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06 dicembre 2017

Un’inedita incertezza

di Giorgia Bulli

Sono passati poco più di due mesi dallo svolgimento delle prime elezioni tedesche i cui esiti stanno per la prima volta configurando scenari di forte incertezza istituzionale. Finora, pur nella complessità delle procedure della costituzione delle coalizioni di governo, ma soprattutto della scrittura dell’accordo tra i partiti, l’attesa della formazione dei nuovi esecutivi è sempre stata caratterizzata da una certa prevedibilità degli esiti. Ad oggi, invece, sembra prevalere l’incertezza, in un clima di colpi di scena al quale la Repubblica federale di Germania non è abituata.

Di inedito, infatti, finora si è già visto molto. Per prima cosa, l’inclusione allo stesso tavolo delle trattative di un numero consistente di partiti molto diversi tra loro. Le rivendicazioni espresse dal partito della cancelliera, dalla formazione sorella bavarese della CDU (la CSU di Seehofer), dai Verdi e dai Liberali hanno rappresentato uno spettro politico così ampio che né la riconosciuta abilità nelle trattative di Angela Merkel, né il timore relativo alla prospettiva di nuove elezioni con il rischio del rafforzamento del partito populista di destra della AfD (Alternative für Deutschland) sono riusciti nella ricomposizione di fratture profonde e annunciate.

Il clamoroso voltafaccia del partito dei Liberali, che in molti avrebbero giurato pronti a tornare al governo, e che invece si sono assunti la responsabilità della conclusione delle trattative per la coalizione Giamaica, rappresenta un ulteriore fattore di novità. L’apertura dei lavori del nuovo parlamento si è poi svolta in un’atmosfera inconsueta. Senza chiare prospettive sugli scenari di composizione del nuovo governo, le accuse incrociate tra i parlamentari dei Liberali e quelli dei Verdi hanno riprodotto la tensione del clima post-elettorale, quando – oltre allo shock dell’affermazione elettorale della AfD –  si era cominciato a capire che i temi di confronto al tavolo delle trattative sarebbero stati molti e divisivi.  Ma se di inedito si deve parlare, allora è l’evocazione della prospettiva del governo di minoranza a suscitare maggior sorpresa tra i fattori sopra delineati. Rassicuranti descrizioni del funzionamento dei governi di minoranza ospitati sulle maggiori reti televisive lasciano intendere che la prospettiva non sia così lontana, o quanto meno che non possa essere esclusa a priori.

Il partito socialdemocratico della SPD, che aveva annunciato la ferma decisione di un ritorno all’opposizione necessario per comprendere i motivi della cocente sconfitta del 24 settembre, e cominciare così un lungo percorso di ricerca di rinnovamento delle proprie basi valoriali e comunicative, si ritrova oggi nuovamente al centro della scena politica. Con più di una figura di spicco. La prima è quella del presidente della Repubblica federale che, nonostante la neutralità del ruolo, appartiene pur sempre alla SPD. Le pressioni presidenziali per evitare un inedito – anch’esso – ritorno alle urne, sono note e non celate. La seconda è quella di Martin Schulz, la cui parabola politica degli ultimi nove mesi – osannato, condannato, richiamato –  sembra configurarsi come il duro banco di prova di una leadership molto criticata. La terza è quella degli Jusos, la sezione giovanile della SPD che, con la sua determinata e reiterata opposizione alla riedizione della grande coalizione, riassumono le diffuse perplessità alla rinnovata collaborazione tra CDU/CSU e socialdemocratici. I giovani della SPD hanno lanciato una campagna per la raccolta di firme contro la nuova GroKo (Große Koalition). Il documento esprime con chiarezza i limiti delle grandi coalizioni passate e le ragioni del rifiuto di una nuova.

L’apertura del congresso federale della SPD il 7 dicembre costituirà un momento decisivo per il partito, chiamato a scegliere se tenere fede al processo partecipativo “SPD erneuern” (“Rinnovare la SPD”) avviato all’indomani della sconfitta elettorale, o cedere alle pressioni istituzionali e ai richiami alla responsabilità per evitare il ritorno alle elezioni o un governo di minoranza. In ogni caso, Schulz ha annunciato venerdì che non ci sono automatismi in nessuna direzione e che la parola finale sarà lasciata ai membri della SPD. Recenti sondaggi indicano che i cittadini tedeschi, pur nella mancanza di entusiasmo per una nuova grande coalizione (22% il favore registrato per questa opzione), ritengono quest’ultima lo scenario più probabile. In tempi così incerti, però, non è detto che gli scenari più prevedibili siano quelli con maggiore possibilità di realizzazione.

Se la convivenza tra gli inquilini della Willi Brandt Haus non è tranquilla, neppure tra le mura della CDU/CSU l’atmosfera è quieta. Il voto positivo e decisivo espresso in sede europea dal ministro dell’agricoltura (Christian Schmidt, della CSU) a favore del prolungamento per cinque anni dell’uso del glifosato ha creato evidenti tensioni sia tra i futuri possibili alleati (SPD e CDU/CSU), sia tra la CDU e la CSU. A lungo dibattuta, la questione del divieto del più utilizzato diserbante in agricoltura, di cui si sospettano gli effetti nocivi per la salute, era arrivata all’inizio della settimana passata al momento della decisione finale presso il Comitato d’appello dei 28 membri dell’UE. Il voto della Germania è stato risolutivo, ma difforme dalle indicazioni della ministra dell’ambiente, Barbara Hendricks, della SPD, che aveva espresso parere contrario. Alla notizia dell’avvenuta risoluzione, la cancelliera Merkel si è affrettata a chiarire che il voto di Schmidt non rispettava l’orientamento espresso dal governo. L’episodio, che è avvenuto tre giorni prima dell’incontro a quattro – Merkel, Schulz e il leader della CSU Seehofer presso la residenza del presidente della Repubblica Steinmeier – sulle prospettive di governo, ha non solo influito negativamente sul clima delle trattative, ma ha anche svelato che la lunga fase della fallita contrattazione per la coalizione Giamaica ha reso più tesi i già difficili rapporti tra la CDU e la CSU.

Tra i due litiganti il terzo gode, si direbbe. Pare non sia così nemmeno se ci si riferisce al terzo come all’unico vincitore delle consultazioni del 24 settembre, la AfD. Il congresso di Hannover conclusosi pochi giorni fa ha mostrato l’incapacità del partito di darsi una linea interna condivisa, in grado di mettere all’angolo la componente nazionalista più di destra. Le convulse votazioni per la nuova leadership si sono concluse con la selezione del moderato Jörg Meuthen e del rappresentante dell’ala di destra, già a capo del gruppo parlamentare, Alexander Gauland, alla guida del partito. Fuori dalla sede dove si svolgeva il congresso, le contestazioni contro il partito imperversavano, con i manifestanti che tentavano di bloccare gli ingressi ai delegati della AfD. Tra scontri, feriti e uso degli idranti da parte della polizia, si è assistito all’ennesimo episodio di polarizzazione politica della recente vita politica tedesca.  Che si tratti del frutto dell’eccessiva concentrazione al centro delle politiche della grande coalizione, come da più parti suggerito, è riduttivo. Ma certo, anche questi episodi peseranno sulle decisioni da assumere nel corso delle prossime settimane.

 

Crediti immagine: 320b / Schutterstock.com 


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