06 giugno 2017

Sul clima, senza gli Usa: nuovi spazi di leadership globale

di Nicolò Carboni

Raramente le promesse elettorali più estreme si trasformano davvero in materia di policy. La ragion di Stato, i cavilli della legge e le lungaggini parlamentari spesso raffreddano anche i leader più volitivi. Donald Trump incluso.

Dopo aver fallito il (primo?) tentativo di riforma del sistema sanitario, essersi imbarcato in un difficile braccio di ferro con la Corea del Nord e sotto l’assedio di un’indagine federale che rischia di coinvolgere addirittura la sua famiglia, il presidente americano ha pensato di rilanciare la sua immagine di outsider abbandonando l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Trump ha annunciato la sua decisione prima con un tweet e, successivamente, con una conferenza stampa dai toni piuttosto gladiatori ma, almeno per ora, non è chiaro come l’amministrazione americana intenda dare seguito alle parole dell’inquilino della Casa bianca. Sul fronte prettamente tecnico la rescissione dell’accordo è possibile ma richiederebbe almeno due anni di negoziati col rischio, concreto, che le procedure finiscano attorno al 2020, immediatamente dopo le presidenziali. L’altra via, forse più trumpiana ma pure molto più azzardata, sarebbe quella di far uscire gli Stati Uniti dalla UNFCCC, col risultato di escludere totalmente l’America da qualsiasi forma di coordinamento internazionale sul clima, almeno nelle forme previste dalle Nazioni Unite.

Al netto delle decisioni di Washington, al di qua dell’Atlantico non sono mancate le reazioni: i governi italiano, francese e tedesco hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui confermano il loro impegno nel rispetto dei target fissati a Parigi (in particolare la riduzione del riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi). Emmanuel Macron è addirittura andato oltre, pubblicando online un video in cui propone agli scienziati americani di trasferirsi in Francia e parafrasando il famoso slogan di Trump “make America great again” in “make our planet great again”.

In generale l’ultima provocazione del tycoon/presidente ha, almeno per ora, avuto come unico effetto il rafforzamento dell’alleanza globale contro il cambiamento climatico: dopo le prese di posizione europee addirittura la Cina (che da sola rappresenta il maggior inquinatore mondiale, con circa il 20% della CO2 emessa, seguono gli USA col 17% e poi l’Europa col 13%) ha dichiarato la sua volontà di rispettare in pieno l’accordo, mentre l’altra grande potenza regionale asiatica, l’India, si è spinta oltre, con il primo ministro Narendra Modi accorso in sostegno di Angela Merkel subito dopo la conclusione del G7.

I due giganti orientali, ovviamente, non si muovono solo per amore degli orsi polari o degli atolli corallini minacciati dall’innalzamento degli oceani: l’Europa, con i suoi 500 milioni di abitanti rimane il principale mercato per buona parte dei beni cinesi e indiani, nonché l’area del mondo a maggior reddito pro capite. La speranza neanche troppo nascosta di Pechino, Mosca e Delhi è che un indebolimento delle relazioni atlantiche possa portare a un’Unione Europea più aperta al dialogo con le sue controparti nel Pacifico, magari ammorbidendo dazi e tariffe doganali in cambio di altri impegni sulla tutela ambientale.

In questo senso l’Europa può davvero giocare da power player: il comportamento erratico dell’amministrazione americana apre uno spazio di leadership globale che Angela Merkel ed Emmanuel Macron non vedono l’ora di occupare, considerato poi che il cambiamento climatico è uno dei pochissimi temi su cui il consenso politico, scientifico e popolare risulta pressoché unanime.

L’accordo di Parigi, insomma, potrebbe rivelarsi una trappola per Trump che - alla ricerca di un sempre più volatile consenso patrio - potrebbe aver regalato alle sue controparti un utile grimaldello capace di aprire le porte a quel nuovo assetto multipolare cui Unione Europea, Cina e Russia ambiscono da sempre. Stretto fra l’opposizione interna e l’oggettiva debolezza della sua posizione (solo due Stati non hanno firmato l’accordo, la Siria, per evidenti motivi, e il Nicaragua, peraltro per motivi opposti a quelli americani dato che il Paese centroamericano ritiene i vincoli della COP 21 non abbastanza ambiziosi), Trump potrebbe aver messo in moto un meccanismo che, sul lungo periodo, rischia di avere pesanti ripercussioni sulle relazioni internazionali, più in generale, sulla stessa immagine degli Stati Uniti. Già nel 2015 il Time aveva incoronato Angela Merkel «cancelliera del mondo libero», mentre Barack Obama nel suo primo viaggio all’estero dopo aver lasciato la Casa bianca si è affrettato a sostenere Emmanuel Macron passandogli - idealmente - la fiaccola del progressismo mondiale; chiudendo un comizio in Baviera la leader tedesca ha detto che «l’Europa deve prendere il futuro nelle sue mani».

Con la solita ironia di cui solo la Storia è capace potrebbe essere proprio il presidente americano più isolazionista degli ultimi settant’anni a permettere questo cambio di passo.

 


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