28 aprile 2017

Un argine contro la frammentazione dei partiti

di Fortunato Musella

In molti hanno tirato un sospiro di sollievo quando il voto olandese, alle prese con il pericolo dell’affermazione di una forza populista di destra, parte di un fronte xenofobo e anticomunitario sempre più vasto nel vecchio continente ha visto, invece, affermarsi una tendenza molto diversa, con i partiti tradizionali che sostanzialmente confermano la loro base di consenso. Di diga olandese si è parlato a questo proposito in diversi Paesi europei, tra cui il nostro. Una metafora che non fa bene alle formazioni non populiste, relegate, in una fase di forte malessere e di grande domanda di cambiamento, in una posizione solo passiva. Come appunto una barriera, che riesce a contenere (almeno provvisoriamente) l’impatto delle acque, che minacciano certo l’esistente, ma sono portatrici del tanto invocato cambiamento. Tuttavia, sia l’immagine che la sua obiezione non tengono conto di un importante problema emerso in queste ultime consultazioni, rispetto al quale neanche la diga olandese può reggere. La recente sconfitta del populismo olandese dischiude, infatti, un difficile scenario rispetto alla stabilità governativa. In un quadro in cui ben tredici partiti sono riusciti a conquistare scranni parlamentari, il primo ministro uscente Mark Rutte è ancora alla guida del più grande di essi. Tuttavia, è ora costretto a formare una coalizione con almeno altri tre partiti per raggiungere la maggioranza, il che non sarà affatto semplice: si pensi che già nel 2010, per quanto il governo di coalizione fosse coerente con la cultura politica e la pratica istituzionale dei Paesi Bassi, le contrattazioni per il nuovo esecutivo sono durate quattro mesi. Il quadro attuale sembra anche peggiorato in termini di frammentazione politica rispetto alle consultazioni del 2012, quando due formazioni politiche riuscivano a ricoprire un quarto dei consensi, rendendo così possibile l’alleanza liberal-laburista. I Paesi Bassi si trovano a vivere una difficoltà che riguarda numerose democrazie contemporanee: a fronte della crescente frammentazione dei sistemi di partito, laddove non esistono meccanismi elettorali che riducano l’accesso alla rappresentanza, o incentivino i partiti all’unità, la formazione e il funzionamento del governo diventano sempre più complicati. Di una diga avrebbe bisogno anche il nostro Paese. La Seconda Repubblica è nata con l’aspirazione maggioritaria di semplificare il formato della competizione politica, con il bipartitismo inglese a costituire il sogno proibito del riformatore. Per ragioni che Giovanni Sartori spiegava già nel corso degli anni Ottanta*, in Italia non si è esplicato un nesso di casualità tra innesto delle regole maggioritarie e riduzione del numero dei partiti: di fatto l’assemblea legislativa ha continuato a frammentarsi nel corso degli ultimi due decenni, anche con la complicità di regolamenti parlamentari che non riuscivamo a contenerne l’eccessivo pluralismo**. Se nella lunga (per alcuni infinita) transizione italiana sembrava almeno essersi instaurato un meccanismo bipolare di confronto tra coalizioni di partiti, per quanto variegate e litigiose, le ultime consultazioni nazionali segnano una netta battuta di arresto a tale tendenza: con l’incredibile performance elettorale del Movimento 5 stelle, che conquista il 25 % dei voti alla prima prova nazionale, il sistema dei partiti diventa (almeno) tripolare, con una ben chiara dinamica al frazionismo, intracoalizionale e intrapartitica, poi confermata anche dal destino del Partito democratico. La crescente frammentazione partitica ha trovato una sponda nella legislazione elettorale, che ha assunto livelli incrementali di proporzionalità. Dalla legge Mattarella del 1993 con la quale si introduceva il collegio uninominale, in uno schema di ripartizione dei voti in seggi per tre quarti maggioritario, si è passati a quella Calderoli del 2005, proporzionale con premio di maggioranza, liste bloccate e diverse clausole di accesso. Nel 2013, una pronuncia della Corte costituzionale ha poi dichiarato incostituzionale il sistema elettorale vigente, aprendo la strada per ipotesi proporzionali pure. Il cambio di direzione sembra coerente con il mutato clima dell’opinione pubblica che, anche come reazione al fallimento della riforma renziana per via referendaria, si sta orientando con maggiore favore verso formule politiche che favoriscano il compromesso, anche al costo del sacrifico della governabilità. Del resto esso è anche completamente in linea con la tradizione politica primo-repubblicana, anche se ora è calata in una fase di crisi dei partiti e della loro capacità di imprimere disciplina ai proprio membri. Così, mentre i sondaggi cercano di anticipare quale partito potrebbe arrivare primo alle prossime elezioni, il pericolo principale è che l’Italia resti sospesa, senza un esecutivo come nella recente esperienza spagnola, o con un governo dalle larghe (forse larghissime) intese, garantito da un premier accomodante. Rispetto alla destrutturazione partitica, che come visto non è una caratteristica solo italiana, la soluzione del proporzionale può equivalere così a sfondare una diga aperta.

 

* Avrebbe evitato numerose illusioni una lettura attenta del saggio di G. Sartori, Le «leggi» sulla influenza dei sistemi elettorali, in Rivista italiana di scienza politica, 14, 1, 1984, pp. 3-40. ** F. Musella, Regolamentare il Parlamento, in Il Premier diviso. Italia tra presidenzialismo e parlamentarismo, Milano, Egea-Bocconi, 2012, pp. 125-152.

 


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