1 giugno 2020

USA, le ragioni della protesta

 

Nel 2015 la polizia degli Stati Uniti ha ucciso 1146 persone, 307 tra queste erano afroamericani. Nel 2016 i morti furono 1093 e tra questi i neri 266. I dati sul 2017 sono più completi e ci raccontano di 1477 uccisi, 149 tra questi erano disarmati e i neri erano 51. Le differenze tra Stati e dipartimenti di polizia sono abissali e non hanno nulla a che vedere con il tasso di criminalità così come il tasso di incriminazione dei poliziotti che uccidono non ha nulla a che vedere con la gravità degli atti compiuti (1%). La popolazione afroamericana degli Stati Uniti è pari a circa il 12% del totale e questi pochi dati messi in fila spiegano bene perché intere città d’America siano in fiamme dopo che il video in cui George Floyd viene soffocato a morte per nessun motivo è finito in rete.

Minneapolis, Los Angeles, Oakland, Denver, Cleveland, Washington, Chicago, Portland sono tra le città dove più forte è la protesta e in cui sono in vigore forme di coprifuoco. Ma ci sono differenze e questioni su cui porre l’attenzione. Partiamo dalla reazione delle forze dell’ordine che è molto differenziata e contribuisce non poco a far crescere la tensione o a calmare gli animi. Sui social network i video che mostrano azioni sopra le righe non si contano: SUV contro la folla a New York, pallottole di gomma contro le finestre aperte da parte della guardia nazionale in un quartiere tranquillo di Minneapolis, gesti razzisti da parte di agenti in divisa o in borghese, diversi fotoreporter, giornalisti, cameraman feriti, picchiati o arrestati.

 

Sui social network troviamo però anche la capo della polizia di Atlanta che parla con i manifestanti o lo sceriffo di Flint, la città natale di Michael Moore, che decide di marciare assieme ai manifestanti. Questa scelta dovrebbe venire particolarmente apprezzata perché tra le rivendicazioni che si sentono urlare in strada c’è proprio la richiesta di veder riconosciuta l’esistenza di un razzismo istituzionale. Poi ci sono migliaia di persone, la maggioranza, che ovunque manifestano pacificamente, impediscono i saccheggi, cacciano gruppi di manifestanti organizzati arrivati per scontrarsi con la polizia.

 

Chi manifesta lo fa con due diversi ordini di argomentazioni: uno più ideologico e radicato nella storia radicale della politica afroamericana; un altro meno articolato ma altrettanto duro. Il primo non invita necessariamente allo scontro ma lo giustifica con la storia della comunità nera: quando smetterà la violenza istituzionale, allora finiranno le reazioni violente. Prima non c’è nulla di cui scusarsi. La seconda spiegazione è la più diffusa e proviamo a sintetizzarla con le parole di una ragazza che urla alla polizia durante una manifestazione ad Atlanta: «Ci dite non bruciate la città, ci dite tornate a casa, ci dite non fate questo e non fate quello. Quel che vi chiedo è: cosa dobbiamo fare perché la giustizia funzioni per me allo stesso modo che per un poliziotto che uccide una persona inerme?». Il tema è lo stesso in entrambi i casi e lo riporta bene Keeanga-Yamahtta Taylor sul New York Times: «Se noi e coloro che stanno con noi non ci mobiliteremo per difenderci, nessuna istituzione lo farà mai. I giovani neri devono sopportare le contusioni causate dai proiettili di gomma o l’acre bruciatura dei gas lacrimogeni perché lo Stato ci ha abbandonati. Le vite dei neri contano (Black Lives Matter) solo se le faremo contare noi».

Ci sono città che hanno affrontato il tema dell’uso eccessivo della forza da parte della polizia con nuove regole di ingaggio e corsi su come intervenire in casi in cui la persona di cui si devono occupare sia palesemente affetta da qualche forma di disagio mentale. Ma il problema è più radicato e profondo e non si risolve con il re-training. Lo dimostra la mancata messa in stato di accusa di chi, padre e figlio, ha ucciso Ahmaud Arbery mentre faceva jogging due settimane fa in Georgia. I due sono finiti in carcere solo dopo che il video del loro omicidio a sfondo razziale è divenuto virale; prima di allora il caso era stato derubricato come legittima difesa – alcuni Stati hanno leggi che espandono la portata di questa fattispecie a dismisura, il frutto del lobbying della NRA, la lobby delle armi da fuoco.

 

Qualche giorno fa a Central Park, New York, un afroamericano ha chiesto a una donna bianca di tenere il suo cane al guinzaglio e lei, in tutta risposta, ha chiamato la polizia dicendo «c’è un nero che mi minaccia». Anche questa scena è finita in rete, la donna è stata licenziata e all’uomo non è successo nulla. Ma immaginate se sul posto fosse arrivata una pattuglia con il poliziotto che ha ucciso George Floyd. A chi avrebbe creduto? E se l’uomo avesse dato in escandescenze di fronte a una denuncia senza fondamento, come avrebbe reagito la pattuglia? La morte di Floyd e questo episodio minore raccontano con la cronaca quella sensazione di costante tensione e paura di cui ha parlato la sindaca di Atlanta Keisha Lance Bottoms parlando dei suoi figli adolescenti che probabilmente erano in strada durante le manifestazioni o quella descritta da Ta-Nehisi Coates: «La minaccia della violenza è sempre presente. Penso a quanto del mio spazio mentale sia stato posseduto dal tenere al sicuro il mio corpo, a quanto abbia avuto a che fare con il modo in cui ero vestito, con chi camminavo, a come mi comportavo (…). La minaccia non ci abbandona mai del tutto. Perché una volta che non abbiamo più paura del quartiere, si scopre che in realtà dobbiamo avere un po’ di paura proprio per le persone pagate con le nostre tasse per proteggerci».

 

Il problema del razzismo istituzionale, sostiene Konnie Hasset-Walker, che studia il tema e insegna Criminal Justice alla Kean University, è radicato nelle origini della polizia americana: al Sud si trattava della ex polizia degli schiavi, nelle grandi città di squadre per mantenere l’ordine pubblico minacciato da immigrati, masse di poveri e neri.

A feccia e teppisti ha fatto riferimento il presidente Trump, che punta chiaramente a sfruttare i disordini come strategia elettorale. Il presidente spera che lo spavento faccia irrigidire una parte di America bianca più moderata che non voterebbe per lui in tempi normali. La presenza nelle foto di alcuni personaggi legati all’estrema destra nelle piazze – oltre che gruppi di quelli che qui chiameremmo black block – lascia intuire che Trump non è il solo a voler approfittare del disordine.

 

Nel 2014 gli USA furono scossi dalle proteste di Black Lives Matter e da allora una generazione di attivisti e intellettuali neri lavora per dare voce a una comunità che in questi mesi è anche vittima predestinata del Coronavirus. Dalle marce per i diritti dei primi anni Sessanta alle rivolte del Sessantotto, passando per Watts, messa a ferro e fuoco nel 1995 quando il pestaggio di Rodney King venne per caso ripreso da una telecamera, il tema del rapporto tra istituzioni e popolazione afroamericana si ripropone tragicamente identico. In questi anni di tecnologie è cresciuta la visibilità degli episodi: George Floyd o Philando Castile, ucciso anche lui a Minneapolis, li abbiamo visti morire tutti.

 

In un articolo di recente pubblicazione Omar Wasow, professore a Princeton, raccoglie i dati relativi alle proteste e verifica come la narrazione costruita dalla politica e dai media attorno alle proteste dipenda molto dalle tattiche usate dai manifestanti. I successi politici per gli afroamericani sono venuti quando la tattica è stata quella della resistenza passiva e la risposta delle istituzioni brutale. Come e cosa sarà di questa ondata del 2020 non possiamo prevederlo. Possiamo però dire due cose, la prima la dice bene Kareem-Abdul Jabbar: «Quel che dovreste vedere quando guardate ai manifestanti neri nell’era di Trump e del Coronavirus sono persone spinte al limite, non perché vogliono bar e saloni di bellezza aperti, ma perché vogliono vivere, respirare. Quel che vedete dipende dal fatto che viviate nell’edificio in fiamme o che siate davanti alla TV in attesa dell’inizio di NCIS». L’altra osservazione è meno profonda: il tema della giustizia, del carcere e della violenza istituzionale nei confronti delle minoranze rimarrà alto nell’agenda politica. Chissà che prima o poi un presidente si decida ad affrontarlo.

 

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Immagine: Manifestanti nel centro di Orlando, Florida, in seguito alla morte di George Floyd (30 maggio 2020). Crediti: Ira Bostic / Shutterstock.com

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