9 luglio 2019

Ursula von der Leyen, un ritratto in chiaroscuro

di Giorgia Bulli

Se passerà il voto del Parlamento europeo il prossimo 16 luglio, Ursula von der Leyen sarà la prima donna e la prima tedesca a ricoprire l’incarico di presidente della Commissione europea. Attribuire il raggiungimento di questo doppio primato alla scaltrezza politica di Angela Merkel sarebbe tranquillizzante per chi teme gli effetti di una prematura uscita di scena della cancelliera. A differenza di quanto potrebbe sembrare, però, la nomina dell’attuale ministra della Difesa della Repubblica federale esce dal cilindro del presidente francese Macron, più che dalla rete politico-diplomatica tessuta dalla cancelliera.

Come noto, fedele al principio degli Spitzenkandidaten, i candidati di punta al ruolo di vertice della Commissione indicati prima dello svolgimento delle elezioni europee in ossequio al principio della trasparenza e del superamento della distanza tra cittadini e politici europei, Merkel aveva vagliato l’ipotesi dell’olandese Timmermans, rappresentante della famiglia dei socialisti europei, ben presto naufragata per il veto dei Paesi del Gruppo di Visegrád e dell’Italia. Accantonate le ipotesi degli Spitzenkandidaten del popolare tedesco Weber e del socialista Timmermans, si è aperta una lunga fase di incertezza, sbloccata da una rinnovata intesa dell’asse franco-tedesco.

La proposta di Macron del nome di Ursula von der Leyen, apprezzata dai vertici politici francesi ‒  oltre che per la genuina ispirazione europeista, per le capacità riformiste in ambito sociale, per la perseveranza nella conclusione dell’accordo con la Francia sullo sviluppo congiunto del nuovo jet “europeo” da combattimento di nuova generazione, oltre che per la perfetta conoscenza della lingua francese ‒ è arrivata in un momento di grande stanchezza e difficoltà nelle trattative. La proposta di von der Leyen da parte del presidente francese aveva un doppio vantaggio: mostrare che la Francia non nutriva una riserva antitedesca per la presidenza della Commissione europea e facilitare la nomina di un posto politico di grande peso nello scacchiere europeo per la Francia, obiettivo poi raggiunto con la nomina di Christine Lagarde alla Banca centrale europea.

Il nome di Ursula von der Leyen, ritenuta più vicina personalmente alla cancelliera che unanimemente apprezzata tra le fila del suo partito, era già circolato nei mesi scorsi con riferimento al passaggio dalla politica nazionale a quella europea dell’attuale ministra della Difesa. Si era parlato di lei soprattutto per il ruolo di commissario europeo. Secondo una ricostruzione di Der Spiegel, Merkel l’avrebbe considerata un’ottima candidata al ruolo di alto rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Unione in un esecutivo guidato da Timmermans. Il passaggio di livello dalla politica nazionale a quella europea, però, non sempre è sinonimo di “promozione”. Vale la pena di ripercorrere la parabola politica di Ursula von der Leyen per esprimere una valutazione a tale riguardo.

L’attuale ministro della Difesa è l’unico membro del governo tedesco a poter vantare un’ininterrotta presenza in tutti i gabinetti Merkel. Entrata in politica nel 1990, dopo gli studi in medicina, il conseguimento di un dottorato di ricerca, quattro anni trascorsi negli Stati Uniti dove il marito era impegnato alla Stanford University, von der Leyen ha assunto incarichi pubblici a partire dalla fine degli anni Novanta nello Stato della Bassa Sassonia, del quale è stata ministro della Famiglia, della Sanità e delle Politiche sociali dal 2003 al 2005. È del 2005 la nomina a ministro della Famiglia nel primo governo guidato da Angela Merkel (la prima Grande coalizione CDU/CSU-SPD dell’era Merkel). Sarebbero seguiti gli incarichi come ministro del Lavoro nel secondo governo Merkel (2009-2013 CDU/CSU- FDP, Freie Demokratische Partei), la nomina a ministro della Difesa nella seconda Grande coalizione 2013-17, e la riconferma alla Difesa nell’attuale governo. Fin dalla prima esperienza come ministro della Famiglia, von der Leyen – madre di sette figli e luterana osservante – si è distinta per la chiarezza delle sue posizioni politiche. A lei si devono – tra l’altro – le misure che hanno allungato il congedo parentale retribuito, facilitandone la fruizione anche ai padri, l’aumento dei posti per gli asili pubblici, la crescita dei sussidi per le famiglie con figli. Queste posizioni non le hanno sempre valso unanime consenso. Anche all’interno dell’ambiente cattolico ed evangelico, così come del proprio partito, la ricetta delle tre K (Kinder, Kirche, Karriere – figli, chiesa, carriera) energicamente espressa da von der Leyen non sono sempre state accolte positivamente. Lo stesso è avvenuto quando la ministra si è espressa a favore dei matrimoni omosessuali (sui quali Merkel aveva lasciato libertà di coscienza ai propri parlamentari in occasione del voto al Bundestag) e quando ha sottoscritto (senza indietreggiamenti successivi) la svolta dell’accoglienza ai rifugiati del 2015 della cancelliera. Se sulle politiche sociali von der Leyen si è costruita l’immagine di promotrice di una società inclusiva delle nuove soggettività e di un ruolo della donna capace di coniugare tradizione ed emancipazione, con il passaggio al ministero della Difesa la proverbiale solerzia decisionale della ministra ha avuto una battuta di arresto. Il dichiarato obiettivo della ministra di imporre una drastica trasformazione all’istituzione dell’esercito si è scontrato da una parte con resistenze interne che hanno rallentato il corso delle riforme, dall’altro con passi falsi nella gestione del processo di cambiamento. Sul versante dei successi si annoverano le riforme di tipo organizzativo: von der Leyen è riuscita a far aumentare il budget per la difesa, a rendere la professione militare più attraente per le donne, ad investire nel settore della cybersicurezza con piani di lungo termine. Nonostante il raggiungimento di questi obiettivi, la ministra della Difesa non è però riuscita a conquistare – né all’interno dell’istituzione militare né nell’opinione pubblica – quel ruolo di rispetto di cui godeva negli anni in cui si occupava di politiche familiari e sociali. I recenti scandali relativi al ricorso a costose consulenze esterne si sommano ad un generale scetticismo interno alle istituzioni militari dopo che due anni fa, nel commentare la preoccupante diffusione dell’estremismo di destra tra le fila dell’esercito, von der Leyen accusò di debolezza i vertici della Bundeswehr.

Nell’attuale fase della carriera di von der Leyen, quindi, tratteggiata più da ombre che da luci, la svolta della nomina a presidente della Commissione europea è arrivata decisamente inaspettata. Il percorso che dovrebbe portarla all’elezione non è privo di ostacoli. Internamente, sia la SPD tedesca ‒ che ha descritto la candidatura come “inaccettabile”, sia i Verdi che, forti del successo alle elezioni europee e particolarmente sostenitori del principio degli Spitzenkandidaten, dichiarano di non essere interessati a sostenere “posti”, ma politiche reali ‒ criticano la candidatura di von der Leyen.

In questo contesto, “Die Macherin” (“la donna che agisce”), appellativo che descrive la risolutezza di von der Leyen nel realizzare le politiche dei propri ministeri, si troverà tra pochi giorni ad un bivio determinante della propria carriera. Solo allora potrà dirsi se l’inaspettato passaggio all’arena europea sarà stata una “promozione”.

 

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