4 luglio 2018

Tre questioni dietro la vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez

di Mattia Diletti

È trascorsa più di una settimana dal passaggio del ciclone Alexandria Ocasio-Cortez sulla politica americana (con riflessi mediatici che si sono irradiati anche nel resto del mondo). Intanto, ricapitoliamo e commentiamo i fatti: una giovane militante ventottenne – un’educatrice “latina” del Bronx iscritta ai Democratic Socialists of America (DSA) – ha sconfitto nelle primarie democratiche del quattordicesimo distretto congressuale dello Stato di New York il deputato di lungo corso Joseph Crowley (le primarie si sono tenute in vista delle elezioni nazionali di mid-term del novembre 2018). Questa vittoria racchiude dentro di sé tre questioni: una questione comunicativa; una questione politica; una questione sociale.

Questione comunicativa. La notizia è corsa velocissima attraverso tutti i media nazionali e ha travalicato i confini degli USA. La Ocasio-Cortez è divenuta immediatamente un personaggio televisivo nazionale: è stata aiutata dalla capacità di parlare in modo chiaro e diretto, poiché rappresenta quella generazione di giovani politici che ha studiato con grande cura le tecniche della comunicazione e del campaigning elettorale, dopo aver conosciuto il battesimo del fuoco delle primarie democratiche del 2016, a fianco di Bernie Sanders. La Ocasio-Cortez nasconde il dato dell’inesperienza con un’immagine di forte discontinuità politica – posizioni nette e radicali, da cui consegue un elenco di poche e chiare issue, che appaiono più credibili in virtù della sua biografia –, mentre nutre la “fame mediatica” di figure antagoniste al trumpismo. I giovani sanderisti sembrano aver applicato meglio dei predecessori gli insegnamenti di Lakoff: non pensano mai “all’elefante”, ovvero non invadono maldestramente il frame comunicativo altrui, ma costruiscono il proprio. Nell’intervista negli studi MSNBC, la presentatrice sottolinea come la Ocasio-Cortez non abbia mai citato Trump; intervistata da Stephen Colbert, quando il presentatore la interroga sul presidente, lei riporta il discordo su di sé in modo tecnicamente inattaccabile: «non credo che Trump sia capace di trattare una ragazza del Bronx come me» (Trump viene del Queens, n.d.a.). Il suo spot elettorale, efficacissimo, è diventato presto virale; AOC (come si è soliti definirla ora) ha incastrato in modo impeccabile, un po’ talento e un po’ professionalità, tutte le competenze comunicative che un candidato deve possedere nel 2018 per riuscire a emergere.

Questione politica. In primis c’è un fatto ancora narrativo, ma reale: è stata l’ennesima battaglia di Davide contro Golia, e questo piace sempre. Gioco forza, ha trasformato la sua debolezza in punto di attacco. Per la sua campagna di primarie ha raccolto circa 300.000 dollari, contro i 3 milioni del suo avversario, descritto come amico di Wall Street (vero, ma Crowley è anche un politico piuttosto di sinistra, ma questo non è bastato: per vincere è contato di più essere percepita come “one of us”). Le primarie del 2016 sono state una vera palestra politica, che ha formato – o forse reso più sicura – una generazione di giovani radicali, i nuovi Davide. La reattività della società americana ha permesso che Millennials per nulla wasp si avvicinassero, velocemente, a forme di radicalità socialista – in noi europei questo genera sentimenti ambivalenti, quasi di tenerezza e nostalgia, ma guai a non prenderli sul serio –  per dare senso all’ordine sociale postcrisi (ci sono molti esempi da cercare su YouTube, uno su tutti è Abdul El-Sayed, candidato alle primarie democratiche per il governatorato del Michigan). Incredibile la rinascita dei Democratic Socialists of America, cui la AOC appartiene: un’organizzazione nata nel 1982 grazie all’iniziativa di figure come Michael Harrington – intellettuale e attivista anomalo, ex trotzkista, antisovietico, inventore del termine neoconservatore, con il quale descriveva alcuni ex amici divenuti reaganiani – che ha visto crescere le sue fila negli ultimi anni, con alcuni attivisti spostatisi in prima linea nel Partito democratico. Da sottolineare che i DSA erano l’unica forza politica americana che aderiva all’Internazionale socialista, dalla quale però sono usciti nel 2017, accusandola di essere troppo compromessa con il pensiero neoliberale.

Questione sociale. Riprendendo la vicenda del curioso revival dei DSA, è interessante notare come la questione sociale e la questione razziale vengano connesse teoricamente dai suoi giovani militanti. In campagna elettorale, la Ocasio-Cortez ha sostenuto che non può esserci dibattito sulla questione di classe senza che essa si intrecci con la storia razziale degli USA. Nulla di inedito nel dibattito culturale americano, ma l’obiettivo evidente dei nuovi giovani radical-progressisti è il superamento della identity politics democratica, ovvero l’idea che il Partito democratico sia nulla più che la sommatoria del patto tra minoranze e nuovi portatori di diritti (di cui, solitamente, i candidati presidenziali sono garanti e federatori). Mentre, da un lato, si continua a sostenere che sia questa la strada giusta per il Partito democratico – perché è stato attraverso la volontà di emancipazione razziale che il partito è riuscito a rinvigorirsi a ogni cambio di generazione (la tesi del politologo di Berkeley Eric Schickler, un teorico del “disjointed pluralism”, in Racial Realignment. The Transformation of American Liberalism, 1932-1965) – dall’altra, con un sapore da vecchio socialismo, si cerca il minimo comune denominatore delle diverse comunità razziali che compongono le working class americane. Da un lato è chiaro l’intento di cercare una chiave con la quale entrare in connessione con il campo trumpiano della white working class; dall’altro è altrettanto evidente come la base elettorale di AOC sia fortemente orientata dall’appartenenza razziale – benché lei neghi il più possibile – e che la sua vittoria rappresenti una sorta di adeguamento di rappresentanza: il Queens e il Bronx sono, ormai, dei latinos e degli afroamericani; gli operativi della political machine nati dalla somma di Italian, Jewish and Irish di Crowley sono, chiaramente, in ritardo con la Storia.

Per concludere, questa vittoria – che sia più o meno effimera, nei suoi sviluppi – ci ricorda la vitalità sociale degli USA: la società continua a produrre nuove, aspiranti classi dirigenti tra le comunità emergenti (la AOC narra, giustamente, delle sue origini umili, ma possiede anche un pedigree di formazione politica tradizionale, a partire dalla internship presso l’ufficio del senatore Ted Kennedy); nell’intento di influenzare la composizione e le scelte di policy della rappresentanza politica, la società costruisce “politicamente” coalizioni di sostegno per questo o quel candidato (ricordiamo che la AOC era appoggiata da molte associazioni, locali e nazionali, come MoveOn, Demand Universal Healthcare, Black Live Matters) e oggi queste coalizioni esprimono posizioni radicali che appaiono più convincenti di qualche anno fa. E non c’è solo AOC, ma molti movimenti – pensiamo alle recenti marce per il ricongiungimento familiare degli immigrati e a quella dei liceali contro la diffusione delle armi da fuoco – che rappresentano una società più vitale di quella europea.

Last but not least, nelle primarie di giugno i candidati “moderati” del partito democratico avevano avuto la meglio. In vista delle presidenziali del 2020, i democratici sapranno evitare una nuova guerra fratricida?

 

Crediti immagine: da Chillbedextous [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

 


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