20 luglio 2020

Trump, Biden e il fronte della scuola

 

Perché riaprire le scuole a tutti i costi? La domanda assume un senso diverso a seconda che la si ponga in Italia, in Europa o negli Stati Uniti. L’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale americano ha aperto un altro fronte tra amministrazione, esperti e istituzioni politiche locali. Il presidente Trump ha scelto di usare Twitter, come al solito, per definire la sua agenda: durante tutto il mese di luglio, con il suo stile fatto di frasi secche scritte tutte in maiuscolo, ha dichiarato “RIAPRITE LE SCUOLE!!!”. E la scuola è entrata così in campagna elettorale, tanto che il candidato democratico Joe Biden ha incalzato il suo avversario rendendo pubblico il suo piano il 17 luglio.

 

Cosa vuole Donald Trump? Dal punto di vista politico, aprire la scuola è un ulteriore tassello di quello che il presidente sta cercando di riavere indietro in tempo per l’appuntamento elettorale di novembre: il ritorno alla normalità. Per noi europei può apparire una sorta di negazione della realtà: la riapertura della scuola è questione problematica nei Paesi in cui si è già abbassata la curva del contagio ‒ come il nostro ‒ ed è difficile comprendere come possa darsi una volontà certa di riapertura in un Paese così in difficoltà nel contenere il virus come gli Stati Uniti. Le pressioni mediatiche del presidente sui singoli Stati e sui distretti scolastici per la riapertura sono aumentate, però, circa dieci giorni fa. All’origine c’è il contrasto ‒ un ennesimo contrasto ‒ fra il presidente e gli esperti delle agenzie federali. Il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ‒ ricordiamolo: è un’agenzia federale, con sede ad Atlanta, che potremmo parzialmente equiparare al nostro Istituto superiore di sanità, e che si concentra soprattutto sulle politiche di prevenzione di diffusione di virus e patologie ‒ ha redatto un rapporto confidenziale sul tema delle riaperture scolastiche (in un Paese federale il plurale è fondamentale), e questo rapporto è finito nella mani della stampa all’inizio del mese. Da quel momento in poi è apparsa chiara la natura del contrasto fra esperti e amministrazione su questo tema.

 

Il New York Times è l’autore dello scoop: il 10 luglio dà conto di un documento riservato di 69 pagine del CDC che esplicita l’indirizzo di policy del Centro sul tema delle riaperture, da inviare alle varie task force pubbliche che si occupano del contenimento del virus. Si tratta di linee guida piuttosto severe, molto distanti nei principi dalle affermazioni dell’amministrazione, che chiede una linea di indirizzo «non troppo ferrea» (parole del vicepresidente Mike Pence). Non è chiaro, scrive il New York Times, se il presidente le avesse lette ‒ sono i giorni della sua offensiva mediatica sul tema ‒ e quanto le sue dichiarazioni siano parte di una strategia volta a ottenere linee guida definitive meno stringenti di quelle suggerite dal CDC (gli studiosi di politiche pubbliche potrebbero appassionarsi nel cercare di capire quanto l’agenda pubblica e lo spin comunicativo siano strumento di negoziazione fra agenzie federali, e quanto effettivamente il dibattito mediatico possa influenzare il lavoro “neutro” delle infrastrutture pubbliche composte da esperti).

 

Cosa dice, quindi, il CDC? Il CDC dice chiaramente che l’opzione più sicura per contenere il virus resta, soprattutto con gli attuali livelli di diffusione, quella di non riaprire scuole e università (l’esatto opposto di ciò che sostiene l’amministrazione). L’istituto è però conscio delle differenze che attraversano il Paese: il documento, infatti, è composto in ampia parte da un commento alle linee guida già adottate dalle singole università e dai distretti scolastici degli Stati Uniti. Di conseguenza, vengono individuate strade plausibili di riapertura parziale o virtuale delle istituzioni scolastiche e universitarie, citando alcune buone pratiche che potrebbero divenire esempio per il resto del Paese: l’Arizona Western University, che ha già adeguato il sistema di lavoro del prossimo autunno a un funzionamento completamente on-line; oppure la Hampton University, che ha già costruito un meccanismo di riduzione dell’uso degli spazi del 50%, affiancandolo con misure di controllo e prevenzione molto stringenti (c’è, insomma, chi si è portato avanti con il lavoro e chi invece è rimasto molto indietro, magari proprio in attesa di linee guida più chiare). Di nuovo, si tratta di indirizzi che il documento trova «molto congruenti» con quelli del CDC, ma che sono molto lontani dai desiderata dell’amministrazione.

 

E qui, però, si arriva al paradosso: il documento è ormai pubblico, ha incontrato il plauso di molte organizzazioni di rappresentanza del mondo dell’istruzione, ma non è mai stato davvero rilasciato in modo ufficiale. La sua esistenza ha però contribuito a rafforzare la controffensiva mediatica della presidenza, mentre i democratici hanno esposto in pubblico la loro idea di riapertura. Biden chiede che le istituzioni scolastiche e universitarie pubbliche vengano finanziate con un piano da 30 miliardi di dollari, allo scopo di adeguarle alle nuove necessità sanitarie; sostiene che debba essere implementato un piano di test e tracciamento della diffusione del virus per il solo comparto dell’istruzione; chiede che si riduca il gap digitale nei distretti scolastici.

 

Insomma, l’ennesima settimana di fuoco nella quale un tema cruciale del prossimo autunno diviene campo di battaglia nello scontro fra Trump e Biden: da un lato il ritorno al business as usual, dall’altra una sorta di “governo ombra” che intende mostrare le qualità di leadership che avrebbe un’amministrazione Biden. In attesa del prossimo terreno di conflitto.

 

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Crediti immagine: Stuart Monk / Shutterstock.com

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