6 dicembre 2019

Tre considerazioni sulle primarie democratiche

di Mario Del Pero

Mancano ormai due mesi ai caucus dell’Iowa che apriranno le lunghe primarie per la scelta dell’avversario democratico di Donald Trump. Il quadro si è fatto in parte più chiaro. Dai ventiquattro candidati iniziali si è passati alla dozzina ancora in corsa oggi. Alcuni che sembravano avere una possibilità seria di ottenere la nomina – ultima in ordine di tempo la senatrice della California Kamala Harris – hanno infine abbandonato la contesa. I sondaggi e, forse anche più, i dati sulla raccolta di finanziamenti ci dicono che quattro appaiono favoriti: la senatrice Elizabeth Warren, il senatore Bernie Sanders, l’ex vicepresidente Joe Biden e il giovane sindaco della cittadina di South Bend in Indiana, Pete Buttigieg. A loro si potrebbe aggiungere l’ex sindaco di New York, il miliardario Michael Bloomberg, che è entrato tardissimo nella competizione e non parteciperà alle prime quattro attribuzioni di delegati in febbrario – i caucus di Iowa e Nevada e il voto in New Hampshire e South Carolina –, ma che può contare su risorse economiche impareggiabili, già dispiegate per un primo raid di blitz pubblicitari in tutto il Paese. Improbabile – ancorché non impossibile – che altri candidati rientrino in gioco, soprattutto il senatore del New Jersey Cory Booker, eccellente nei dibattiti televisivi secondo tutti i commentatori, ma incapace di trarne un significativo ritorno in termini di sondaggi o di fund raising.

La partita rimane insomma apertissima. Ce lo dicono – giova sempre ricordarlo – i precedenti delle primarie repubblicane del 2016 e di quelle democratiche del 2008. Pochi a inizio dicembre avrebbero allora scommesso su Trump, che in Iowa non aveva mai messo praticamente piede e la cui impoliticità aveva tratti quasi caricaturali, o – otto anni prima ‒ sullo stesso Obama, ancora goffo e a disagio nei dibattiti televisivi, spesso schiacciato da Hillary Clinton e John Edwards. Sappiamo poi come è andata. Fatta salva questa banale cautela preliminare, tre sono le considerazioni generali che si possono fare a questo stadio della competizione.

La prima è che si sta riproponendo, sia pure in termini diversi, la frattura politica dello scontro Sanders-Clinton del 2016: una divisione, per schematizzare, tra sinistra democratica e centro liberal che è andata facendosi più acuta e marcata nelle ultime settimane soprattutto nel dibattito su temi che stanno dominando queste primarie, a partire dalla sanità, dall’istruzione e dalla fiscalità. È un cleavage, questo, particolarmente visibile nel quartetto di candidati che secondo i sondaggi stanno facendo una corsa loro: Sanders e Warren (sinistra); Biden e Buttigieg (centro). Cercare di collocarsi a cavallo tra i due non paga elettoralmente, come hanno scoperto la Harris e lo stesso Buttigieg, cui sembra avere invece giovato la decisione di accentuare la soglia dello scontro con Warren e Sanders e riposizionarsi al centro (gli ultimi sondaggi lo danno primo in Iowa). Questa polarizzazione interna è accentuata dalla competizione elettorale, ma riflette anche la natura – composita ed eterogenea – di un partito, quello democratico, assai meno coeso ideologicamente (e anche demograficamente e razzialmente) della controparte repubblicana. Mille dati evidenziano questa differenza, radicale ed essenziale, tra i due partiti. Se compariamo ad esempio le ultime primarie democratiche e repubblicane in South Carolina, nel febbraio del 2016, scopriamo che alle prime il 35% dei votanti fu bianco contro ben il 96% delle seconde; che tra i democratici ci fu una partecipazione molto più elevata tra le donne (61 a 39) e tra i repubblicani a votare furono invece in lieve maggioranza gli uomini; che l’età media fu assai più alta tra i repubblicani. La maggior diversità dei democratici è per molti aspetti una ricchezza, come stiamo vedendo in un confronto elettorale articolato, denso e sotto diversi punti di vista di alto livello. Essa però alimenta uno scontro che – come quattro anni fa – potrebbe lasciare scorie pesanti e nel quale sembrano per il momento distinguersi alcune delle giovani leve radicali del partito, come la famosa deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez che ha recentemente accusato Buttigieg di essere, di fatto, un repubblicano mascherato.

La seconda considerazione è relativa a Joe Biden, candidato a lungo favorito e che si trova oggi evidentemente sulla difensiva: perché l’asse del partito, e della discussione, si sono spostati a sinistra; e perchè Biden i suoi 77 anni li sta mostrando tutti, nella visibile fatica di una campagna elettorale di per sé logorante e in dibattitti, televisvi e non, durante i quali è apparso frequentemente impacciato e incerto. Le difficoltà di Biden si sono manifestate sia nei sondaggi ‒ che lo vedono ancora in testa in quelli nazionali (che però non sono particolarmente significativi), ma in netto calo in Iowa, dove il consenso di cui gode si sarebbe dimezzatosia nella raccoltà di finanziamenti, dove l’ex vicepresidente non riesce a tenere il passo di Sanders, Warren e Buttigieg. La crescita del consenso e della popolarità di quest’ultimo si spiega appunto con lo spazio liberato al centro dalle difficoltà di Biden, che aiutano a comprendere anche la decisione di Bloomberg di candidarsi in opposizione ovviamente alle proposte di Sanders e Warren, nel convincimento che al centro si possano vincere tanto le primarie quanto la presidenza, e con un occhio anche al modello di Trump 2016. Di quest’ultimo Bloomberg – ancor privo di una infrastruttura elettorale sul terreno – pensa in una certa misura di poter replicare la strategia, nazionalizzando la competizione e usando in modo intenso i media. L’ex sindaco di New York entrerà in corsa solo a partire dal super-martedì 3 marzo, quando circa il 40% dei delegati saranno assegnati in una serie di Stati che vanno dalla California al Texas alla Virginia. Un voto, quello del super-martedì, che in teoria potrebbe aiutare chi, come Bloomberg, ha risorse tali da non dover scegliere su quale teatro concentrarsi. Tuttavia, Biden rimane il perno attorno a cui ruota la discussione; questo perché, a dispetto delle sue tante fragilità, continua a essere il candidato che più può farsi scudo di un lascito – quello di Obama – straordinariamente popolare tra l’elettorato democratico. Attaccare frontalmente Biden può essere un boomerang come hanno scoperto loro malgrado Harris e un altro candidato, l’ex sindaco di San Antonio, Julián Castro. E non è un caso, quindi, che il punching ball della sinistra di Ocasio-Cortez e altri sia oggi Buttigieg, che ha posizioni simili a quelle di Biden o addirittura più vicine a quelle di Warren e Sanders.

Terza e ultima considerazione: la distribuzione del consenso in termini anagrafici, di reddito e d’istruzione. I tentativi di disaggregare i sondaggi secondo questi parametri rendono il quadro più opaco e incerto: qualificano e complicano di molto la frattura bipolare tutta politica tra liberal e sinistra. Buttigieg e Warren, ad esempio, sembrano raccogliere un consenso ampio tra un elettorato simile: bianco, tendenzialmente anziano, laureato e con redditi alti e medio-alti. Sanders, al contrario, oltre ad avere una base elettorale meno volatile – cosa che, assieme alle ampie risorse economiche, può permettergli di assorbire meglio delle sconfitte iniziali – mobilita e cattura una base ampia di voto under 30. Biden rimane forte nella comunità afroamericana, vuoi perché più moderata vuoi appunto per la sua capacità di appropriarsi del lascito obamiano. Afroamericani con i quali fatica invece ancora molto Buttigieg, anche a causa di passate tensioni con la comunità nera della città di cui è sindaco.

Un quadro complesso, articolato e, anche, in costante evoluzione, quello di queste primarie e di un partito che ha nella sua ricca diversità tanto una forza quanto una vulnerabilità elettoralmente molto pericolosa.

 

Immagine: La candidata democratica alla presidenza Elizabeth Warren (D-Massachusetts) tiene un discorso alla celebrazione della libertà e della giustizia del Partito democratico dell’Iowa a Des Moines (Iowa), Stati Uniti (1 novembre 2019). Crediti : Michael F. Hiatt / Shutterstock.com

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