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19 giugno 2017

Trump rivede le aperture di Obama verso Cuba

«Un’altra promessa elettorale di cui non mi sono dimenticato».

Twitta così il presidente degli Stati Uniti Donald Trump di ritorno da Miami, dove – nella giornata di venerdì – ha firmato un memorandum presidenziale di sicurezza nazionale sul rafforzamento della politica degli Stati Uniti verso Cuba, ridisegnando gli orientamenti di Washington verso L’Avana dopo lo storico disgelo promosso da Barack Obama.

Per il presidente, nessun dubbio: l’intesa raggiunta dal suo predecessore con il regime castrista era «a senso unico», totalmente inefficace per la tutela degli interessi americani, improduttiva per il popolo cubano e utile solo ad arricchire i tentacoli economici dell’apparato militare dell’isola. Per questo dunque, con la firma del memorandum, si pone fine «con effetto immediato» a un accordo iniquo, in vista di un possibile nuovo negoziato da intraprendere su basi diverse. L’annuncio di Trump è arrivato da una cornice scelta accuratamente: non solo la Florida, lingua di terra protesa verso Cuba e naturale punto di approdo di esuli e migranti, ma il quartiere di Little Havana a Miami, e più precisamente il teatro intitolato a Manuel Artime, unitosi alle forze castriste pochi giorni prima della vittoria della revolución e poi diventato uno dei leader della brigata 2506 nella fallita invasione della Baia dei porci. Ovviamente, importante è stata la partecipazione all’evento della comunità cubano-americana, che ha dato un contributo non secondario all’approdo del tycoon newyorkese alla Casa bianca.

Il cambio di direzione rispetto al recente passato è evidente, e l’impostazione delineata dal nuovo presidente pare distante – nella sua filosofia – da quel «todos somos americanos» con cui, nel dicembre del 2014, Obama rese noto l’avvio del processo di normalizzazione delle relazioni con Cuba. Ciò premesso, un’analisi più approfondita consente comunque di rilevare come la rottura non sia totale e come, anzi, alcune delle decisioni chiave della precedente amministrazione rispetto ai rapporti con l’isola rimangano in vigore. Gli interventi restrittivi più incisivi riguardano i viaggi e l’ambito commerciale: ai sensi delle nuove posizioni espresse, i cittadini statunitensi non potranno più organizzare autonomamente il loro soggiorno a Cuba e anche chi prenderà parte a viaggi organizzati in gruppo sarà sottoposto a controlli più stringenti. Sotto l’amministrazione di Barack Obama, le visite sull’isola con finalità esclusivamente turistiche erano rimaste formalmente vietate, ma l’allentamento di una serie di vincoli aveva di fatto consentito ai cittadini statunitensi di autodichiarare le motivazioni del viaggio scegliendo da una serie di opzioni. Adesso, con la presa di posizione di Trump, si tornerà sostanzialmente al regime precedentemente vigente, in forza del quale i viaggi erano possibili soltanto con compagnie dotate di specifica licenza o previa apposita autorizzazione del dipartimento del Tesoro, ad esempio, per viaggi con scopi religiosi.

Ancora, i cittadini e le compagnie statunitensi non potranno concludere affari con società che siano direttamente riconducibili agli apparati militari, di sicurezza o di intelligence cubani: una rete evidentemente piuttosto estesa, considerando che la holding GAESA – braccio ‘economico’ delle forze armate rivoluzionarie – controlla ampie porzioni dell’economia dell’isola ed è particolarmente presente anche nel settore turistico.

Fonti dell’amministrazione avrebbero comunque precisato che le restrizioni stabilite non riguarderanno i rapporti economici già in essere, così come i vincoli sui viaggi non saranno applicati per le visite già organizzate.

Quanto alla cancellazione del «one-sided deal», ossia dell’‘accordo a senso unico’, essa non avverrà con effetto immediato come dichiarato da Trump a Little Havana: perché le nuove direttive divengano operative, sarà infatti necessario che l’amministrazione si attivi e adotti in concreto gli orientamenti stabiliti. A tal proposito, il memorandum prevede che il segretario al Tesoro e quello al Commercio – coordinandosi con il segretario di Stato e con quello ai Trasporti – avviino entro 30 giorni la revisione delle disposizioni vigenti in materia di transazioni con Cuba, e gli stessi tempi sono previsti per iniziare a intervenire sul turismo.

L’ambasciata statunitense a L’Avana resterà comunque aperta nella speranza – ha precisato Trump nel suo discorso – che «i nostri Paesi possano intraprendere un cammino più forte e migliore». Inoltre, i voli diretti e le crociere non saranno colpiti dalle restrizioni e i limiti sui viaggi non si applicheranno ai cubani-americani, che potranno anche continuare a inviare le loro rimesse sull’isola. Ancora, non sono stati reintrodotti limiti sui beni che i cittadini americani potranno portare via con sé da Cuba.

Ecco, dunque, che l’iniziativa di Trump, pur con il suo non secondario significato politico, assume contorni meno netti rispetto a quanto prima facie si potrebbe pensare. Davanti ai presenti al teatro Manuel Artime, l’inquilino della Casa bianca ha voluto segnare la sua distanza rispetto a Obama, assicurando che il denaro americano non alimenterà le casse del regime castrista e che Washington non rimuoverà le sue sanzioni finché tutti i prigionieri politici non saranno liberati, la libertà di assemblea e di espressione non sarà rispettata, i partiti non potranno operare nell’arena politica ed elezioni libere e monitorate a livello internazionale non saranno organizzate.

Come ha osservato il New York Times in un suo approfondimento, a essere colpite dalle restrizioni potrebbero però essere innanzitutto – più che le società collegate al potere militare – quelle piccole attività che con l’afflusso sull’isola di turisti americani – e soprattutto dei loro dollari – stavano  cominciando a consolidarsi, dalle residenze private su Airbnb, ai pizza-shop, ai ristoranti di proprietà privata. La convinzione che il regime – economicamente messo alle strette – avrebbe finito per cedere, è stata del resto già coltivata da diverse amministrazioni americane senza sortire alcun effetto: riproporla, pur in forma evidentemente attenuata, non pare dunque la soluzione.

D’altro canto, se alcuni ambienti hanno criticato i nuovi orientamenti, le forze di più rigida opposizione al castrismo hanno al contrario contestato a Trump un approccio ritenuto troppo blando, quando invece la deviazione dal percorso inaugurato dal presidente Obama doveva essere decisa e inequivocabile.

Quanto al governo cubano, in una nota ha sottolineato che l’iniziativa dell’inquilino della Casa bianca rappresenta un passo indietro nelle relazioni fra i due Paesi, ribadendo che «qualunque strategia che pretenda di cambiare il sistema politico, economico e sociale di Cuba attraverso pressioni o metodi più sottili, è destinata al fallimento». Tuttavia, L’Avana conferma la propria volontà di proseguire il dialogo e la cooperazione in ambiti di reciproco interesse, promuovendo ciò che è utile ai rispettivi Paesi e ai loro popoli.

Trump, dunque, ha cambiato direzione, ma diverse aperture di Obama restano, anche perché secondo gli ultimi sondaggi il 65% degli americani si è detto d’accordo con le politiche verso Cuba inaugurate dal precedente presidente. Intanto, però, Trump, in difficoltà per il caso Russiagate, può twittare la propria soddisfazione per aver mantenuto un’altra promessa elettorale.

 

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03 aprile 2017

Trump cancella le politiche ambientali di Obama

Una netta cesura rispetto al recente passato, orientamenti marcatamente diversi a segnare la distanza con la precedente amministrazione, riprendendo le parole d’ordine della campagna elettorale. Nei settori più vari, intervenendo sotto differenti aspetti su quella che può considerarsi l’eredità politica di Barack Obama, indipendentemente dai giudizi di valore che possono esprimersi su di essa. Ora è il momento dell’ambiente. ‘The war on coal is over’, «La guerra al carbone è finita»: è questo il proclama trionfale dell’amministrazione Trump all’indomani della firma – avvenuta il 28 marzo – dell’ordine esecutivo presidenziale sulla promozione dell’indipendenza energetica e della crescita economica; un intervento che – di fatto – entra in radicale contrasto con la filosofia delle politiche ambientali di Obama. Una firma apposta presso il quartier generale dell’EPA (Environmental Protection Agency), l’Agenzia federale per la protezione dell’ambiente, alla presenza di operatori del settore estrattivo e minatori, davanti ai quali il presidente ha riassunto i contenuti del provvedimento con un tanto sintetico quanto efficace «Significa che tornerete al lavoro». «Avremo un carbone pulito – ha assicurato Donald Trump – un carbone davvero pulito. E insieme creeremo milioni di buoni posti di lavoro per i cittadini americani, posti di lavoro nel settore dell’energia, e arriveremo a livelli incredibili di prosperità». In fondo, è su questa retorica che si gioca buona parte della narrativa trumpiana sull’ambiente: la vera priorità presidenziale è la conservazione – e la creazione – di ‘milioni di buoni posti di lavoro per i cittadini americani’, compresi i 75.000 lavoratori impiegati nel campo dell’estrazione del carbone, cui il magnate newyorkese aveva già riservato attenzione durante la campagna elettorale. Il cambiamento climatico – tema su cui peraltro Trump ha mostrato più volte accentuato scetticismo – e gli interventi per contenerne gli effetti passano in secondo piano: anzi, sottolineano fonti dell’amministrazione, solo garantendo un’economia forte e prospera è possibile tutelare l’ambiente, quasi che la prosperità economica non si possa raggiungere perseguendo politiche di protezione ambientale. Più nel dettaglio, l’ordine esecutivo firmato dal presidente dà mandato all’EPA di procedere alla revisione del Clean Power Plan, annunciato da Barack Obama nell’agosto del 2015 e contenente alcune linee guida federali per procedere – a livello di singoli Stati USA – a una riduzione delle emissioni delle centrali elettriche alimentate da combustibili fossili. L’obiettivo fissato – attraverso l’adozione di un approccio comunque flessibile – è quello di un taglio del 32% delle emissioni rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030, con un target del 26-28% entro il 2025.    Ancora, il provvedimento chiede la revisione degli standard sulle emissioni – particolarmente restrittivi – stabiliti durante l’amministrazione Obama per la costruzione di nuovi impianti alimentati a carbone, oltre che di riconsiderare gli obiettivi di taglio delle emissioni di metano durante l’estrazione di petrolio e gas, fissati da Obama al 40% – rispetto ai livelli del 2012 – entro il 2025. L’ordine esecutivo indica inoltre la necessità di procedere a una rivisitazione del ‘costo sociale del carbonio’ – una stima utilizzata come base per predisporre interventi di regolamentazione in materia climatica –, chiama a una cancellazione della moratoria sulla concessione di nuove licenze sulle riserve federali di carbone, chiede la revisione di tutte quelle norme che bloccano la piena produzione energetica e sollecita la rimozione della valutazione d’impatto ambientale sulle azioni intraprese dalle agenzie federali. Gli analisti hanno commentato l’impatto del provvedimento firmato da Trump da diverse prospettive: dal punto di vista interno, sotto il profilo della sua stretta operatività, è opinione diffusa che l’ordine esecutivo difficilmente produrrà effetti immediati. Ad esempio, la riscrittura del Clean Power Plan – già ‘sfidato’ in tribunale e sospeso nel febbraio 2016 dalla Corte suprema – richiederà presumibilmente tempo, ed è assai probabile che le nuove disposizioni in materia ambientale che l’amministrazione Trump predisporrà dovranno affrontare una trafila legale, tra ricorsi vari all’autorità giudiziaria, piuttosto impegnativa. Quanto alla creazione di nuovi posti di lavoro e alla tutela di quelli esistenti, pare difficile che opportunità legate al settore dell’energia arrivino dal rilancio del carbone, la cui crisi – più che alla normativa voluta da Obama e attaccata frontalmente dall’attuale inquilino della Casa bianca – risulta legata alla competizione dello shale gas e a una crescente automazione delle attività estrattive. Che si tratti però di immigrazione, sicurezza, riforma sanitaria o ambiente, per Trump è fondamentale in questo momento trasmettere l’immagine di un presidente che mantiene le promesse, al di là dei reali effetti che possano poi essere prodotti dagli interventi messi a punto. C’è poi l’altrettanto rilevante profilo internazionale: le azioni intraprese da Trump rappresentano, come si è visto, una chiara deviazione dalla rotta impressa da Obama, che chiamava Washington ad assumere un ruolo centrale nelle politiche globali di contrasto al cambiamento climatico. Perseguire gli obiettivi dell’Accordo di Parigi diventerà ora più difficile per gli Stati Uniti con il nuovo corso, anche se diversi consiglieri – temendo un pesante contraccolpo in termini diplomatici – invitano il presidente a mantenere un atteggiamento prudente e a non ritirare il Paese dall’intesa. Il rischio però è che, a fronte di un disimpegno di Washington sul cambiamento climatico, si generi fra gli altri Stati un effetto domino di ‘deresponsabilizzazione’ sul tema.

 

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11 aprile 2017

Trump nella tradizione politica della destra americana

La campagna che ha sancito la vittoria di Donald Trump è stata contrassegnata da un linguaggio estremista e veemente, in linea con i contenuti radicali ed eccessivi della sua proposta politica; linguaggio e contenuti attribuiti in prevalenza alle caratteristiche personali, psicologiche e professionali dell’immobiliarista di successo, abilissimo anche a sfruttare tutte le possibilità offerte dagli strumenti della comunicazione di massa più o meno recenti. In realtà, a giudicare le cose con un minimo di approfondimento, è possibile affermare che metodi e contenuti usati nella campagna di Trump si inquadrano perfettamente nella tradizione politica della destra americana, a cominciare dal motto “America first!”, utilizzato per la prima volta contro l’amministrazione di Woodrow Wilson nella battaglia parlamentare che doveva portare alla mancata ratifica del Trattato di Versailles da parte del Senato.

La formula propagandistica doveva comparire nuovamente quasi vent’anni dopo, quando la destra americana cercò di organizzare la resistenza alla terza elezione di Franklin Delano Roosevelt con uno schieramento conservatore, guidato dal trasvolatore atlantico Lindbergh, apertamente razzista e filonazista, convinto assertore della necessità di difendere a livello mondiale la superiorità della razza bianca.

Anche sul piano dei metodi Trump ha i piedi solidamente piantati nella tradizione della destra americana, in questo caso nel filone della tradizione di Joseph McCarthy, il senatore del Wisconsin che nei primi anni ’50, utilizzando la veemenza del linguaggio e il ricorso sistematico alla denigrazione e alla calunnia, contribuì a fare dell’anticomunismo una componente essenziale e permanente della politica interna e internazionale degli Stati Uniti e raggiunse una posizione di sia pur effimero  rilievo nazionale. Il collegamento con questa tradizione è più diretto, visto il ruolo di avvocato e mentore che negli inizi della carriera imprenditoriale di Trump svolse Roy Cohn, il giurista che aveva collaborato con McCarthy nell’ultima delle sue imprese, l’indagine sulle infiltrazioni comuniste nell’esercito.

Non vi sono, quindi, molti dubbi sulla linea politica che il nuovo presidente cercherà di attuare: una politica nazionalista, incentrata sul rigido controllo dei flussi migratori, non necessariamente espansionista sul piano militare, ma sicuramente molto assertiva su quello economico e finanziario. Da questo punto di vista non è difficile prevedere che sarà riaffermata la prevalenza culturale e politica del neoliberismo e saranno smantellate le timide difese apprestate sul piano della regolazione dei mercati finanziari dalle amministrazioni Obama, mentre saranno rese più dure e intransigenti le politiche di difesa dei presunti interessi commerciali americani. A suffragio della previsione sulla politica economica e finanziaria dell’amministrazione Trump sta soprattutto la scelta come Segretario al Tesoro di Steven T. Mnuchin, un finanziere e banchiere esperto, arricchitosi nei primi anni del secolo anche grazie ad attività legate alla creazione di mutui immobiliari non documentati.

Quanto alle politiche commerciali protezionistiche, possono considerarsi sufficienti le prime decisioni concrete assunte in materia dal nuovo presidente. Anche sul fronte della politica internazionale generale le prospettive di una complessiva continuità della diplomazia americana sembrano più effetto del wishful thinking che di un’analisi spassionata.

Quel che rimane ancora in dubbio è la possibilità che il consenso elettorale del novembre 2016 possa durevolmente consolidarsi fino a costituire la base di un movimento nazionalista fondato sul rifiuto della politica parlamentare o, quanto meno, di un suo drastico ridimensionamento, sulla difesa del primato della maggioranza bianca del Paese e sulla tutela degli interessi nazionali anche senza la copertura dei valori sui quali si è fin qui nutrito il presunto eccezionalismo americano. Per quanto vaste e profonde siano le radici della destra essa è rimasta sempre minoritaria all’interno dello schieramento conservatore americano, riuscendo spesso a condizionare ma mai a imporre in autonomia le proprie impostazioni di fondo. In altri termini: saranno sufficienti le frustrazioni derivanti dagli strascichi della crisi economica negli strati più poveri della popolazione ad alimentare il consenso per un ceto dirigente nuovo, non più formato attraverso i meccanismi della selezione politica? E si consoliderà il rilancio delle pulsioni razziali conseguente alla doppia elezione di un afroamericano alla Presidenza e alla concreta dimostrazione della normalità potenziale dell’evento?

In queste domande sta la chiave del possibile successo di Trump nella costruzione di un movimento nazionalista americano, più o meno autoritario: il livello dipenderà anche dalla tenuta delle istituzioni del Paese (che – giova ripetere – sono molto elastiche ma anche inefficienti). E tra le istituzioni vanno compresi anche i due grandi partiti che devono entrambi recuperare la fiducia dell’elettorato, pur se il compito dei gruppi dirigenti repubblicani non ancora definitivamente acquisiti a Trump è molto più difficile perché deve conservare il consenso maggioritario conquistato su una piattaforma che non rientra nella tradizione che ha sempre prevalso nel Great Old Party.

Più che alla situazione che si sviluppò in Europa all’indomani del primo conflitto mondiale e che attraverso le “conseguenze economiche della pace” e i risentimenti nazionali innescati dalla vicenda bellica condusse all’ascesa dei fascismi, l’attuale svolta americana fa pensare alla situazione di protofascismo della Francia di fine ’800, con l’ascesa del nazionalismo da grande potenza e l’assoluto predominio del capitalismo industriale e finanziario. E se l’ormai avvenuta sovrapposizione tra ebraismo e sionismo rende impossibile che negli Stati Uniti il punto di coagulo delle tendenze nazionalistiche e autoritarie possa essere trovato in un rigurgito di antisemitismo come l’affaire Dreyfus, il livello di dèracinement di vasti strati della popolazione, la saturazione nei confronti della democrazia parlamentare (che negli Stati Uniti si traduce nel rifiuto di Washington, D.C.) fanno pensare ad Hannah Arendt e alla sua riflessione sulle origini del totalitarismo.

 

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15 giugno 2017

Russiagate, la testimonianza di Comey

La spy-story del Russiagate si arricchisce di nuovi capitoli e pare destinata a proseguire, aleggiando sulla Casa bianca e su Donald Trump. Delle interferenze del Cremlino nelle ultime elezioni presidenziali si parla ormai da tempo, così come dei presunti contatti tra emissari di Mosca e uomini dell’entourage del tycoon newyorkese, ma giovedì 8 giugno è arrivata una testimonianza particolarmente attesa davanti al Comitato per l’intelligence del Senato: quella dell’ex direttore dell’FBI James Comey, rimosso dal suo incarico da Trump lo scorso 9 maggio per il venir meno della necessaria fiducia nei suoi confronti. Tra i motivi del licenziamento, la gestione dell’indagine sul celebre caso Emailgate, relativo all’utilizzo da parte di Hillary Clinton – quando era segretaria di Stato – di un server privato anche per le comunicazioni istituzionali.Attraverso Twitter, suo canale di comunicazione preferito, Trump ha poi assicurato che il successore di Comey avrebbe fatto un lavoro decisamente migliore, restituendo all’FBI il suo originario spirito e il suo prestigio. La motivazione formale non ha però convinto i detrattori del presidente, tanto che alla fine lo stesso inquilino della Casa bianca ha riconosciuto che – nel momento in cui ha dovuto prendere la sua decisione – ha tenuto in considerazione «This Russia thing», ossia ‘questa faccenda riguardante la Russia’, che non sarebbe altro che un’invenzione dei democratici per aver perso delle elezioni che pensavano di vincere.

Dalle parole di Comey sembrerebbe, tuttavia, emergere un’interpretazione del caso Russiagate radicalmente diversa rispetto a quella del presidente. L’ex direttore dell’FBI, prima di recarsi in Senato, ha trasmesso il 7 giugno una propria dichiarazione scritta, indicando alcune questioni potenzialmente rilevanti per il comitato. Il testo offre una ricognizione dettagliata delle occasioni più importanti in cui Comey e Trump sono entrati in contatto, discutendo vis-a-vis o al telefono: si parla del 6 gennaio e del primo briefing con il presidente eletto, della cena del successivo 27 gennaio, dell’irrituale colloquio nella sala ovale il 14 febbraio e di due successive chiamate a marzo e aprile, tutti episodi su cui Comey ha avuto modo di ritornare nel corso della sua testimonianza. Esprimendo da subito un concetto: non c’è alcun dubbio che Mosca abbia cercato di influenzare il processo elettorale negli Stati Uniti, né ci sono dubbi sul coinvolgimento del Cremlino nell’operazione. Al tempo stesso però, non sono emersi elementi che lascino pensare che i risultati del voto siano stati in qualche modo alterati.

Quanto alle motivazioni del licenziamento, l’ex direttore ha dichiarato di non potersi esprimere con sicurezza, ma di ritenere che esse siano collegate al caso Russiagate, che sta mettendo particolarmente sotto pressione Trump. Richieste di interrompere l’inchiesta – ha puntualizzato Comey – non sono arrivate né dal presidente né da altri uomini dell’amministrazione, ma sulla posizione di Michael Flynn, ex consigliere alla sicurezza nazionale, Trump ha mostrato un chiaro interessamento. Qui Comey ha ricordato il confronto avvenuto nella sala ovale il 14 febbraio, il giorno dopo che lo stesso Flynn aveva rassegnato le sue dimissioni. Concluso il briefing sul terrorismo, il presidente chiese ai presenti di lasciarlo solo con l’allora direttore dell’FBI: Flynn – era questa l’opinione di Trump – non aveva fatto nulla di male nel discutere con le autorità russe prima dell’insediamento della nuova amministrazione, ma le dimissioni si erano rese necessarie perché non aveva riportato esattamente i contenuti delle conversazioni al vicepresidente Pence. Poi, le parole più problematiche: «È una brava persona. Spero che si possa lasciar correre su Flynn». Per i sostenitori del presidente, un semplice auspicio, per i critici una esplicita richiesta di non approfondire le indagini sulla posizione dell’ex consigliere. Nell’interpretazione di Comey, un’indicazione da seguire, ossia sostanzialmente un ordine.

Di questo confronto, l’ex direttore dell’FBI ha redatto un dettagliato rapporto, come del resto aveva fatto dopo il primo colloquio del 6 gennaio e dopo la cena del 27, durante la quale Trump gli chiese se volesse continuare a esercitare il suo incarico sottolineando di avere «bisogno di lealtà». Il motivo della redazione dei rapporti, poi proseguita anche per i successivi colloqui? Il timore che il presidente, un giorno, potesse mentire sulle questioni trattate durante gli incontri.

Che il presidente avvertisse la pressione del Russiagate si intende chiaramente dalle frasi della telefonata del 30 marzo, in cui Trump definì il caso ‘una nuvola’ che lo metteva in difficoltà nell’esercizio delle sue funzioni. Scontato il seguito: l’inquilino della Casa bianca era interessato a sapere se fosse possibile ‘rimuovere’ in qualche modo quella ‘nuvola’, ossia rendere pubblicamente noto che il presidente non era in quel momento sotto indagine. Il medesimo tema fu affrontato anche nella successiva conversazione, quella dell’11 aprile.

Secondo quanto riportato dall’avvocato personale di Trump Marc Kasowitz, la testimonianza di Comey ha confermato alcune verità fondamentali: in primis, che nei confronti del presidente non è stata aperta alcuna indagine, in secondo luogo, che l’interferenza russa non ha provocato alcuna alterazione degli esiti del voto e ancora che l’inquilino della Casa bianca non si è mai opposto all’inchiesta. Quanto, invece, a Comey, subito dopo la sua rimozione ha autorizzato la pubblicazione dei rapporti descrittivi dei suoi colloqui con il presidente, con l’obiettivo – ha asserito lo stesso ex direttore dell’FBI – che questa portasse alla nomina per il caso Russiagate di un procuratore speciale, come effettivamente è accaduto. Tuttavia, ha osservato Kasowitz, le informazioni sarebbero da considerarsi confidenziali e, dunque, Comey potrebbe essere chiamato a rispondere di quanto fatto. Nel pomeriggio americano di ieri è arrivata però dal Washington Post una indiscrezione particolarmente importante: il procuratore speciale Robert Mueller dovrebbe interrogare alti dirigenti dell’intelligence nell’ambito di una più ampia indagine che valuti se il presidente Trump abbia cercato di ostacolare il corso della giustizia.

Intanto, martedì scorso, è toccato al procuratore generale Jeff Sessions testimoniare: da una parte l’ex senatore dell’Alabama ha negato con forza qualsiasi collusione personale con le autorità di Mosca; quanto invece alla decisione di ricusarsi dall’indagine, questa è legata semplicemente al divieto imposto dalle regole del dipartimento di Giustizia di lavorare a inchieste riguardanti campagne elettorali a cui si è partecipato.

 

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24 maggio 2017

Rivelazioni alla Russia, bufera su Trump

Informazioni top secret rivelate dal presidente degli Stati Uniti in persona, Donald Trump, nel corso di un incontro con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Non è l'ennesimo colpo di scena di House of Cards, ma lo scoop giornalistico con cui il Washington Post sta facendo tremare la Casa bianca.

Il presidente Trump, nel corso di un lungo e amichevole colloquio della scorsa settimana con Lavrov e l’ambasciatore Sergey Kislyak, si sarebbe lasciato scappare qualche frase di troppo, «discostandosi dalla traccia che doveva seguire». Tra i dettagli rivelati, si legge tra le pagine del prestigioso quotidiano, ci sarebbero informazioni su una presunta minaccia di attentati dell’Isis, che avrebbe intenzione di colpire ancora, utilizzando dei computer portatili a bordo di aerei di linea. E in effetti, proprio per fronteggiare questa particolare allerta, gli Stati Uniti hanno recentemente vietato di portare in cabina laptop e tablet su tutti i voli provenienti da dieci dei principali aeroporti del Medio Oriente.

Trump si sarebbe quindi vantato con Lavrov dell’efficienza dell’intelligence statunitense, lasciandosi sfuggire qualche dettaglio di troppo sulla vicenda. E la notizia pubblicata dal Washington Post arriverebbe da fonti molto attendibili, per l’esattezza funzionari attuali e del recente passato, quindi sia dell’amministrazione Trump che di quella di Obama. La riposta del presidente degli Stati Uniti alla breaking news è arrivata ancora una volta attraverso il suo canale preferito, Twitter, con poche e provocanti parole, in perfetto stile Trump: «È tutto vero, e allora?». Una reazione arrivata insieme ai tentativi di smentita della Casa bianca e al consueto messaggio di appoggio del presidente russo Vladimir Putin, che ha smentito tutto, dichiarandosi «pronto a pubblicare le trascrizioni integrali dell’incontro tra Trump e Lavrov» per dimostrarlo. Adesso sono due le strade che si aprono per il President: si sgonfierà ancora una volta tutto, o sarà “impeachment” come nel Watergate del ’72.

 

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