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17 febbraio 2017

Trump e Netanyahu: il nuovo corso delle relazioni USA-Israele

«Uno Stato, due Stati. Prediligo la soluzione che le due parti sceglieranno»: rispetto alla controversa questione israelo-palestinese è questa la considerazione espressa da Donald Trump davanti alla stampa accanto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, apparso decisamente più a suo agio con l’attuale inquilino della Casa bianca che con Barack Obama. Una dichiarazione destinata a far discutere, con una presa di posizione che sembra allontanare Washington da orientamenti apparentemente consolidati. Una visione diversa rispetto al passato, che porta gli Stati Uniti a contemplare l’esistenza di un ‘Piano B’ e modifica le prospettive negoziali. L’impostazione della Two-State solution, che spinge cioè per il riconoscimento di due Stati per due popoli, aveva rappresentato la naturale base da cui far partire le trattative per i predecessori di Trump, ed egli stesso ammette di aver considerato a lungo tale soluzione negoziale come la più semplice e percorribile; tuttavia – lascia intendere il presidente – se le parti dovessero essere soddisfatte seguendo un’altra strada, Washington sarà contenta di offrire il suo supporto.

Il clima è disteso, i due leader vogliono far dimenticare il passato e i momenti di tensione: Trump – che riconosce in Israele un «simbolo di resilienza contro l’oppressione» – mostra sin dalle prime battute una forte sintonia con il suo interlocutore, segnando una netta discontinuità rispetto ad Obama. Lo fa toccando innanzitutto il tema della sicurezza dell’alleato mediorientale, minacciata dalle ambizioni nucleari di Teheran con cui è stato sottoscritto – sentenzia inequivocabilmente il presidente – «uno dei peggiori accordi che abbia mai visto». L’inquilino della Casa bianca sposta poi l’attenzione sui rapporti non di rado tesi tra Israele e la comunità internazionale, evidenziando come Tel Aviv sia stata troppo spesso trattata ingiustamente. Qui la mente corre da ultimo alla risoluzione – adottata nel dicembre 2016 dal Consiglio di sicurezza ONU – in cui l’attività di costruzione di insediamenti israeliani nei Territori occupati viene definita ‘senza validità legale e in chiara violazione del diritto internazionale’; un testo su cui gli Stati Uniti ancora guidati da Barack Obama hanno deciso di non porre il veto suscitando la dura reazione tanto di Israele quanto di Trump, in procinto di insediarsi.

Alle dichiarazioni di amicizia di Trump Netanyahu risponde sulla stessa lunghezza d’onda: l’alleanza tra Israele e Stati Uniti – evidenzia il primo ministro – è sempre stata estremamente solida, ma con la nuova presidenza a Washington potrebbe diventare ancora più forte. Dunque, la parentesi di Obama è archiviata.

È però la questione israelo-palestinese a offrire i maggiori spunti di riflessione, in particolare a pochi giorni dall’approvazione da parte della Knesset della Regulation law per la legalizzazione retroattiva degli insediamenti costruiti nei Territori occupati. Qui, Trump ha cercato di tastare la disponibilità di Netanyahu a delle concessioni alla controparte, ribadendo che sul tema sarebbe opportuno allentare la pressione: gli insediamenti non sono, nell’opinione del presidente, la radice dei problemi, ma rendono comunque più difficile il cammino verso la pace. Perché è alla pace – ribadisce il presidente statunitense – che Washington aspira, a un «grande accordo di pace» (A great peace deal) su cui gli Stati Uniti lavoreranno diligentemente. Il quadro è quello tracciato da Netanyahu: complice l’ostilità condivisa verso il dinamico Iran, Israele e numerosi Stati arabi sunniti della regione hanno approfondito le loro relazioni; pertanto coinvolgere questi ultimi nell’ambito dei negoziati per un più ampio processo di pace mediorientale rappresenterebbe la nuova strada da percorrere.

Gli scenari sono però più complessi di quanto non appaia prima facie. Svincolando il processo di pace dal necessario perseguimento della Two-State solution, Trump ha di fatto teso una mano a Netanyahu, che sul tema è particolarmente pressato in patria dalle forze più marcatamente di destra. Tuttavia, in che modo la prospettiva di un unico Stato possa funzionare risulta di difficile comprensione, così come appaiono indeterminati tanto le caratteristiche che tale Stato dovrebbe avere quanto lo status di cui godrebbero – in tema ad esempio di diritti – i cittadini palestinesi. Sul punto, sono interessanti le considerazioni espresse per la CNN da David Aaron Miller: se il percorso è quello del coinvolgimento degli attori arabi della regione, saranno questi pronti a sostenere un negoziato senza concessioni abbastanza importanti da parte di Israele? E ancora, tali Stati saranno disposti ad accogliere una soluzione che, ad esempio, lasci Gerusalemme interamente sotto la sovranità israeliana? E dall’altra parte, Netanyahu – con le forze di destra a premere per la linea dura – potrà formulare una proposta negoziale che vada incontro alle richieste arabe e palestinesi?

Dunque, la situazione rimane intricata. La prospettiva della soluzione dei due Stati, già difficilissima da raggiungere, adesso pare ancora più lontana. Il futuro è incerto e i tempi saranno lunghi: per ora, dall’incontro tra Trump e Netanyahu alla Casa bianca, è lo status quo a uscire rafforzato.

 

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