9 dicembre 2019

Trionfo e caduta di Evo Morales

di Fernando Ayala

«La prima volta che viaggiai in Spagna, per una riunione come leader sindacale “cocalero”, all’aeroporto di Madrid la polizia mi chiese di mostrare i 500 dollari necessari per la mia permanenza. Dissi che non avevo mai visto una tale somma di denaro, che ero stato invitato e chiesi che mi concedessero un dollaro per ogni anno dei 500 in cui i loro antenati ci hanno sfruttato. Mi fecero entrare».

(Evo Morales)

                                                                                                                    

Cambiare la storia

Il primo presidente indigeno della Bolivia, Evo Morales Ayma, ha governato per 13 anni e 10 mesi, fino allo scorso 10 novembre, quando è stato costretto a dimettersi e fuggire in esilio in Messico dietro minaccia delle forze armate e dopo una contestata elezione presidenziale in cui stava cercando la sua quarta rielezione. Evo Morales è passato dall’essere un leader sindacale cocalero negli anni Ottanta a deputato nel 1997, fino a raggiungere la presidenza della Repubblica nel 2006 in un Paese composto per il 62% di popolazione nativa, 28% meticci e 10% bianchi. Dal momento dell’indipendenza, nel 1825, la Bolivia è stata governata da 122 presidenti, giunte militari o dittatori, che significa in media un anno e mezzo per ciascun governo. Morales è il presidente che è rimasto al potere più a lungo, superando il maresciallo Andrés de Santa Cruz (1829-39) o Víctor Paz Estenssoro, che ha governato 4 volte (1952-58; 1960-64, rieletto e rovesciato lo stesso anno per un colpo di Stato militare; 1985-89). Morales non è quindi solo il presidente che ha governato ininterrottamente la Bolivia per più di un decennio, ma anche quello che ha aumentato la stabilità politica e la crescita economica e la giustizia sociale per gran parte dei suoi abitanti.

 

Le luci

Nei suoi primi 100 giorni di governo Morales ha nazionalizzato il settore degli idrocarburi della Bolivia, che era stato privatizzato dall’ex presidente Gonzalo Sánchez de Lozada, un ricco uomo d’affari che non era riuscito a concludere il suo secondo mandato e si era dimesso, rifugiandosi negli Stati Uniti, con una lettera al Congresso dopo una disastrosa gestione economica. Annunciando il ritorno di petrolio e gas sotto il controllo dello Stato, Morales affermò che: «Il saccheggio delle risorse naturali della Bolivia è terminato». Il suo vicepresidente, Álvaro García Linera disse che: «La tortilla è stata voltata, se prima le compagnie petrolifere hanno portato via l’82% dei guadagni e la società statale Yacimientos Petrolíferos Fiscales de Bolivia (YPFB) il 18%, da oggi sarà il contrario». E così è stato. Questa è stata una delle misure fondamentali per accrescere il PIL della Bolivia, che ha raggiunto i 9 miliardi di dollari nel 2006, fino a toccare i 40 miliardi di oggi. Ciò significa che il reddito pro capite è cresciuto da 4.778 a più di 7.000 dollari. Contestualmente si sono ridotte anche le diseguaglianze, come rivela l’indice di Gini che è sceso da 0,60 a 0,43. La buona gestione delle risorse fiscali, insieme al boom del prezzo delle materie prime, ha fatto sì che in 13 anni la povertà sia stata ridotta dal 60 al 35% e la povertà estrema dal 38 al 15%. Il tasso di crescita dell’economia è stato del 4,9%, consentendo di ridurre l’analfabetismo, la malnutrizione, la mortalità infantile, di estendere alla maggior parte della popolazione l’accesso all’istruzione e a un lungo elenco di prestazioni sociali. Ma ancora più importante è che Morales ha dato dignità al suo popolo sancendo che la Bolivia è uno Stato plurinazionale, in cui si parlano 37 lingue, tra cui lo spagnolo, e in cui vengono riconosciute le diverse culture e tradizioni.

 

Le ombre

Morales ha anche subito posto la Bolivia al fianco del Venezuela nell’ondata bolivariana promossa dal comandante Chávez. Si è recato molte volte a Cuba, dove Fidel lo ha accolto come un figlio, ha avvicinato il presidente Lula, l’Argentina di Nestor e Cristina Kirchner, l’Ecuador del presidente Correa, ha avuto buoni rapporti con la presidente Bachelet, ha fatto aderire il suo Paese all’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América) e al MERCOSUR e ha finanziato la costruzione dell’edificio che avrebbe ospitato il Parlamento dell’UNASUR ‒ terminato nel 2018 con un costo di 61,7 milioni di dollari ‒, ha avviato una causa contro il Cile dinanzi alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia per ottenere uno sbocco al mare. Oggi la Bolivia non è più membro dell’ALBA, il Parlamento dell’UNASUR non si è mai riunito nel nuovissimo edificio a causa della crisi politica dell’organizzazione e il governo ha perso clamorosamente contro lo Stato cileno.

La Bolivia, nata con un territorio pari a 2.363.769 km2, nel corso del XIX e del XX secolo ha perso in guerre di confine con i suoi vicini più della metà del suo territorio. La sconfitta nella guerra contro il Cile, sebbene abbia comportato la sottrazione di una piccola parte di territorio, è stata la più dolorosa perché ha significato la perdita dell’accesso al mare. L’instabilità, unita alla brama di potere e alla cattiva politica esercitata principalmente dalla minoranza bianca che ha governato la Bolivia, è responsabile del fatto che questo è ancora uno dei Paesi più poveri della regione. Il presidente Morales ha iniziato un percorso che è stato troncato dal desiderio di voler rendere eterna la sua permanenza al potere. Ha indetto un referendum nel febbraio 2016 per chiedere ai boliviani di modificare la Costituzione e potersi ricandidare per la quarta volta. Referendum che ha perso nettamente con il 48,7%. Ha quindi cercato una scappatoia rivolgendosi alla Corte suprema di giustizia che ha autorizzato la sua ricandidatura. Quello è stato l’inizio della fine della sua presidenza. L’ex presidente Lula ha sintetizzato efficacemente così: «Il mio amico Evo ha fatto un errore nel cercare un quarto mandato come presidente, ma quello che gli hanno fatto è stato un crimine, un colpo di Stato».

 

Il futuro

In America Latina è successo più volte che un presidente, un leader o un dittatore espulso sia rientrato nel suo Paese e tornato al governo. Certo, non sempre con buoni risultati. La Bolivia, situata nel cuore del Sud America, è ricca di risorse naturali e suscita gli appetiti delle grandi aziende internazionali in cerca di materie prime, come accade oggi per il litio, vitale per fabbricazione di batterie e di cui nel Paese è presente una delle maggiori riserve al mondo. Gli Stati Uniti, il vecchio gendarme della regione, non sono mai stati ignari di ciò che accade lì. L’attuale amministrazione ha espressamente dichiarato di mal sopportare l’interesse della Cina per gli investimenti o la partecipazione alle attività estrattive nella regione. Negli anni Sessanta, Che Guevara scelse la Bolivia per dare inizio a una guerriglia che avrebbe dovuto diffondersi in tutto il continente, convinto che le condizioni di povertà e abbandono sarebbero state il suo miglior alleato per estendere la guerra di liberazione. Sappiamo tutti come è finita la sua avventura rivoluzionaria. Oggi la Bolivia deve guardare al futuro senza abbandonare il percorso avviato da Evo Morales. I risultati economici e sociali del suo governo non saranno dimenticati, perché per la prima volta nella sua storia la priorità è stata data alla dignità delle persone maltrattate e umiliate da secoli di sfruttamento.

 

Immagine: Evo Morales esce da una conferenza stampa con Claudia Sheinbaum, sindaco di Città del Messico, dopo essersi dimesso dalla presidenza, Mexico City, Mexico (13 novembre 2019). Crediti: GuillermoGphoto / Shutterstock.com

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