04 luglio 2014

Un futuro in salita per l’Afghanistan

di Giovanni Bensi

In Afghanistan si aspetta ancora di sapere chi sarà il futuro presidente, dopo le elezioni di aprile e il ballottaggio di giugno. I cittadini, di ogni ceto, dai politici ai semplici cittadini, temono che il cambio di potere porterà ad una destabilizzazione politica, mentre è sempre più minaccioso lo spettro del ritorno dei taliban. Dietro le quinte molti in Afghanistan guardano con inquietudine alla prospettiva di essere abbandonati da Washington, l’alleato chiave e il protettore del paese.

Secondo le previsioni di Kabul, le forze straniere rimarranno nel paese dopo che quest’anno è scaduto l’incarico della missione militare NATO, come stabilito nel trattato bilaterale sulla sicurezza (Bilateral Security Treaty), che però il governo del presidente uscente Hamid Karzai non ha ancora firmato. Entrambi i candidati presidenziali, invece, si sono già impegnati a firmare questo trattato che consente a circa 10.000 soldati americani di rimanere nel paese ancora per due anni.A Washington questo trattato è giudicato necessario perché le truppe possano rimanere in Afghanistan. Tuttavia per molti è stata una sorpresa la dichiarazione del presidente statunitense Barack Obama che dopo il 2014 Washington lascerà solo 9.800 soldati e alla fine del 2016 li evacuerà praticamente al completo. Questa dichiarazione ha di nuovo sollevato dubbi in Afghanistan sugli impegni militari e finanziari degli Stati Uniti. Molti sono preoccupati che senza l’assistenza straniera le forze di sicurezza afghane non riusciranno a tenere a bada i taliban mentre il paese può ripiombare nel caos. Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, i due candidati alla presidenza che si sono affrontati nel ballottaggio del 14 giugno, si sono espressi con prudenza circa i piani degli Stati Uniti per il ritiro completo delle truppe. In un’intervista a France-24 Abdullah Abdullah ha esortato ad una “soluzione responsabile”. E Abbas Noyyan, portavoce di Ashraf Ghani ha dichiarato alla redazione afghana di Radio Azattyk (Radio Libertà in Kazakhstan) che il piano degli USA non è “motivo di preoccupazione”. Non appena sono stati diramati i primi dati sul secondo turno delle elezioni presidenziali, che si è tenuto il 14 giugno, sono cominciate le contestazioni sulla regolarità del voto. Le accuse di brogli e manipolazioni sono così gravi da costituire una minaccia proprio la prima volta che si profila un cambiamento democratico del potere nel paese. I risultati saranno noti solo il 22 luglio, quando sarà possibile conteggiare anche le schede provenienti dalle zone più remote del paese. Secondo i primi risultati provvisori, il nuovo presidente della Repubblica Islamica, che sostituirà Hamid Karzai, sarà con ogni probabilità l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah che già al primo turno aveva raggiunto il 45% dei voti ma non era stato in grado di superare la soglia del 50%+1, necessario per essere eletto senza il ballottaggio. L’affluenza al secondo turno è stata, secondo i dati ufficiali, del 58% una cifra singolarmente alta per le condizioni afghane, e quindi motivo di polemiche. È già chiaro che il passaggio dell’Afghanistan alla nuova presidenza sarà tutto in salita. Abdullah Abdullah ha affermato che la sua squadra di osservatori ha scoperto brogli di massa a cominciare dal momento in cui sembrava che Ashraf Ghani andasse incontro ad una sconfitta. Dopo aver dichiarato di non aver più fiducia nella Commissione elettorale indipendente (CEI), Abdullah si è anche detto pronto a uscire dal sistema elettorale nazionale, proponendo che lo scrutinio dei voti sia affidato a una commissione guidata dalle Nazioni Unite. Ashraf Ghani ha fatto appello ai partiti politici affinché rispettino il “corso dello scrutinio”. Inoltre, un portavoce di Ashraf Ghani ha dichiarato che è necessario sottoporre il risultato delle elezioni “al giudizio della magistratura in conformità con la legge afghana” e che “nulla deve essere al di sopra della legge”. Quanto la situazione sia precaria si vede anche nella disputa sorta intorno all’affluenza sorprendentemente alta alle urne e dall’aumento delle votanti fra le donne, perfino nelle regioni a rischio, e poi anche dalle dichiarazioni contraddittorie sul livello dei brogli. La disputa è incominciata già alcune ore dopo la chiusura dei seggi, quando il capo della CEI Yusuf Nuristani ha affermato che, secondo i resoconti provvisori, l’affluenza aveva superato i sette milioni di elettori (lo stesso dato registrato al primo turno del 5 aprile) e che “i brogli sono stati assai più contenuti che la volta scorsa”. Eppure nel giorno delle elezioni, il 14 giugno, molti media avevano sottolineato la bassa affluenza di elettori nelle maggiori città. Dalle campagne giungevano notizie secondo cui in molti seggi non c’era nessuno, solo i funzionari delle commissioni elettorali e gli osservatori. Questi ultimi, per esempio quelli appartenenti alle organizzazioni Free and Fair Election Forum of Afghanistan (FEFA) e Transparent Election Foundation of Afghanistan (TEFA) hanno registrato che l’affluenza è stata più bassa rispetto al primo turno, mentre il livello di corruzione è stato più alto. Il direttore della TEFA Naim Ayyubzada, che ha monitorato la votazione con circa 8.000 osservatori, ha prudentemente definito le cifre della CEI “gonfiate” sostenendo che l’affluenza reale è stata dai cinque ai sei milioni. La maggior parte delle verifiche si è concentrata nell’Afghanistan orientale, la base elettorale di Ashraf Ghani. Naim Ayyubzada ha fornito un particolare che la dice lunga sui brogli. Secondo il funzionario, il numero dei voti scrutinati nelle province orientali di Khost, Paktia, Paktika, Nangarhar e Logar supera tutta la popolazione adulta del paese ed ha logicamente osservato che ciò “può essere solo il risultato di brogli”. Contemporaneamente Nader Naderi, dirigente della FEFA, che il giorno delle elezioni aveva messo in campo circa 9.000 osservatori, ha detto che si è constatato “un aumento di due volte e in alcuni casi di tre volte” dei voti espressi nelle province orientali. A suo parere, espresso “diplomaticamente”, per ora è presto per affermare che questo aumento è dovuto a manipolazioni, ma che la circostanza “suscita domande”. Nel campo di Ashraf Ghani si dice che l’elevata affluenza è il risultato del fatto che in quelle regioni era stata svolta una buona campagna elettorale, soprattutto fra le donne, le quali, secondo i dati ufficiali, rappresentavano il 38% di tutti i votanti. Il voto delle donne è stato anche un tema di contestazione, soprattutto nelle zone a maggioranza pushtun nel sud e nell’est del paese, dove tradizionalmente solo pochissime donne prendono parte alle elezioni e dove al voto del 2009 è stata registrata la maggior parte dei brogli. Nella giornata elettorale molti seggi femminili (anche al voto vale la separazione dei generi) non disponevano di un sufficiente numero di addetti, per cui era più complicato monitorare l’andamento della votazione. È stata osservata anche la “votazione fiduciaria” nella quale i mariti votano a nome delle proprie mogli. Come ha dichiarato la FEFA, uomini sono stati visti in 114 seggi femminili e minori sono stati notati in 377. Sia la FEFA che la TEFA hanno sottolineato che i casi di broglio non sono limitati ad una sola regione del paese. Le attuali elezioni in Afghanistan sono già state definite “storiche” perché si sono svolte nell’anno del ritiro da Kabul della coalizione antiterroristica. Considerando che il movimento dei taliban e i gruppi terroristici che simpatizzano con loro non sono affatto demoralizzati, come ha dimostrato il recente attentato di Karachi dove i guerriglieri del Movimento Islamico dell’Uzbekistan (organizzazione alleata dei taliban) sono riusciti ad impadronirsi dell’aeroporto. Il fatto che ciononostante le elezioni in Afghanistan abbiano potuto tenersi come previsto ha lanciato un messaggio importante per tutta la regione centroasiatica. Fa pensare anche il risultato della votazione. L’Afghanistan in sostanza ha puntato su una creatura dell’occidente, Abdullah Abdullah che a differenza dei suoi avversari e del presidente in carica Hamid Karzai, ha subito dichiarato che firmerà il trattato sulla sicurezza con gli Stati Uniti. Abdullah viene considerato una figura di compromesso che soddisfa praticamente tutte le tribù. Benché vi siano stati dei timori che non lo avrebbero appoggiato i pushtun, il risultato della votazione al primo turno dimostra il contrario. Il fatto che il favorito della gara venga preso in considerazione per motivi diversi dal fattore di clan e di tribù, può essere testimonianza di una nuova cultura politica germogliata in Afghanistan dove lo spirito di emulazione e la concorrenza politica stanno diventando una parte inalienabile dello sviluppo della società. Uno dei più scottanti problemi di politica estera che dovrà affrontare il nuovo presidente afghano è il riassetto dei rapporti con l’Asia centrale post-sovietica. È interessante rilevare come pronosticano questo riassetto i russi, visto che il presidente russo Vladimir Putin ha delle mire sulla regione, da lui vista integrata in un’unione Euro-Asiatica. “I paesi confinanti con l’Afghanistan – sottolinea lo storico russo Adzhar Kurtov, ricercatore all’Istituto Russo di Studi Strategici – devono essere preparati a un repentino aumento della tensione nel 2014. Lo vediamo già adesso, benché le truppe [americane] non siano state ancora ritirate. E qui la presenza di un “cuscinetto” rappresentato dal Tagikistan e Kirghizistan, che dividono il Kazakhstan dall’Afghanistan, non deve ispirare una sensazione di falsa sicurezza, poiché questo cuscinetto formato da Stati deboli in tutti i sensi può essere facilmente superato dagli estremisti radicali. E anche se i drappelli degli islamisti non compariranno subito in quel di Shymkent e Almaty [città del Kazakhstan], ciò non significa ancora che non vi sia la minaccia. Infatti essa è rappresentata dall’instabilità stessa nella regione, per cui diminuirà, per esempio, l’attrattività del Kazakhstan per gli investitori e su molti progetti del piano economico, probabilmente, si dovrà tracciare una croce”. Per la prima volta in tutta la storia della Repubblica Islamica dell’Afghanistan il capo dello Stato raggiungerà il potere non in seguito ad una rivolta di palazzo o di un’invasione straniera, ma in seguito a libere elezioni. Abdullah avrebbe potuto diventare presidente dell’Afghanistan già nel 2009, quando fece un’incalzante concorrenza a Karzai. In quell’anno, dopo la pubblicazione dei risultati elettorali, migliaia di afghani si riversarono nelle strade chiedendo la riconta dei voti e il riconoscimento di Abdullah come presidente. Il paese si trovò sull’orlo di un nuovo spargimento di sangue, ma l’ex ministro degli Esteri afghano dichiarò di rinunciare alla candidatura.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


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