7 novembre 2019

Un bilancio della Commissione Juncker

di Matteo Miglietta

Doveva essere la Commissione europea dell’“ultima occasione”. Invece potrebbe passare alla storia come quella della “occasione mancata”, per non essere riuscita – e non sempre per colpe proprie – a schiacciare sull’acceleratore del processo d’integrazione europeo fino a garantire un futuro all’Unione Europea (UE).

Anche se formalmente non è ancora ultimato, il mandato della Commissione guidata da Jean-Claude Juncker è già volto al termine. Dal 1° novembre, l’ex primo ministro lussemburghese avrebbe dovuto lasciare il suo ufficio a palazzo Berlaymont alla tedesca Ursula von der Leyen. L’inizio della presidenza di quest’ultima, però, si sta rivelando più complicato del previsto e ha costretto Juncker a rimanere in sella almeno fino al 1° dicembre, anche se esclusivamente per sbrigare gli affari correnti.

 

Tempo di bilanci

A differenza di von der Leyen, Juncker aveva imposto ai governi europei di non presentare dei candidati commissari tecnici, ma politici. Secondo il presidente, questa strategia sarebbe stata il miglior modo per combattere la retorica che descrive le istituzioni comunitarie come gestite da burocrati non eletti. Una scelta figlia anche del fatto che proprio Juncker è stato il primo presidente scelto attraverso il metodo degli Spitzenkandidaten, secondo il quale la guida della Commissione spetta al candidato di punta del partito uscito vincitore dalle elezioni europee. Una scelta considerata lungimirante in quel momento, che però ha pagato solo in minima parte, vista l’ascesa dei partiti euroscettici negli ultimi anni.

 

Il rilancio della crescita

Durante il suo ultimo discorso davanti al Parlamento europeo, il 22 ottobre, Juncker ha sventolato con orgoglio i dati sulla crescita economica in Europa. «Stiamo vivendo il 25mo trimestre di crescita consecutivo […]  Abbiamo creato 14 milioni di posti di lavoro. La disoccupazione è ai livelli più bassi dal 2000. 241 milioni di europei hanno un lavoro e il tasso di occupazione è del 73,9%», ha dichiarato. Difficile smentire i numeri, ma è interessante capire in che modo si è arrivati a questi dati, confrontandoli, ad esempio, con la Settima relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale pubblicata dalla Commissione europea nel settembre 2017. Tale relazione dimostra che, dopo la doppia recessione del 2008 e del 2011, le disparità regionali in Europa hanno ricominciato ad assottigliarsi, ma a crescere di più sono stati soprattutto i territori più ricchi. Le regioni con un PIL pro capite vicino alla media dell’Unione, invece, sembrano bloccate nella “trappola del reddito medio”, che significa ricchezza in lenta discesa e un settore manifatturiero che stenta a riprendersi.

Per dare una risposta concreta alla crisi economica, la Commissione UE ha puntato fin da subito sul Piano per gli investimenti strategici da 315 miliardi, meglio conosciuto come “Piano Juncker”. Lo strumento è stato il cemento che è riuscito a rinnovare il patto fra socialisti e popolari a inizio legislatura. Grazie alle garanzie offerte dal bilancio UE e dal gruppo della Banca europea per gli investimenti, la strategia avrebbe dovuto rilanciare gli investimenti nel continente. L’esecutivo parla di un grande successo con 439 miliardi di euro mobilitati e oltre un milione di posti di lavoro creati. Tuttavia, vista la difficoltà di verificare i numeri forniti, solo i posteri saranno in grado di comprendere se questo abbia davvero funzionato. I più critici parlano di un “effetto moltiplicatore” per gli investimenti abbastanza fumoso e poco trasparente.

 

La gestione delle crisi

I cinque anni della Commissione Juncker non sono certo stati facili. Il succedersi di alcune fra le crisi più gravi degli ultimi decenni, da quella economica a quella migratoria, fino alla guerra dei dazi innescata dal presidente USA Donald Trump, ne hanno scandito il difficile cammino. Fin dai primi giorni, quando a novembre 2014 scoppiò lo scandalo Luxleaks sui segreti fiscali del Lussemburgo.

La crisi greca è stata certamente una delle più gravi che Juncker abbia dovuto attraversare e gestire da protagonista. Prima respingendo gli attacchi di chi, come il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, avrebbe voluto abbandonare la Grecia al suo destino facendola uscire dalla zona euro. Poi spendendosi in prima persona nella campagna referendaria del luglio 2015 per l’approvazione del nuovo piano di supporto finanziario proposto dalla “troika” (Commissione, BCE e FMI). Alimentando anche la falsa narrativa secondo cui una vittoria del “NO” avrebbe portato a un’uscita del Paese dall’Eurozona. Juncker è solito definire un grande successo l’essere riuscito a mantenere Atene agganciata alla moneta unica. Anche in questo caso, però, andrebbe capito a quale prezzo sia stato possibile tutto questo.

La gestione dell’altra grande crisi dell’ultimo quinquennio, quella migratoria, non è riuscita invece a tradursi in risultati concreti. Risale al marzo 2015 la prima proposta dell’esecutivo per il ricollocamento dei richiedenti asilo e all’aprile 2016 quella di riforma del regolamento di Dublino. L’opposizione di molti Stati membri, però, ha bloccato tutto allo stadio embrionale riuscendo spesso – ingiustamente ‒ a far ricadere le colpe del mancato approccio europeo alla problematica proprio sulle istituzioni UE.

 

I rimpianti sulla Brexit

Se non si fossero messi in mezzo gli infiniti rinvii che stanno scandendo il processo di uscita del Regno Unito dall’UE, la Commissione Juncker sarebbe diventata la prima della storia a terminare il mandato con un numero di Stati membri UE inferiore rispetto a quando è entrata in carica. Il presidente lussemburghese ha ripetuto più volte di considerare come un grosso errore quello di aver dato ascolto all’allora premier David Cameron accettando di non entrare nella campagna referendaria del giugno 2016, contrariamente a quanto successo invece con la consultazione greca. «Saremmo potuti essere gli unici a distruggere le bugie che stavano circolando. Ho sbagliato a rimanere zitto in un momento così importante» ha ripetuto più volte. Chissà se una decisione diversa sarebbe stata in grado di cambiare il corso della storia.

 

Immagine: Jean-Claude Juncker (7 maggio 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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