30 gennaio 2017

Trump: il muro prima della frontiera

di Fortunato Musella

I primi giorni alla Casa Bianca di Donald Trump sono stati turbolenti. Tra i primi atti il nuovo presidente ha dato mandato alle agenzie governative di interrompere i piani dell’Obamacare, ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo commerciale transpacifico, si è impegnato a costruire un muro fisico, o una analoga barriera fisica, sicura e insuperabile, lungo il confine con il Messico. Tutto ciò con una serie di ordini esecutivi che lo svincolano dalla necessità del confronto parlamentare, che sono a una settimana con Trump presidente già un lungo elenco.  A ciò contribuisce senza dubbio il lungo periodo che negli Stati Uniti separa le elezioni dall’insediamento, il che fa in modo che molti progetti siano già pronti per partire una volta al potere. E anche la logica mediale che in un paese a personalizzazione radicale spinge a voler subito occupare la scena mediatica, con fatti o semplicemente annunci. Niente di nuovo, se si considera la centralità che i presidenti stanno acquisendo nel vecchio e nel nuovo continente. Persino il nostro Paese, nonostante le forti premesse parlamentariste, è divenuto uno dei più chiari esempi di democrazia del leader. La personalizzazione s’impone in ogni ambito di vita pubblica, in ogni democrazia occidentale. E l’America, il paese dei presidenti, anticipa il processo, e oggi lo interpreta con ancora maggiore veemenza.

Qualcosa di nuovo però c’è. Il trumpismo fa certo rima con quel populismo radicale in netta ascesa nella politica contemporanea. Con tutte le sue contraddizioni. Trump parla alla pancia del Paese pur essendo parte della sua élite economica. Fa leva sull’antipolitica proprio nel momento in cui aspira alla più alta carica politica statunitense. Adotta un linguaggio orgogliosamente “politicamente scorretto”, assumendo come vertice dell’amministrazione statunitense una posizione molto delicata, al centro di intensi rapporti politici e diplomatici. Gli interventi di Trump però colpiscono per radicalità ma anche per una marca caratteristica, del tutto inedita. È, infatti, la prima volta che la politica personal-populista, nella più estesa democrazia occidentale, abbraccia il programma della chiusura politico-economica, in aperto contrasto con i dettami della filosofia pubblica americana.

In primo luogo sin dai suoi primi interventi Trump mette in discussione l’idea di libero mercato, fulcro del capitalismo americano. A dispetto di quanto annunciato da gran parte dell’economia classica, il capitalismo non si può realizzare senza l’intervento pubblico statale. Tuttavia la società americana ha da sempre mostrato al mondo l’idea di una società competitiva in cui il benessere fosse affidato alla libera circolazione di beni e capitali. Soprattutto i sostenitori del partito repubblicano hanno fondato il loro universo valoriale nei princìpi di uno Stato minimo che non interferisca con l’economia. Trump invece ha confermato sin dal suo discorso di insediamento il suo dirigismo, con una strategia di isolamento e protezionismo che minaccia le aziende statunitense che producono all’estero e quelle straniere che esportano in terra americana, rimarcando i confini dell’economia nazionale.

Il secondo muro che Trump promette di alzare è quello che taglia, in tante direzioni, la società americana. A cadere qui è un altro mito americano, quello del melting pot, del crogiolo che forgia l’identità americana fondendo le diversità etniche, religiose e linguistiche in una comune convivenza e appartenenza. Innanzitutto perché la politica protezionista, dicono molti economisti, andrà a svantaggio delle classi meno abbienti, dando vita a nuove disparità sociali (sul punto si veda l’ articolo di Sandro Trento); e poi perché Trump ha abbandonato, sin dalla campagna elettorale, il riferimento ai diritti dei cittadini e all’uguaglianza, passando all’attacco diretto di alcune minoranze, quali gli immigrati e i rifugiati. Hanno fatto pensare le parole che papa Francesco ha rivolto a Trump dopo la sua elezione, con l’invito affinché l’America possa «continuare a misurarsi soprattutto per la sua preoccupazione per i poveri, gli esclusi e i bisognosi che come Lazzaro attendono di fronte alla nostra porta».

Ma il muro più alto che Trump sta costruendo, proprio perché in antitesi alla tradizione politica americana, è quello che copre la frontiera. Non come linea di demarcazione tra paesi e popoli, ma come orizzonte di espansione che il cittadino americano si è dato, a misura dei propri avanzamenti. Se, infatti, sino al diciannovesimo secolo essa andava spostandosi progressivamente a Ovest, il concetto di frontiera resterà uno dei cardini del sogno americano lungo il secolo seguente, divenendo l’immagine del progresso cui ogni americano tende. Un altro presidente, John F. Kennedy, nel suo discorso di apertura indicava con forza una nuova frontiera, «la frontiera delle occasioni e dei pericoli sconosciuti, la frontiera delle speranze irrealizzate e delle minacce non messe in atto». Making the America great again, recita lo slogan politico di maggior successo alle ultime presidenziali. Tuttavia, nell’America dei muri, ciò richiederebbe di gettare il cuore oltre l’ostacolo.

 

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