21 maggio 2020

Turchia, epidemia contenuta e bassi tassi di mortalità

 

«Spero che quello che sto per dire non vi farà rilassare troppo ma, allo stato attuale, la pandemia è sotto controllo». Il ministro della Sanità pubblica Fahrettin Koca parla come sempre in modo pacato e si augura che le sue dichiarazioni non provochino un eccessivo entusiasmo. I numeri per descrivere la fine dell’emergenza sono, del resto, dalla sua parte: a due mesi dal primo caso registrato di Covid-19 in Turchia, i pazienti guariti sono circa il 70% di tutti quelli risultati positivi al virus e il numero di decessi quotidiano continua a calare. «A partire dalla quinta settimana da quando è esplosa la pandemia abbiamo avuto un andamento stabile nelle guarigioni», ricorda il ministro Koca il 13 maggio, dopo aver affermato che non è nemmeno necessario sfruttare pienamente la capacità di 50.000 test che la Turchia è in grado di effettuare ogni giorno considerato che si registrano sempre meno casi e vittime a livello quotidiano.

 

Il primo paziente risultato positivo al Covid-19 in Turchia è stato annunciato l’11 marzo, quando in Italia e in altri Paesi europei la situazione sanitaria era già in una fase critica. All’epoca, tutti gli Stati confinanti con la Turchia erano già risultati colpiti dal virus, tra questi anche l’Iran, da subito profondamente vessato dall’emergenza Coronavirus. Dopo due mesi, la Turchia ha superato la Repubblica Islamica diventando il primo Paese nel Medio Oriente per numero di casi registrati e il nono a livello mondiale. Guardando a questa classifica ciò che colpisce è che, fatta eccezione per la Russia, la Turchia è il Paese con il tasso di mortalità da Coronavirus più basso tra quelli maggiormente colpiti a livello mondiale. Con 49 vittime per milione di abitanti presenta una situazione migliore anche della Germania che, tra i Paesi più colpiti in Europa, risulta essere quello con il tasso di mortalità più basso e ha una dimensione demografica non troppo diversa da quella turca.

Come rivelato da un’analisi dell’Istituto francese Montaigne, la Turchia è stata in grado di sopravvivere alla crisi in modo migliore rispetto ad alcuni Paesi europei sia a causa della sua struttura sociale, in parte diversa dai Paesi occidentali, sia per motivi del tutto fortuiti. In molti Stati europei le case di riposo per anziani si sono rivelate i luoghi dove il Coronavirus ha colpito maggiormente; si stima che tra il 40% e il 60% delle vittime in Italia, Spagna, Francia e Belgio si siano registrate proprio in centri di assistenza per anziani. Questo tipo di strutture esistono anche in Turchia, ma per motivi sociali non sono così diffuse come nei Paesi occidentali. Nella stragrande maggioranza della società turca, portare un parente anziano in un centro di assistenza rappresenta infatti una sorta di tabù culturale. In generale, è infatti la rete familiare a prendersi cura dei propri parenti quando invecchiano, mentre tra la classe media che vive nelle grandi città è comune pagare una badante, spesso donne che provengono dalle ex Repubbliche sovietiche, che viene in casa per assistere i genitori anziani. In aggiunta a questo fattore, la giovane età media della popolazione – di poco superiore ai 30 anni – e il severo divieto completo di uscita imposto agli ultra sessantacinquenni fin dall’inizio della pandemia si sono rivelati elementi fondamentali per arginare il virus con successo. Questa situazione ha fatto svanire rapidamente le aspre polemiche sollevate, nella fase iniziale dell’emergenza, da associazioni mediche e cittadini turchi convinti che in breve tempo il Paese si sarebbe ritrovato peggio dell’Italia dal punto di vista sanitario.

 

La Turchia è stata colpita dal Covid-19 con qualche settimana di ritardo rispetto a molti Paesi europei e anche questo dato si è rivelato un vantaggio consentendo alle autorità di Ankara di sviluppare una preziosa esperienza guardando a ciò che accadeva in altri Paesi. Non appena la diffusione del virus è stata scoperta anche in Turchia sono state chiuse le frontiere e, gradualmente, interrotti tutti i collegamenti aerei a livello domestico e internazionale. Quasi immediatamente è stata presa la decisione di chiudere scuole, università, bar, cinema, ristoranti, parchi, negozi e luoghi di assembramento di ogni tipo. Vietati gli spostamenti nelle 31 maggiori province di Turchia. Con l’esplosione della pandemia, è stata anche presa la decisione di vietare la preghiera collettiva il venerdì permettendo ai fedeli di recarsi in moschea soli e di pregare mantenendo distanze di sicurezza. Non è permesso nemmeno l’iftar in pubblico, il pasto collettivo all’aperto dopo il tramonto che segue al digiuno durante il giorno come da tradizione per il ramadan, il mese sacro per l’islam che si sta celebrando oggi in Turchia come in tutto il mondo musulmano. Le strade delle grandi città si sono dunque completamente svuotate contemporaneamente alla crescita di casi e decessi durante il mese di marzo. Nei fine settimana sono stati imposti dei divieti totali di uscita se non per recarsi in farmacia o dal panettiere, unici esercizi commerciali a restare aperti. L’utenza del trasporto pubblico a Istanbul – dove ci sono la maggior parte di casi e decessi ‒ è calata del 90% a una settimana dall’imposizione delle misure per il contenimento del Coronavirus. Oggi la situazione è diversa, il ministro della Sanità ha dichiarato finita la prima fase dell’emergenza e gradualmente la situazione sta tornando alla normalità con la recente riapertura di barbieri e centri commerciali. Restano comunque chiusi scuole, attrazioni turistiche, bar, sale da tè, luoghi di intrattenimento e ristoranti, mentre è consentito entrare nei negozi e utilizzare mezzi pubblici e taxi solo muniti di mascherina.

 

Dal punto di vista della gestione dell’emergenza, l’aspetto più critico delle misure intraprese da Ankara ha riguardato il pellegrinaggio alla Mecca di 21.000 cittadini turchi durante il mese di marzo. È inspiegabile come il governo abbia permesso che così tanti pellegrini si muovessero verso l’Arabia Saudita per motivi religiosi proprio mentre la pandemia stava per esplodere. La decisione ha provocato in Turchia dure polemiche soprattutto dopo che 5.000 pellegrini sono stati messi in fretta e furia in quarantena in strutture improvvisate una volta rientrati in Turchia. Nonostante questa leggerezza, la situazione non è sfuggita di mano. Un altro elemento rilevante che ha contribuito a non appesantire troppo il bilancio del Coronavirus riguarda le strutture ospedaliere. Paragonata all’Europa, la Turchia è uno dei Paesi con meno posti letto negli ospedali, ma nello stesso tempo risulta tra gli Stati con il numero più alto di reparti per la terapia intensiva. La motivazione è dovuta all’esorbitante numero di ospedali privati che sono stati costruiti negli ultimi 15 anni, anche grazie a rapporti non troppo trasparenti tra mondo politico e settore edilizio. Paradossalmente, questa situazione si è rivelata fondamentale nella gestione delle crisi del Covid-19 per cui i reparti di terapia intensiva erano più utili dei regolari posti in ospedale.

 

Se dal punto di vista sanitario, per il momento, Ankara è riuscita con successo a limitare i danni del Coronavirus, la situazione dal punto di vista economico è ben diversa. Nonostante l’imposizione di divieti completi di uscita solo nei fine settimana con l’esplicito obiettivo di non fermare la produzione industriale, la chiusura di molte attività ha portato tantissimi turchi a non essere in grado di pagare l’affitto o addirittura le bollette mensili. L’allentamento delle esportazioni e l’arresto della macchina economica a causa del Coronavirus ha influito molto pesantemente anche sulla già debole valuta nazionale. In due mesi la lira turca ha perso gran parte del suo valore rispetto ad euro e dollaro, tornando ai livelli allarmanti della crisi economica dell’estate del 2018 e nel caso della moneta statunitense andando addirittura a toccare il record negativo assoluto. Il crollo della valuta nazionale si è lievemente arrestato a metà maggio, ma la situazione economica rimane precaria, lo era del resto anche prima dell’emergenza sanitaria, come dimostra il fatto che il pacchetto finanziario approvato dal governo per la gestione della crisi è risultato molto più basso rispetto agli aiuti erogati nei Paesi occidentali, mentre Erdoğan ha fatto un pubblico appello ai cittadini chiedendo incessantemente donazioni allo Stato per la lotta al Covid-19. La popolarità del presidente turco è tornata a crescere durante gli ultimi due mesi, ma ciò non stupisce troppo visto che il gradimento popolare dei leader politici è salito in generale in tutto in moltissimi Paesi durante la pandemia. Quello che colpisce di più è invece l’assenza di Erdoğan dalla sfera pubblica. Abituato a parlare più volte quotidianamente e su tutti i mezzi di comunicazione, durante la crisi del Coronavirus il presidente turco è pressoché scomparso. Le informazioni riguardo all’emergenza sono state quasi completamente affidate a Fahrettin Koca, medico personale della famiglia Erdoğan nominato nel 2018 ministro della Sanità pubblica. Il presidente turco non si è mai mostrato in pubblico con la mascherina ed è apparso sui media per sporadici interventi, spesso preregistrati, in cui ha sempre sostenuto che la Turchia avrebbe superato la crisi meglio dei Paesi occidentali. Erdoğan ha sempre tenuto fuori dai suoi discorsi pubblici qualsiasi riferimento alla situazione economica che, considerata la buona gestione dell’emergenza dal punto di vista sanitario, si è rivelata la principale vittima della pandemia in Turchia.

 

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Immagine: Poche persone in tempo di Coronavirus in piazza Taksim, Istanbul, Turchia (19 marzo 2020). Crediti: tolgaildun / Shutterstock.com

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