficuo rapporto con Assad in nome di un fermo sostegno alle cosiddette “primavere arabe”. Dalla parte dei giovani che in tutto il mondo arabo si rivoltavano contro il potere autoritario e precostituito, anche in Siria Erdoğan prese posizione a favore di chi metteva in discussione il ruolo di Assad, forse pensando sarebbe stato destituito come accadde per Mubarak in Egitto. Durante gli anni della guerra, il presidente turco non ha mai smesso di chiamare Assad “dittatore” e “tiranno” e sostenere la variegata opposizione, formata anche da gruppi jihadisti radicali, che fronteggiava il presidente siriano.

 

Se per anni ha controllato vaste aree del territorio, oggi l’opposizione armata ad Assad rimasta in Siria è ridotta a qualche decina di migliaia di militanti, jihadisti e non, che tentano disperatamente di resistere nella sola regione di Idlib all’avanzata dell’esercito di Assad, giorno dopo giorno in grado di conquistare territorio grazie al fondamentale aiuto di incessanti bombardamenti russi. Ne è scaturita un’emergenza umanitaria senza precedenti: le bombe che cadono su Idlib e i colpi d’artiglieria dell’esercito del presidente siriano non fanno distinzione tra militanti armati e civili e si stima che quasi un milione di sfollati sia ammassato lungo il vicino confine turco per chiedere aiuto.

 

La regione di Idlib si trova nel nordovest della Siria e confina per un centinaio di chilometri direttamente con la Turchia. Ankara vede con preoccupazione non solo l’intensificarsi del conflitto nei pressi del suo confine, ma anche l’esodo dei profughi a cui fatica a fornire l’ospitalità che ha già dato a quasi 4 milioni di siriani fuggiti dalla Siria e accolti come rifugiati in Turchia negli anni della guerra. Da poco più di un anno, a Idlib Ankara ha costruito una serie di avamposti militari, ufficialmente chiamati postazioni di avvistamento, per delimitare un’area nella regione ed avere un controllo militare su una porzione di terra infuocata dalla guerra e, soprattutto, adiacente al proprio territorio. Il dispiegamento militare della Turchia a Idlib è stato coordinato con la Russia e approvato dalla conferenza di Sochi del settembre 2018 a cui parteciparono Turchia, Russia e Iran, ma con la recente avanzata dell’esercito di Assad, sempre più all’interno del territorio di Idlib, sembra che il tavolo di Sochi sia saltato. Alcune postazioni militari della Turchia a Idlib si trovano oggi addirittura dietro la linea del fronte portata avanti dall’avanzata dei soldati di Assad. Tra le truppe di Ankara a Idlib e quelle del presidente siriano non solo ci sono stati degli screzi, ma da qualche settimana lo scontro è conclamato. Nel mese di febbraio già 15 soldati turchi sono rimasti uccisi dal fuoco dei soldati di Assad e la Turchia ha risposto colpendo direttamente le truppe del presidente siriano. In 9 anni di guerra in Siria non era mai successo che gli eserciti di Ankara e Damasco si scontrassero direttamente. È evidente che gli accordi tra Ankara e Mosca su Idlib non reggono più e la contraddizione di fondo, riguardo all’accordo tra Turchia e Russia sulla Siria basato però su opinioni diametralmente opposte sul ruolo di Assad, sembra sul punto di esplodere anche se, per ora, non è semplice capire quale tipo di danni questo scoppio possa infliggere e dove cadranno le schegge di questa bomba.

 

Sicuramente, la dura minaccia di Erdoğan riguardo a un intervento turco a Idlib qualora Assad non si ritirasse entro febbraio creerebbe notevoli problemi nel rapporto tra Ankara e Mosca se il presidente turco mettesse davvero in pratica l’azione militare che ha evocato. I rapporti tra la Turchia e la Russia si erano quasi completamente rotti già nel 2015 e proprio a causa della Siria. Il 24 novembre di quell’anno, Ankara decise di abbattere un caccia russo che, per 17 secondi, avrebbe violato lo spazio aereo turco mentre sorvolava proprio la regione di Idlib. L’evento creò una totale rottura dei rapporti tra Russia e Turchia con conseguenti danni economici soprattutto per Ankara che, tra le altre cose, perse gli introiti provenienti dai turisti russi che non arrivarono più in massa sulle spiagge turche e si vide bloccare le redditizie esportazioni di verdura verso la Russia. Con grande fatica e sforzi diplomatici, Erdoğan riuscì a ritrovare una relazione con Putin all’indomani del tentato golpe del 2016 in Turchia, ma questo rinnovato rapporto fu minacciato solo qualche mese dopo con l’omicidio dell’ambasciatore di Russia in Turchia Andrej Karlov da parte di un agente di polizia turco che sparò alle spalle del diplomatico in una galleria d’arte di Ankara e, prima di essere ucciso dalle forze di sicurezza, gridò degli slogan contro l’intervento militare della Russia in corso in quel momento in Siria, ad Aleppo. Da allora la Turchia si è legata alla Russia non solo con la collaborazione nella guerra siriana, ma anche con importanti affari commerciali a livello militare, come l’acquisto del sistema di difesa antiaereo russo S-400, ed energetico, il gasdotto TurkStream inaugurato in gennaio.

 

In queste settimane Erdoğan ha criticato non solo Assad, ma anche la Russia per la situazione ad Idlib, mentre Putin non si è quasi mai espresso. Se oltre ai toni si alzasse ancora di più lo scontro militare a Idlib, il gioco d’azzardo del presidente turco potrebbe rischiare di mandare in frantumi o danneggiare seriamente il rapporto, e gli scambi commerciali, tra Ankara e Mosca. Forse il dettaglio che più ci fa capire quanto la situazione sia giunta al limite sta nelle dichiarazioni, rilasciate alla stampa russa in questi giorni, dell’attuale ambasciatore di Russia in Turchia Alexei Yerkhov che ha rievocato l’assassinio del suo predecessore affermando: «Nessuno può mandare via l’esercito siriano che sta guadagnando terreno. Come è già successo 5 anni fa durante la crisi di Aleppo, l’odio contro i russi è cresciuto. All’epoca un jet russo è stato abbattuto dalla Turchia e poi è stato ucciso l’ambasciatore. Io già ricevo minacce di morte».

 

Immagine: I civili fuggono da Idlib verso nord per trovare sicurezza all’interno della Siria vicino al confine con la Turchia (15 febbraio 2020). Crediti: quetions123 / Shutterstock.com

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