8 aprile 2020

Stati Uniti, perché il virus uccide di più tra le minoranze

 

In queste settimane ci siamo spesso sentiti ripetere che il Coronavirus è cieco e colpisce chiunque non si conformi alle regole del distanziamento e dello stare in casa. In effetti, anche negli Stati Uniti l’epidemia ha colpito diverse figure importanti e famose e la notizia del ricovero del premier britannico Johnson ha fatto il giro del mondo in pochi minuti. Se dunque la malattia è cieca, i dati sulle persone uccise dal virus indicano che le disparità del sistema sanitario degli Stati Uniti e le diseguaglianze sociali che implicano peggiori condizioni di salute ci vedono benissimo.

 

Allo stato non sono disponibili numeri relativi a tutto il Paese, ma le contee, città, Stati che diffondono le statistiche relative alle appartenenze di gruppo dei malati e delle vittime rivelano un quadro disarmante per la popolazione afroamericana. Un segnale di queste differenze lo si poteva avere guardando la sproporzione nel rapporto tra infetti e vittime tra Stati: meno in California, più in Michigan e Louisiana, dove l’epicentro della malattia sono le città di Detroit e New Orleans nelle quali risiede una quota di neri più alta della media statale.

 

In Illinois i malati sono bianchi al 27,5% e neri al 29,4%, mentre le vittime sono nere al 42% e bianche al 37%. Un divario relativo, se non fosse che gli afroamericani rappresentano il 13,8% della popolazione. A Chicago, con 61 degli 86 decessi registrati, il 70%. I neri rappresentano il 29% della popolazione della metropoli. In North Carolina i malati sono neri nel 37% dei casi contro il 21% della popolazione. In Michigan, dove la popolazione dello Stato è composta per il 14% da neri, gli afroamericani sono il 35% dei casi e il 40% dei morti.

 

Nel centro americano dell’epidemia, la città di New York, i casi di virus si trovano soprattutto nelle zone con i redditi medi più bassi come il South Bronx meridionale e il Queens. Fermiamoci con i numeri sul Coronavirus, segnalando però che in America le donne bianche hanno un numero di tumori al seno più alto delle afroamericane, ma che queste seconde muoiono più spesso, che l’aspettativa di vita degli afroamericani è nettamente più bassa e che il numero di persone prive di assicurazione medica è molto più alto tra gli afroamericani (e gli ispanici) che non tra i bianchi e gli asiatici.

 

Le ragioni di queste disparità sono diverse: economiche, sociali e culturali. Gli afroamericani, come anche gli appartenenti ad altre minoranze sono tra i gruppi che svolgono in media lavori e mansioni di quelle che in queste settimane non si sono fermate o si sono fermate più tardi. Questo ha significato rimanere più a lungo a contatto con il pubblico e aver preso più a lungo e in più occasioni i mezzi di trasporto collettivi. Gli afroamericani sono anche tra coloro che lavorano nelle attività che hanno licenziato in queste settimane. Il che significa che molti di loro potrebbero aver perso l’assicurazione sanitaria. Tradotto: fino a quando non stanno molto male non vanno a farsi visitare da un medico. C’è poi l’aspetto delle patologie pregresse: nei luoghi dove fino a oggi il Coronavirus ha colpito duro gli afroamericani sono poveri – le contee di povertà bianca sono più remote, dove il virus non è arrivato. E così i pazienti neri che sono stati contagiati hanno più probabilità di avere il diabete, problemi cardiaci o respiratorii che rendono più difficile la guarigione.

 

C’è poi la possibilità che il numero di pazienti appartenenti alle minoranze contagiati sia ben più alto a causa della scarsa disponibilità dei test. Diversi media statunitensi segnalano come i test non siano disponibili in alcune aree delle città più colpite – naturalmente quelle a più alto indice di povertà e dove vivono con più frequenza le minoranze.

 

L’esperienza quotidiana e la storia hanno poi cementato la diffidenza delle comunità nere nei confronti delle istituzioni. Le vicende dell’uso indiscriminato della violenza e gli arresti facili da parte di corpi di polizia soprattutto bianchi sono note perché fanno notizia anche in Italia e hanno prodotto, nel corso degli anni, movimenti di protesta – ultimo Black Lives Matter. Meno noti sono gli episodi storici che riguardano la sanità. Uno studio sull’esperimento di Tusgkee, in Alabama, ipotizza che dopo la diffusione della notizia di quella vicenda, la mortalità dei maschi afroamericani over 45 sia aumentata a causa di un pregiudizio nei confronti delle autorità sanitarie. Tra il 1932 e il 1972, il Servizio sanitario pubblico degli Stati Uniti (PHS) seguì centinaia di maschi afroamericani poveri e malati di sifilide a Tuskegee, Alabama, allo scopo di comprendere il decorso della malattia. Queste persone furono scoraggiate dal chiedere pareri medici fuori dal team che eseguiva l’esperimento. I partecipanti vennero sottoposti a prelievi di sangue, spinali e, alla fine, autopsie. I sopravvissuti riferirono che i medici dello studio diagnosticavano loro del “sangue cattivo” per il quale non c’è cura. I ricercatori ipotizzano un aumento dei morti negli over 45 perché questi erano adulti quando lo studio venne reso pubblico (scoperto da un giornalista di Associated press) e avrebbero quindi sviluppato un pregiudizio nei confronti delle autorità mediche. Altri studi rivelano poi un pregiudizio razziale dei medici nei confronti dei pazienti neri, più spesso più poveri e meno scolarizzati e quindi meno in grado di capire le prescrizioni mediche.

 

La somma di tutti questi fattori, insomma, spiega bene come mai il virus, pur non essendo razzista per sua natura, uccida più neri che bianchi. È anche per questo che un gruppo di senatori e rappresentanti ha chiesto al Center for disease control and prevention di raccogliere i dati anche sulla base dell’appartenenza di contagiati e vittime. Il Coronavirus potrebbe diventare un’altra pagina nera della storia non esaltante delle relazioni razziali negli Stati Uniti d’America.

 

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Immagine: Fordham Heights, New York City, New York, Stati Uniti (27 ottobre 2017). Crediti: Kristi Blokhin / Shutterstock.com

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