10 luglio 2019

Svolta Labour sulla Brexit

di Domenico Cerabona

Proprio mentre il Partito conservatore è nel pieno della corsa per la sostituzione di Theresa May, con la contesa tra il favoritissimo Boris Johnson e il ministro degli Esteri Jeremy Hunt, il Partito laburista compie una svolta clamorosa circa la sua posizione sulla Brexit.

In una serie di interviste e di interventi pubblici, il leader laburista Jeremy Corbyn ha annunciato che il Labour ritiene imperativo che la decisione di uscire dall’Unione Europea il 31 ottobre 2019 senza alcun accordo o con un qualunque accordo negoziato dal futuro primo ministro debba essere sottoposta ad un nuovo vaglio referendario. Fin qui nulla di nuovo rispetto a quanto già deciso nella conference del Labour di quasi un anno fa a Liverpool. La clamorosa novità è che Corbyn ha aggiunto che questa volta il Labour si schiererà a sostegno delle ragioni del “Remain” e dunque – di fatto – per l’annullamento del processo di uscita dall’Unione.

In questi anni Corbyn si era tenuto molto distante da una simile posizione, proseguendo in quella strategia che è stata definita di “ambiguità costruttiva” e che consisteva sostanzialmente nel combattere il procedimento della Brexit per come veniva impostato dai conservatori, ma senza mai mettere in discussione il fatto che il Regno Unito sarebbe uscito dall’Unione. Il mantra era “il Labour rispetterà il risultato del referendum”. Questa posizione ha permesso a Corbyn di tenere insieme il proprio elettorato rurale e in particolare quello del Nord, che aveva votato a grande maggioranza per il “Leave”, con quello delle grandi città, a partire da Londra che aveva votato in massa per restare. I primi rassicurati dall’idea di vedere rispettato il proprio voto i secondi dall’idea che il Labour avrebbe lottato per una Brexit il più “soft” possibile.

Con tutta evidenza il cambiamento di posizione si deve al deludente risultato alle elezioni europee, in cui il Labour è stato scavalcato dagli europeisti LibDem (Liberal Democrats), ma soprattutto alla radicalizzazione in seno al partito di governo.

I Tories, infatti, sono di fatto diventati il partito del “No Deal” e della hard brexit. Tutti i principali candidati alla leadership si sono espressi con decisione a favore dell’uscita rapida e anche unilaterale dall’Unione, con i due attuali contendenti che ‒ per la prima volta – parlano apertamente di “No Deal” non come soluzione da evitare, ma come opzione tutto sommato accettabile, nel caso di Johnson, quasi auspicabile.

È chiaro che una tale radicalizzazione da parte dei Tories, abbastanza imprevedibile anche solo sei mesi fa, non può che provocare una reazione forte e in direzione contraria da parte del principale partito di opposizione, un partito che – occorre ricordarlo – già guidato da Corbyn ha sostenuto le ragioni del “Remain” nel 2016.

Il leader del Labour arriva a questa posizione sulla spinta – e questa è una delle più interessanti novità – di tutti i grandi sindacati britannici, compreso quello storicamente euroscettico e principale sostenitore di Corbyn, Unite the Union. Su questa posizione Corbyn trova il sostegno non solo della “destra” del suo partito, ala storicamente a favore di un secondo referendum con l’opzione “Remain” sulla scheda, ma anche dei suoi principali sodali e membri del gabinetto ombra: John McDonnell (ministro ombra delle Finanze) e Diane Abbott (ministro ombra dell’Interno).

L’annuncio del Labour pare però un mero riposizionamento politico in chiave propagandistica, perché al momento non sembrano affatto esserci le condizioni per un nuovo referendum sulla Brexit. Il Parlamento ha infatti più volte respinto tale opzione e se, come sembra, Boris Johnson verrà eletto il 22 luglio a furor di popolo all’interno della base conservatrice, difficilmente il suo gruppo parlamentare avrà la forza di imporgli un nuovo referendum entro il 31 ottobre considerate le nette prese di posizione sull’argomento in occasione della campagna elettorale per la leadership.

Insomma quella di Corbyn pare più una mossa per iniziare a preparare la dura opposizione che il Labour dovrà fare al prossimo primo ministro conservatore. Un premier che in ogni caso sposterà a destra l’azione di governo dei Tories nel tentativo di recuperare i voti presi dal partito di Nigel Farage in occasione delle europee.

Dunque il Labour, con questa svolta, vuole lanciare un messaggio al proprio elettorato metropolitano nel tentativo di togliergli la tentazione, in caso di elezioni politiche anticipate, di votare per i LibDem, una opzione che, storicamente – e i Laburisti lo hanno imparato molto bene – ha favorito le grandi vittorie dei Tories.

 

Immagine: Jeremy Corbyn (4 marzo 2017). Crediti: Ms Jane Campbell / Shutterstock.com

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