10 gennaio 2019

Tiranni e pallone

di Mara Cinquepalmi

«Il calcio non fa politica, ma ha un ruolo sociale, in questo caso di veicolo di unione e comunanza tra popoli che non ha uguali in nessun altro settore». Così il presidente della Lega Serie A Gaetano Miccichè ha provato a stemperare nei giorni scorsi le polemiche in merito alla decisione di giocare la partita di Supercoppa tra Juve e Milan ad Abu Dabi. Questa è la prima di tre edizioni che si giocheranno in Arabia Saudita, in base all’accordo (7,5 milioni di euro a partita) stipulato il 6 giugno 2018 tra la Lega Serie A e la General Sports Authority, l’ente governativo saudita responsabile per lo sport. Ed è la decima volta che il trofeo viene assegnato lontano dall’Italia: a Washington nel 1993, a Tripoli nel 2002, a New York nel 2003, a Pechino in tre edizioni (2009, 2011 e 2012), a Doha nel 2014 e 2016 e a Shanghai nel 2015 perché, come ha spiegato sempre Micciché, «questo trofeo è stato il biglietto da visita per esportare e promuovere il calcio italiano nel mondo».

La trasferta in Arabia Saudita ha tirato in ballo la politica, ha provocato dure reazioni e ha fatto gridare ai microfoni di “Radio anch’io sport” il presidente del CONI Giovanni Malagò al «trionfo dell’ipocrisia» visto che «stiamo facendo la danza della pioggia per riuscire a rivede la Nazionale ai prossimi Mondiali che si terranno in Qatar, un paese che ha leggi anche più restrittive dell’Arabia Saudita».

Se il calcio non fa politica, come sostiene Miccichè, è vero invece che il football, come lo sport, è politica, e quindi è stato spesso protagonista in epoche di regimi e dittature. La propaganda insegue goal, dribbling, vittorie e cerca soprattutto nei campionati mondiali un’occasione internazionale per ripulirsi l’immagine. Il Novecento è costellato di storie che saldano calcio e politica, pallone e propaganda. Ieri come oggi lo sport serve a leggere la geopolitica e ci aiuta a capire come sta cambiando il mondo.

Le vittorie ai Mondiali del 1934 e del 1938 della Nazionale di Vittorio Pozzo sono strettamente legate al regime fascista. Soprattutto l’edizione del 1934, organizzata per presentare al mondo l’Italia come un Paese moderno. Rievocando quelle vittorie e in particolare quella a Parigi del 1938, Gianni Brera scrisse in un pezzo per la Repubblica, alla vigilia del Mundial spagnolo del 1982, che «in tribuna, mi confida lo svizzero Andreoli, un funzionario di Budapest gli dice che Mussolini ha chiesto ufficialmente la vittoria e che Horthy (reggente d’Ungheria, ndr) non ha saputo negargliela». Intanto in Germania il regime nazista aveva cercato la ribalta internazionale con le Olimpiadi del 1936, quelle celebrate da Leni Riefenstahl nel film Olympia per suggellare il successo e l’organizzazione di Joseph Goebbels, entrando così nella lunga serie di episodi che hanno fatto la storia della diplomazia dei Giochi olimpici. La Germania che accumulava consensi e territori era pronta anche a schiacciare vite e storie come quelle del giocatore austriaco Matthias Sindelar, che nell’ultima partita del Wunderteam nel 1938 si rifiutò di fare il saluto nazista dopo aver segnato un goal. La sua opposizione al regime e l’aver scelto come compagna l’ebrea Camilla Castagnola gli costarono la vita nel 1939. Altra vittima della follia nazista fu Árpád Weisz, l’allenatore ebreo ungherese del Bologna che “tremare il mondo fa”, di cui si erano perse le tracce fino a quando il giornalista Matteo Marani ne ha ricostruito gli ultimi anni di vita nel libro Dallo scudetto ad Auschwitz. Catturato in Olanda, Weisz fu deportato nel lager nazista dove morì il 31 gennaio 1944.

Nel dopoguerra altre storie di calcio dovranno fare i conti con tiranni del Vecchio e Nuovo Continente. L’argentino Alfredo Di Stefano sarà conteso nel 1953, in pieno regime franchista, tra Barcellona e Real Madrid. La grande Ungheria di Puskás, fallita clamorosamente la vittoria al Mondiale del 1954, sarà spazzata via dalla rivoluzione e dai carri armati sovietici nell’ottobre del 1956.

Da un capo all’altro del mondo il tempo passa, ma il terreno di gioco continua ad essere teatro di tragedie. L’Estadio Nacional, il più grande del Cile a pochi chilometri da Santiago, è passato alla storia per essere diventato campo di prigionia con l’avvento della dittatura militare l’11 settembre 1973: qui furono torturate migliaia di persone e uccisi almeno 41.000 oppositori del regime di Pinochet. L’11 settembre 2003 l’Estadio è stato dichiarato monumento storico. Su quel terreno di gioco l’Unione Sovietica si rifiutò di giocare una gara contro il Cile in vista dei Mondiali del 1974, nonostante il nulla osta della FIFA. Un altro episodio segnò la vigilia di quella edizione della Coppa del Mondo. Durante l’incontro tra Pinochet e la Nazionale, Carlos Caszely, socialista e amico di Salvador Allende, restò con le mani ben intrecciate dietro la schiena rifiutando così di salutare il dittatore. Un gesto coraggioso che segnò la carriera dell’attaccante cileno.

Quattro anni più tardi l’Argentina, dove si stava consumando un’altra tragedia denunciata da Amnesty International nell’aprile del 1978, ma rimasta inascoltata, ospitò quelli che sarebbero passati alla storia come i Mondiali della vergogna, strumento del regime di Jorge Videla per dare l’idea di un’Argentina efficiente. «Erano uno spot per la dittatura militare», ha detto molti anni dopo Marco Tardelli nel libro intervista Tutto o niente. La mia storia. Eppure qualcuno andò controcorrente sin da subito. L’olandese Johan Cruyff per protesta si rifiutò di partecipare, Jorge Carrascosa, il capitano della Nazionale argentina, sei mesi prima rinunciò alla maglia della Selección, anche se ha sempre smentito che quella scelta sia stata dettata da questioni politiche. Il giornalista Gianni Minà a causa di interviste “scomode” fu ammonito ed espulso.

C’è chi poi come Sócrates, bandiera del calcio brasiliano degli anni Ottanta, ha usato il calcio per creare una sorta di laboratorio politico. La sua Democrazia corinthiana è stata una forma di autogestione in un Paese dilaniato da due decenni di dittatura militare.

E arriviamo a oggi. Nel 2010 la Corea del Nord ha costretto i giocatori della Nazionale, rientrati da un deludente Mondiale in Sudafrica, a denunciare l’allenatore Kim Jong-Hun con l’accusa di tradimento, condannandolo così a un periodo di lavori forzati.

Ci siamo lasciati alle spalle da qualche mese i Mondiali di Russia 2018, dove anche in questa occasione Amnesty International ha denunciato violazioni e ha presentato la “Squadra coraggio”, composta da undici difensori dei diritti umani provenienti da ciascuna delle regioni della Russia sede delle gare per sensibilizzare l’opinione pubblica. Il coraggio di andare avanti nonostante il regime lo ebbero i fratelli Starostin dello Spartak Mosca, che furono arrestati, torturati e internati nei gulag come racconta Mario Curletto nel suo Spartak Mosca. Storie di calcio e potere nell’URSS di Stalin.

 

Crediti immagine: di sconosciuto - L’Italia di Pozzo (1929-1948): le partite, su eupallog-11.blogspot.it., Pubblico dominio (https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=534244)

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