12 dicembre 2017

Un cielo sempre più blu, di nuovo

di Giuseppe Surdi

«Make our skies blue again». Così ha detto il premier cinese Li Keqiang all’apertura della quinta sessione della XII Assemblea nazionale del popolo, parafrasando – non sappiamo se per ironia del traduttore o per propria volontà – lo slogan del presidente Trump. Certo è che il tema dell’aria pulita, dei cieli sgombri dallo smog, di una riduzione dell’inquinamento non solo atmosferico e delle emissioni e più in generale di un modello di sviluppo sostenibile è diventato nel corso del tempo sempre più centrale del dibattito e delle scelte politiche cinesi.

Il problema dell’inquinamento è avvertito, in maniera carsica, come cruciale a tutte le latitudini e longitudini del globo, e assume talvolta la forma della preoccupazione per i rischi per la vita umana e l’ecosistema, dalla chiusura delle fabbriche per rendere l’aria respirabile per le Olimpiadi cinesi nel 2008, alle più vicine chiusure al traffico delle nostre città, alla preoccupazione per i rifiuti galleggianti che coprono intere aree di mari che immaginavamo incontaminati, alla valutazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità circa l’impatto in termini di morti premature che assume dei valori impressionanti: oltre 6 milioni di morti premature derivanti dall’inquinamento atmosferico, di cui poco meno della metà concentrate in Cina e India, e altrettante connesse a fattori ambientali, che rischiano di aggravarsi severamente nel caso di cambiamenti climatici più intensi.

Proprio il cambiamento climatico è l’altro grande spettro che aleggia tra le persone, spaventate da eventi atmosferici che percepiscono più instabili e dal deteriorarsi delle condizioni dell’ambiente in cui vivono, e tra le cancellerie a livello mondiale. Forse anche alla Casa Bianca, dove, nonostante il ritiro dall’Accordo di Parigi del presidente Trump, qualche riflessione comunque deve essere in corso se ogni tanto emergono notizie come la volontà di proseguire nel protocollo di Montreal contro il buco dell’ozono e l’autorizzazione alla pubblicazione  ̶  senza impedimenti o censure di sorta  ̶  del quarto rapporto quadriennale sulla scienza climatica negli USA, che ribadisce sotto il profilo scientifico il ruolo dell’attività umana nell’innalzamento della temperatura globale spesso negato da esponenti dell’attuale amministrazione americana e del partito repubblicano.

Il Climate Science Special Report, elaborato da scienziati rappresentanti le agenzie federali, i laboratori nazionali, le università e il settore privato, sotto l’egida dell’U.S. Global Change Research Program costituito da 13 enti federali tra dipartimenti e agenzie, infatti, individua nell’influenza umana la causa esplicativa principale dell’incremento della temperatura media a livello globale osservata dalla metà del XX secolo, pari solo nel periodo 1986-2016 a 0,65 °C, che ha portato l’aumento complessivo a partire dall’inizio del ’900 a 1 °C: temperature medie che secondo il rapporto sono tra le più alte e con il tasso di incremento più elevato degli ultimi 1700 anni, per i quali è possibile ricostruire il livello delle temperature globali.

Il riscaldamento globale e tutti gli effetti climatici a questo legati, come eventi atmosferici estremi, lo scioglimento dei ghiacci del Circolo polare artico, il riscaldamento, l’innalzamento e l’acidificazione degli oceani, sono determinati, tramite l’effetto serra, dall’accumularsi in atmosfera di CO2, che ha superato la concentrazione di 400 parti per milione (ppm), livello che secondo il rapporto degli scienziati americani non si registrava sulla terra da oltre 3 milioni di anni, ma che diversamente dal remoto passato è stato raggiunto in prevalenza a causa dalle emissioni inquinanti dell’attività industriali, di trasporto, di produzione e consumo di energia, cibo ecc. degli uomini.

Le emissioni globali di anidride carbonica determinate dallo sfruttamento umano delle fonti fossili e dall’attività industriale è passato da una media annua di oltre 11 miliardi di tonnellate di CO2 degli anni ’60 a più di 34 miliardi di tonnellate annue attuali secondo il Global Carbon Project, un picco che per gli scienziati americani non ha analoghi negli ultimi 50 milioni di anni.

Per evitare un incremento della temperatura globale di 2 °C sopra il livello dell’epoca preindustriale, che è considerato dalla comunità scientifica internazionale come il valore critico da non superare a pena di eventi climatici imponderabili e un’evoluzione del sistema climatico della Terra a oggi non prevedibile, bisognerebbe quindi non accumulare ulteriore CO2 in atmosfera. Stare ben al di sotto dei 2 °C o raggiungere al massimo 1,5 °C, ovvero perseguire l’obiettivo stabilito dall’art. 2 dell’accordo di Parigi del 2015, secondo gli scienziati USA richiede riduzioni significative nelle emissioni nette globali di anidride carbonica già prima del 2030.

La dimensione della sfida è necessariamente globale e nazionale, come il presidente cinese Xi Jinping ha di fatto sottolineato al XIX Congresso del Partito comunista cinese, evidenziando che la Cina ha assunto un ruolo guida nella cooperazione internazionale per la lotta al cambiamento climatico.

Come evidenzia l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) nell’ultimo World Energy Outlook, sotto il profilo ambientale ed energetico “quando la Cina cambia, tutto cambia”, e di certo il piano da 360 miliardi di dollari di investimenti in nuovi impianti di produzione da energie rinnovabili entro il 2020 annunciato dalle autorità di Pechino, che dovrebbero arrivare a generare, secondo la National Energy Administration, la metà dell’energia elettrica cinese, da un lato, e, dall’altro, la volontà nel prossimo futuro di bandire la produzione e la vendita di veicoli che non siano elettrici danno chiara la direzione del cambiamento.

La strategia energetica cinese si fa quindi sempre più verde, puntando peraltro a un forte incremento dell’efficienza nel consumo dell’energia per favorire il disaccoppiamento tra crescita economica e crescita dello sfruttamento delle risorse fossili, oltre che per aprire nuovi mercati e permettere la crescita di settori  industriali e di nuova occupazione, stimata in 13 milioni di persone entro il 2020. In questa prospettiva il fenomeno della crescita dell’elettricità all’interno dei consumi energetici, cosiddetta elettrificazione dei sistemi energetici, e in particolare la mobilità elettrica sembrano assumere un ruolo cruciale – in Cina sono state vendute secondo l’AIE quasi la metà delle 750.000 vetture distribuite a livello globale nel 2016 – anche per l’esigenza di decarbonizzare il settore dei trasporti, al pari di quanto sta avvenendo in altri contesti a livello globale.

Nell’ambito dei trasporti, ad esempio, in Europa la Norvegia punta alla vendita esclusiva di veicoli per passeggeri a emissioni zero già a partire dal 2025, mentre Francia e Gran Bretagna individuano nel 2040 la data per vietare l’immatricolazione di nuove vetture a benzina o diesel, mentre l’India individua un ambizioso obiettivo di vendita di auto esclusivamente elettriche nel 2030, senza però indicare soluzioni regolatorie vincolanti e lasciando però al mercato – col supporto di meccanismi di incentivazione lato produzione e lato consumo – il compito di raggiungerlo. Approccio quest’ultimo analogo a quello degli Stati Uniti, che peraltro non sono riusciti a raggiungere l’obiettivo fissato da Obama di 1 milione di auto elettriche  sulle strade entro il 2015, fermandosi a circa 560.000 vetture, comunque pari a un quarto dei 2 milioni di vetture elettriche a livello mondiale secondo i dati del Global EV Outlook 2017 dell’AIE, inferiore soltanto alle circa 650.000 vetture immatricolate in Cina.

La mobilità elettrica per quanto centrale, – l’AIE stima che entro il 2040 tali vetture passeranno da 2 a 240 milioni a politiche attualmente annunciate – e pur implicando una trasformazione intersettoriale di una portata di cui oggi non si ha piena consapevolezza, non esaurisce il novero delle scelte di politica energetica e delle traiettorie tecnologiche.

Negli Stati Uniti, dove la rivoluzione dello shale gas pare abbia fatto molto anche in termini di emissioni, si procede in ordine sparso: a livello federale è stato dato un colpo di freno a mano alle politiche verdi di stampo obamiano, mentre mondo degli affari green, ormai di un certo peso specifico tra i gruppi di interesse americani, città e singoli Stati USA stanno procedendo autonomamente con prospettive di rilievo, a partire della California che ormai con una sorta di diplomazia parallela propugna a livello internazionale il proprio modello di sviluppo.

Non diversamente in Europa, dove sebbene la traiettoria complessiva sia da tempo orientata a combattere il cambiamento climatico, dopo la definizione degli obiettivi vincolanti per il 2020 ormai alle porte poco è stato fatto di concreto per definire il percorso collettivo successivo, e i singoli Paesi presentano una varietà, che è anche ricchezza, di problematiche e approcci significativa: dall’obiettivo danese del 50% di energia prodotta da rinnovabili entro il 2030, per arrivare al 100% entro il 2050 come la Svezia, alle difficoltà italiane di individuare un percorso che solo di recente pare aver trovato una definizione.

Senza il pieno coinvolgimento, oltre alla Cina, agli USA e all’Europa, dell’India – che peraltro secondo alcuni osservatori sembra indirizzata nel perseguire gli obiettivi di Parigi – e in prospettiva dell’Africa, dove è prevista la più alta crescita demografica negli anni a venire, qualsiasi prospettiva di lotta al contenimento delle emissioni, e quindi al cambiamento climatico, è destinata a fallire.   

Ma i segnali di una grande trasformazione in atto sono comunque ricorrenti, se si pensa, ad esempio, che persino in Medio Oriente si sta procedendo allo sviluppo di grandi piani energetici green, come in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti.

Purtroppo come evidenzia il World Energy Outlook 2017, le politiche attualmente adottate dai diversi Paesi e quelle a oggi annunciate determinerebbero un aumento seppur contenuto delle emissioni globali da qui al 2040 e non una riduzione, nonostante la progressiva decarbonizzazione in particolare della produzione di energia elettrica.

Già nel 2017, dopo tre anni di stasi tra il 2014 e il 2016, le emissioni di CO2 sono stimate di nuovo in aumento, a causa di un nuovo significativo incremento proprio in Cina e India. Se questo sia dovuto alle ovvie difficoltà di una transizione dal carbone a energie più verdi per un Paese in crescita come la Cina, come sostenuto da alcuni commentatori, oppure sia l’effetto paradossale proprio del cambiamento climatico che ha determinato un’estate secca, ridotto le risorse idroelettriche e costretto a un maggior ricorso al carbone, secondo altri, poco rileva, ma evidenzia le difficoltà di un percorso che riguarda tutti.

Per riuscire nell’intento di preservare il pianeta dovremmo anzitutto condividere l’idea, parafrasando un bel monologo di Al Pacino, che la sopravvivenza è un gioco di gradi centigradi, che il mondo è una squadra che combatte per 1 °C e che sappiamo che quando andremo a sommare questi gradi centigradi, potrà fare la differenza tra vivere e sopravvivere. E quindi fare scelte consequenziali, puntando da un lato su una rivoluzione tecnologica che sembra ancora di la da venire secondo gli esperti, e questo lascia spazio a chi voglia investire strategicamente in R&S, e dall’altro a una trasformazione del modello di produzione e consumo, come quella prospettata a partire da Georgescu-Roegen fino ai sostenitori, da ultimo, dell’economia circolare.

 

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