26 aprile 2017

Un primo turno senza troppe sorprese

di Stefano Carpentieri

Dopo gli inaspettati risultati del voto statunitense e di quello inglese, il primo turno delle elezioni presidenziali francesi rispetta i pronostici: Marine Le Pen (21,3% dei voti) contro Emmanuel Macron (24,1%), una sfida che si profilava all’orizzonte da diverso tempo.

Il voto di domenica 23 aprile la dice lunga sul risentimento del popolo francese verso il mondo della politica. Per la prima volta nella storia della V Repubblica sono esclusi dal secondo turno i maggiori partiti di destra e di sinistra, rispettivamente i Repubblicani, per i quali François Fillon ha riportato il 20,1% , e il Partito Socialista, che ha visto il suo candidato, Benoît Hamon, conseguire il risultato più basso nella storia del partito, con solo il 6,3% dei voti in suo favore. Sebbene il PS abbia scontato il malcontento suscitato dal quinquennio di François Hollande e la frattura all’interno del partito tra la linea dura di Beno î t Hamon e quella più social-liberale di Valls, non è tutta la sinistra che risulta sconfitta: Jean-Luc Mélenchon, infatti, conquista il suo migliore risultato di sempre, posizionandosi poco dietro François Fillon con l’19,5% dei voti.

La Francia dimostra così la sua disillusione verso la classe politica che per sessanta anni ha governato il Paese, puntando tutto su delle figure che, pur non essendo del tutto nuove, si distanziano dall’attuale sistema politico. Il vincitore del primo turno, Macron, pur essendo stato ministro dell’Economia, non è   mai stato eletto; Marine Le Pen è a capo di un partito da sempre considerato infrequentabile dalla classe politica e Jean Luc-Mélenchon ha fondato il suo programma sulla consultazione diretta dal basso. La destra tradizionale liberista ha tenuto meglio della sinistra, ma lo scandalo sugli impieghi fittizi nella famiglia Fillon ha senza dubbio favorito il giovane Macron, che riporta così una vittoria decisa, conclamata dall’apertura in rialzo di tutte le borse europee. I mercati finanziari lo hanno, infatti, da tempo designato come loro candidato, non solamente per gli anni che Macron ha trascorso presso la banca Rothschild come banchiere d’affari, ma soprattutto per le sue posizioni europeiste.

L’Europa resta, infatti, uno nei nodi cruciali di questa campagna. Già nel primo turno, dei quattro contendenti che avevano realmente possibilità di passare al secondo, due (Le Pen e Mélenchon) avevano promesso un referendum su Frexit   (France Exit), mentre Macron parlava di   rinforzare il processo di armonizzazione delle politiche sociali europee. All’indomani del voto, il discorso del Fronte Nazionale non è cambiato, anzi, Marine Le Pen si presenta come il solo baluardo contro la “mondializzazione ad oltranza” e il solo vero cambiamento rispetto alle politiche di François Hollande. In questo modo il Fronte tenta di attrarre soprattutto i voti dell’estrema sinistra, gli “insoumis”, i sostenitori di Mélenchon.

Bisogna dire che Marine non ha molte altre alternative: il suo risultato non è stato poi così spettacolare come può sembrare. Da quando il Fronte Nazionale si è autoproclamato, nel 2014, “primo partito di Francia” per aver ottenuto il 27% circa dei voti alle elezioni per gli europarlamentari (elezioni caratterizzate da un enorme tasso di astensionismo, il 56% circa), non ha migliorato di molto i suoi risultati. Nel 2015, alle elezioni regionali, il Fronte ha sorpassato di poco la soglia del 27% al primo turno, ma non ha ottenuto nessuna presidenza regionale al secondo turno. Lo zoccolo duro dell’elettorato del FN rimane sempre fedele, e i voti sono in netto aumento, ma il partito non riesce ad attrarre gli elettori del centro-destra e del centro-sinistra,ossia la maggioranza dell’elettorato francese. Senza contare che già un’ora dopo i primi risultati parziali di domenica, i candidati dei   Repubblicani e del Partito Socialista hanno dichiarato che avrebbero supportato Macron per impedire al Fronte di vincere al secondo turno.

L’unico candidato a non essersi espresso contro il Fronte Nazionale è stato proprio Jean-Luc Mélenchon, il quale ha dichiarato che avrebbe consultato gli elettori di Francia Ribelle prima di esprimersi; intanto sui social network si moltiplicano gli appelli a votare scheda bianca o ad astenersi al secondo turno.

I pronostici non sono quindi rosei per il Fronte Nazionale. Disillusi ma non rivoluzionari, gli elettori si sono rivolti a una figura che promette un cambiamento (Macron si è impegnato a più riprese a rinnovare la classe politica), ma in tranquillità, senza conflitti sociali o sconvolgimenti geopolitici.

Il risultato più rilevante di queste elezioni non sta tanto in una vittoria dell’estrema destra, quanto nella sconfitta dei valori della sinistra tradizionale: il liberismo viene ormai visto dai più come l’unica forma di politica economica applicabile, lo Stato sociale retrocede lasciando il passo all’impresa privata, l’idea che la società possa rispondere ai bisogni di tutti i suoi membri, vecchi e nuovi, è ormai considerata utopica. La Francia, come altri Paesi, delusa dalla vecchia classe politica, stanca delle polemiche e degli scandali, provata da numerosi attacchi di stampo terrorista, si è rivolta verso il candidato che meglio rappresenta una nuova generazione equilibrata, al passo con i tempi, ma anche in contatto con le sue radici storiche e politiche.

Anche se il secondo turno sembra già deciso, c’è da vedere quante altre persone Emmanuel Macron riuscirà a convincere fino al 7 maggio, senza dimenticare che se il giovane candidato vuole davvero attuare il suo programma deve vincere anche le elezioni legislative che si terranno tra due mesi. Una sfida non facile per un movimento politico così giovane.

 


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