25 maggio 2020

Trattato Cieli aperti: la rottura di Trump

La Russia non ha nessuna intenzione di ritirarsi dal Trattato Cieli aperti e continuerà ad attenersi a quanto previsto, nonostante le dichiarazioni del 22 maggio di Donald Trump che ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti motivandolo proprio con il mancato rispetto degli accordi da parte della Russia. Il Trattato Cieli aperti, firmato a Helsinki nel 1992 e in vigore dal 2002, consente di operare dei voli di controllo, in modo reciproco e con breve preavviso, nei cieli dei Paesi aderenti, che sono 34, per garantire una maggiore fiducia tra i firmatari, basata però sulla concreta possibilità di verificare eventuali attività militari ostili. L’idea che aveva ispirato l’accordo era che la trasparenza poteva evitare errori di valutazione sulle iniziative degli altri Paesi e scongiurare guerre scaturite da reciproci timori. Al trattato hanno aderito Stati Uniti, Canada e Russia ma non la Cina; per il resto sono quasi tutti Paesi europei.

Il viceministro degli Esteri russo Sergej Ryabkov ha dichiarato in un’intervista televisiva del 24 maggio che le accuse degli Stati Uniti e del segretario generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg, sono infondate e risibili perché nelle missioni condotte nell’ambito del Trattato Cieli aperti sono presenti osservatori della nazione ospite e quindi azioni di spionaggio o comunque non previste dai protocolli non sono possibili. Stoltenberg aveva affermato che la Russia da anni impone limitazioni ai voli di controllo su Kaliningrad e ai confini con la Georgia. Trump aveva anche parlato di rapporti riservati su voli sul territorio statunitense sfruttati per mappare le infrastrutture critiche, che potrebbero divenire bersagli di attacchi informatici. La fine dell’applicazione del Trattato per quanto riguarda gli Stati Uniti dovrebbe avvenire tra sei mesi, se non ci saranno ripensamenti oppure correzioni di rotta da parte della stessa Russia.

La partita però è complessa; secondo molti osservatori il vero obiettivo di Trump è la Cina, che non fa parte del Trattato; gli Stati Uniti sono preoccupati del riarmo cinese che sfugge a trattati e controlli e vorrebbero avere anch’essi mano libera per poi eventualmente arrivare a nuovi accordi che includano anche Pechino. Cieli aperti sarebbe agli occhi degli Stati Uniti un accordo figlio della guerra fredda e di un mondo bipolare in cui la competizione era con la Russia; ora la lotta per l’egemonia globale è fra Stati Uniti e Cina e anche le misure di contenimento dei rischi di guerra devono tenerne conto.

L’iniziativa americana però, avallata da Stoltenberg, ha causato molte perplessità fra i Paesi europei, per questioni di forma (Trump come al solito non ha concordato le sue mosse con gli alleati) e di sostanza, perché le garanzie di Cieli aperti sono considerate fondamentali per la sicurezza dell’Europa, che ritiene, forse non a torto, di trovarsi sulla linea del fronte. Questo malumore ha trovato espressione a Bruxelles in una riunione del Consiglio atlantico, il forum degli ambasciatori dei Paesi dell’Alleanza, dove gli europei hanno espresso le loro riserve sulla scelta degli Stati Uniti ufficializzandole, in modo inusuale, alla fine della riunione, con un comunicato. Nel testo firmato da Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Spagna e Svezia si esprimono rammarico per la scelta degli Stati Uniti e la volontà di rispettare e far vivere il trattato Cieli aperti, esortando la Russia a rispettarlo integralmente e a mantenere aperto il dialogo. Una frattura in ambito NATO che, pur filtrata dal linguaggio diplomatico, appare evidente e potrebbe avere ulteriori conseguenze in futuro.

 

Immagine: Jens Stoltenberg durante la conferenza stampa che ha seguito una riunione virtuale dei ministri della Difesa dell’Alleanza, Bruxelles, Belgio (15 aprile 2020). Crediti: Photo by NATO [public domain], attraverso www.eur.army.mil

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