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08 giugno 2017

Verso la liberazione del Siraq

Il caldo torrido e il digiuno dettato dal ramadan non fermeranno la liberazione del “Siraq”. Proprio in queste ore tutti gli eserciti coinvolti sul terreno si stanno muovendo in direzione dell’epicentro dello Stato islamico per cancellarlo una volta per tutte dal Medio Oriente. L’esercito iracheno, impegnato sul fronte orientale, vuole mettere fine all’occupazione di Mosul, dove il 29 giugno 2014 Abu Bakr al Baghdadi proclamò la nascita del Califfato, tanto che secondo alcuni analisti militari l’offensiva potrebbe concludersi già nel giro di poche settimane. Di recente lo stesso comando della polizia federale irachena ha confermato che i jihadisti avrebbero perso l’80% delle loro forze speciali che indossano cinture esplosive, protagonisti degli attacchi suicidi e in passato principali spine nel fianco della Golden Division irachena, che in compenso ha già circondato gli ultimi cinque quartieri, tra cui quello della “città vecchia”, sede della grande moschea Al Nour in cui si sarebbero asserragliati tra i 500 e i 1000 miliziani.

A causa dei frequenti scontri confessionali avvenuti in questi anni in Iraq, fuori da Mosul sono i soldati dell’unità di difesa popolare (PMU) a maggioranza sciita a gestire l’avanzata nel quadro dell’operazione Mohammed Rasool Allah (Mohammed è il profeta di Dio), i quali negli ultimi giorni hanno aperto un varco fino al confine con la Siria liberando i villaggi di Taro, a nord-ovest del distretto di Al-Qahtaniya, lungo la montagna di Sinjar, e di Wadi al Meitar nella parte occidentale del governatorato di Ninive. Il vice-comandante Abu Mahdi al-Mohandes, in accordo col premier Haider Al-Abadi, ha dichiarato che le sue truppe si concentreranno unicamente nel controllo della frontiera siro-irachena per poi spostarsi a Tell Afar, città a maggioranza turcomanna di confessione sunnita, che riveste un forte valore strategico. La sua riconquista permetterebbe di tagliare la principale via di rifornimento e comunicazione tra Siria e Iraq e isolare i gruppi jihadisti impegnati nella lotta contro il governo di Bashar Al-Assad e gli arabo-curdi più a nord. In questi mesi sono persino circolate diverse voci sulla presenza di Abu Bakr al Baghdadi proprio in questa città, che durante il periodo di presenza in Iraq delle forze statunitensi era divenuta la roccaforte di Abu Mussab al Zarqawi, fondatore di al-Qaida nonché ispiratore dello stesso Stato islamico.

Sul fronte occidentale, invece, l’offensiva contro il Califfato si concentra principalmente tra Raqqa e le province di Homs, Palmira e Aleppo. È una partita a scacchi in cui ognuno cerca di ritagliarsi uno spazio vitale in vista di una ricomposizione territoriale. Se da un lato i soldati delle Forze democratiche siriane, l’alleanza arabo-curda appoggiata dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, sono entrate martedì sera nella parte est (quartiere di Mashalab) della “capitale del Terrore” dove sarebbero rimasti soltanto tra i 3 e i 4 mila miliziani, dall’altro l’esercito siriano ha lanciato tre offensive distinte (Arak, Maskanah, Al Tanf) che mirano a riaprire l’autostrada verso Baghdad e a creare un varco in direzione di Deir Ezzor e della stessa Raqqa. Ma è proprio in questo intreccio di operazioni militari che i soldati governativi sono stati fermati dagli Stati Uniti, che a ridosso del confine meridionale giordano-iracheno addestrano da anni delle milizie siriane ribelli in lotta contro Assad. Così, dopo quel primo attacco dell’amministrazione Trump alla base aerea siriana di al-Shayrat, è arrivato nella notte di martedì il secondo raid da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro una colonna che si dirigeva verso le zone controllate ai ribelli. Si tratta dell’ennesimo cortocircuito del Pentagono, che mentre dice di lottare contro il terrorismo nei fatti gli apre una via di fuga verso sud.

In ogni caso, allo Stato islamico rimangono poche settimane e, non potendo difendere tutti i fronti aperti dai suoi nemici della regione, ha deciso di accelerare il processo di esportazione della guerra oltre confine attraverso operazioni terroristiche in tutto il mondo. Dopo i recenti attacchi di Londra e di Parigi, a pagare più caro degli altri sono gli sciiti colpevoli di combattere il jihadismo di confessione sunnita da più tempo e con maggiore efficacia degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei. Una settimana fa sono stati attaccati i quartieri a maggioranza sciita di Baghdad; mercoledì mattina è arrivato il turno della Repubblica islamica dell’Iran. Non accadeva da decenni, ma il consolidamento dell’amicizia tra la famiglia reale dei Saud e Donald Trump sembra aver cambiato radicalmente gli orizzonti. Nessuno, ormai, è più al sicuro.

 

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31 maggio 2017

Trump disegna il “suo” Medio Oriente

Il primo viaggio all’estero di Donald Trump da presidente degli Stati Uniti è terminato. Un test importante per il nuovo inquilino della Casa bianca, un’occasione per ridiscutere impegni e ridefinire alleanze, un momento di confronto sugli obiettivi ma anche di scontro sulle diverse posizioni, talvolta senza riuscire ad arrivare a una sintesi.

L’“appendice europea” del tour di Trump è stata ampiamente approfondita su questo magazine, dai trenta minuti di colloquio in Vaticano con Papa Francesco, al vertice NATO di Bruxelles, in cui il presidente ha richiamato i partner a fornire il loro giusto contributo economico  all’Alleanza, fino al summit dei leader del G7 a Taormina, nel quale sono riemerse ancora una volta tutte le difficoltà di una convergenza su temi cardine come il commercio, la gestione dei flussi migratori e il cambiamento climatico. Prima di arrivare nel Vecchio continente, però, il magnate newyorkese ha fatto tappa in Medio Oriente, diventando peraltro l’unico presidente nella storia degli Stati Uniti ad aver scelto la complicata regione come meta del suo primo viaggio internazionale.

È stata l’Arabia Saudita ad accogliere con tutti gli onori, lo scorso 20 maggio, l’inquilino della Casa bianca. E Trump ha subito mostrato di trovarsi a proprio agio nel lusso dei palazzi di Riyad, riavvicinando Washington alla rigida monarchia sunnita e ricalibrando le scelte di politica estera del suo predecessore Barack Obama. Sul tavolo c’era, innanzitutto, un accordo sulla vendita di armi al ritrovato alleato mediorientale, del valore di 110 miliardi di dollari, da inserire nel più ampio quadro di un’intesa decennale da 350 miliardi: e di questo, Trump non ha potuto che rallegrarsi tornando a rivolgere la sua attenzione all’interno dei confini americani e alle promesse della campagna elettorale, rimarcando come le firme apposte a Riyad garantiranno investimenti negli Stati Uniti e la creazione di posti di lavoro.

Sul piano propriamente internazionale, Trump è poi intervenuto davanti ai rappresentanti di oltre cinquanta Paesi arabi e a maggioranza musulmana in un summit arabo-islamico-americano. Il presidente ha dapprima rammentato le discussioni già avviate con molti degli interlocutori presenti sul rafforzamento delle partnership esistenti e sulla creazione di nuove alleanze, al fine di rafforzare la sicurezza e la stabilità nella regione mediorientale. Di fatto, un riferimento a quell’idea di una “NATO araba” a guida saudita che ha già fatto capolino e che si ricollega al concetto espresso immediatamente prima di una «coalizione di nazioni il cui obiettivo sia quello di cancellare l’estremismo».

Alla minaccia terroristica, il presidente statunitense ha dedicato una parte importante del suo discorso, sottolineando come la vittoria sul terrorismo sia da considerarsi un comune obiettivo, condiviso dalle nazioni musulmane che a causa della violenza del fenomeno hanno finora pagato il prezzo più caro in termini di vite umane. Nelle parole di Trump, la battaglia non può configurarsi come uno scontro di fedi o confessioni religiose, né tanto meno come uno scontro di civiltà, ma è semplicemente la battaglia del bene contro il male, è la contrapposizione tra la barbarie di chi distrugge la vita e le persone di ogni religione che aspirano a difenderla. Quella del presidente è dunque una mano tesa verso l’islam, ma anche la chiamata all’assunzione di un impegno in prima linea contro il terrorismo, perché l’America è pronta a dare una mano, ma le nazioni del Medio Oriente non possono pensare che sarà Washington a «distruggere il nemico per loro».

Dopo questa presa di posizione, elogiata da un repubblicano storico come Newt Gingrich secondo cui mai un presidente aveva così esplicitamente conferito la principale responsabilità della lotta al terrorismo ai Paesi della regione, Trump ha poi osservato che i terroristi potranno essere sconfitti solo se saranno tagliati i loro canali di finanziamento, eliminate le loro basi territoriali e sconfitta la loro ideologia. Qui il presidente ha menzionato esplicitamente l’Iran, principale responsabile – secondo l’inquilino della Casa bianca – dell’instabilità regionale e reo – dall’Iraq, al Libano, allo Yemen – di armare, addestrare e finanziare milizie, gruppi terroristici e forze estremiste.

Rispetto a Obama, che perseguendo la strada diplomatica dell’accordo con l’Iran sul nucleare aveva raffreddato notevolmente i rapporti con le monarchie sunnite del Golfo, la cesura non potrebbe essere più netta. Come però ha osservato Fareed Zakaria in una sua analisi per il Washington Post, la ricostruzione trumpiana lascia a desiderare: certo, osserva il commentatore, l’Iran non è una forza stabilizzatrice del Medio Oriente e sostiene attori politici discutibili, ma il collegamento con Teheran del terrorismo di matrice jihadista appare chiaramente inaccurato, essendo questo spesso alimentato da gruppi come il sedicente Stato islamico o al-Qaida che sono legati al jihadismo sunnita. Da questo punto di vista dunque – rileva Zakaria – le parole di Trump potevano essere rivolte a Riyad più che a Teheran.

La posizione anti-iraniana non è certamente risultata sgradita a Israele, dove il presidente si è peraltro recato direttamente dall’Arabia Saudita senza alcuno scalo, a segnare quasi fisicamente l’esistenza di quella che lo stesso Trump ha definito una «causa comune» tra Tel Aviv e i vicini arabi, ossia il contrasto della minaccia rappresentata da Teheran.

Ovviamente, incontrando sia Netanyahu che Abu Mazin, il presidente non poteva non affrontare il tema del processo di pace israelo-palestinese, ma ancora una volta non è apparso chiaro quale possa essere il percorso da seguire per raggiungere l’obiettivo.

Ora, Trump è di nuovo negli Stati Uniti, dove ad attenderlo c’è il caldo dossier dei rapporti con la Russia. La parentesi europea del primo viaggio presidenziale all’estero non sembra aver soddisfatto gli interlocutori del Vecchio continente, tanto che secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel non sarebbe più possibile fidarsi degli USA. Trump segue la strada di quello che, al momento, ritiene sia innanzitutto l’interesse statunitense. In Medio Oriente, nessun interesse a impartire lezioni di diritti e democrazia alle monarchie sunnite, ma partnership per obiettivi condivisi. E delle sue posizioni a Riyad saranno sicuramente soddisfatti.

 

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22 maggio 2017

Vince Rohani. L’Iran sceglie l’“interazione con il mondo”

Nel giugno del 2013 fu la «Vittoria dell’intelligenza, della moderazione e del progresso sull’estremismo», questa volta è stata la scelta del «Sentiero dell’interazione con il mondo, lontano dalla violenza». Le parole – di allora come di oggi – sono di Hassan Rohani, rispettivamente all’indomani della sua elezione alla presidenza dell’Iran e subito dopo la sua conferma nell’incarico, forte di oltre 23,5 milioni di voti e del 57,1% dei consensi. Al secondo posto Ebrahim Raisi, l’unico che potesse realmente impensierire il presidente uscente: alle urne, il candidato conservatore si è aggiudicato quasi 15,8 milioni di voti corrispondenti al 38,3% dei consensi. A seguire, con poche centinaia di migliaia di voti, Mostafa Mirsalim (poco meno di 480.000, circa l’1,2%) e Mostafa Hashemitaba (circa 250.000, lo 0,5%). Grande l’affluenza, pari a oltre il 73% degli aventi diritto, tanto che l’apertura dei seggi è stata prolungata per consentire a tutti gli elettori di votare.

Quella del 2013 fu una vittoria “dell’intelligenza, della moderazione e del progresso” perché gli iraniani – dopo otto anni di presidenza Ahmadinejad – aspiravano all’apertura di una nuova stagione, improntata al cambiamento graduale della politica interna e a una maggiore apertura del Paese in campo internazionale. Dopo quattro anni, alcuni risultati in tal senso sembrano essere stati raggiunti.

La principale eredità politica che Rohani portava con sé alla vigilia delle elezioni era l’accordo sul programma nucleare siglato da Teheran con i Paesi del gruppo P5+1 (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti e Germania), al culmine di un negoziato complesso in cui è stato importante anche il contributo dell’Unione Europea. In un articolo pubblicato su questo magazine a poche ore dall’apertura dei seggi, si è rilevato come l’intesa abbia consentito all’Iran di beneficiare della graduale rimozione delle sanzioni connesse al controverso programma in cambio di una sua ridefinizione e rimodulazione: dunque, un do ut des in piena regola, in forza del quale l’Iran ha potuto riaprirsi al mondo e tornare sulla scena internazionale, così da rilanciare la sua stagnante economia. Si è tuttavia visto come i dividendi positivi di tale ritorno – nonostante una crescita stimata sul 6,5% nel 2016 dal Fondo monetario internazionale – debbano ancora essere percepiti da buona parte della popolazione, le cui condizioni di vita continuano a rimanere difficili.

E sull’insoddisfazione – sotto le insegne dello slogan “lavoro e dignità” – hanno puntato i conservatori con Ebrahim Raisi, che durante la sua campagna elettorale non ha mancato di fare ricorso agli argomenti della retorica populista. Tali argomenti, nonostante la convergenza di tutto il fronte conservatore su Raisi con il ritiro della candidatura del sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, non sono tuttavia stati sufficienti. Con il loro voto, gli elettori iraniani hanno espresso la volontà di proseguire lungo il percorso intrapreso, segnato da un’impronta di moderato riformismo all’interno del complesso e articolato quadro politico della Repubblica islamica.

È questo dunque il «sentiero dell’interazione con il mondo» citato dopo la vittoria da Rohani, che peraltro ha voluto ringraziare l’ex presidente riformista Mohammad Khatami – la cui immagine e le cui parole non possono essere pubblicate dai media – per il sostegno che, questa volta come nel 2013, gli ha voluto assicurare. La nuova legittimazione garantita dal voto non significa però che il secondo mandato presidenziale di Rohani sarà semplice: in primis, come ha osservato lo storico Abbas Milani dell’università di Stanford, negli ultimi giorni di campagna elettorale il Presidente sembra aver ‘alzato la posta’ e accentuato rispetto al passato il suo profilo riformista. Se, dunque, il primo mandato ha prodotto il non trascurabile risultato di avviare il processo di riapertura dell’Iran al mondo, nei prossimi quattro anni Rohani sarà chiamato a uno sforzo importante sul fronte interno per garantire maggiori libertà sociali e politiche, ambiti su cui ha non di rado fatto sentire la propria voce durante la corsa presidenziale ma rispetto ai quali la strada da compiere è ancora lunga, come testimonia, ad esempio, la condizione dell’ex primo ministro Mir Hussein Moussavi, di sua moglie Zahra Rahnavard e dell’ex speaker del Parlamento Mehdi Karrubi, agli arresti domiciliari dal 2011 dopo la repressione delle proteste dell’Onda verde per le contestate presidenziali del 2009.

Gli ambienti del conservatorismo, che controllano ancora istituzioni cardine nella Repubblica islamica, saranno ovviamente determinati a difendere le loro posizioni e a contrastare i programmi di Rohani.

C’è poi il campo internazionale, di particolare centralità visto il coinvolgimento dell’Iran come attore geopolitico di grande importanza nei critici e infuocati fronti dell’instabilità mediorientale. Dalla Siria al Libano, dall’Iraq fino allo Yemen, Teheran mira a difendere i suoi interessi nella regione, ma dalla parte opposta ci sono Israele e le monarchie del Golfo che coltivano le medesime ambizioni, e dalla capitale dell’Arabia Saudita Riyad il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un duro monito all’Iran, reo – nelle sue parole – di destabilizzare il Medio Oriente e finanziare i terroristi.

Dunque, Rohani è atteso da una sfida complessa, che potrà affrontare con un nuovo mandato elettorale. È probabile che sulla sua vittoria, più che la piena fiducia nelle possibilità di mantenere le promesse fatte, abbia inciso la volontà di non riaffidare la presidenza al fronte conservatore. L’Iran è in cammino e, come ha detto lo studioso Karim Sadjadpour all’agenzia Reuters, «forse i suoi cittadini non sono troppo ottimisti sui passi in avanti che Rohani farà; ma almeno sanno che il presidente non vuole riportare il Paese indietro».

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02 maggio 2017

Papa Francesco in Egitto: prosegue la strategia politica di pace

La visita di papa Francesco al Cairo è stata importante da più punti di vista. Si è trattato di un momento significativo in una prospettiva ecumenica, ma nello stesso tempo non è stato minore il significato politico degli incontri con il grande imām Aḥmed al-Ṭayyib, con il presidente al-Sīsī e con Tawadros II, il papa della Chiesa copta e patriarca di Alessandria.

Come è stato sottolineato da Massimo Faggioli sull’Huffington Post del 27 aprile, la visita del papa all’università di Al-Azhar si inserisce nel contesto di un ampio dibattito in corso anche nel mondo intellettuale musulmano sul rapporto tra religione e modernità politica. Si tratta di un punto che era particolarmente caro a Benedetto XVI e non è casuale – ricorda Andrea Mainardi su Formiche.net – che Francesco abbia richiamato indirettamente il ratzingeriano «coraggio di cristianesimo aprirsi all’ampiezza della ragione».

Che la questione fosse spigolosa lo sappiamo bene dopo le dure reazioni egiziane nel 2006 al discorso di Ratisbona, ma sembra che l’impostazione pragmatica di Bergoglio risulti più efficace e meno problematica del piano teorico assunto allora da papa Benedetto. Il significato politico di questo confronto tra islam e cristianesimo è stato messo in rilievo, infatti, sia dal pontefice sia dall’imām di Al-Azhar, che ha ribadito il valore del dialogo e dell’impegno delle fedi contro la violenza – «l’islam non è una religione del terrorismo» – per la pace, l’uguaglianza e la dignità di tutti gli esseri umani indipendentemente «dalla fede o dal colore della pelle». Da parte sua, papa Francesco ha rincarato la dose contro «la barbarie di chi soffia sull’odio e incita alla violenza» e ha affermato solennemente che «la civiltà dell’incontro è l’unica alternativa all’inciviltà dello scontro».

Prettamente bergogliano è stato poi il richiamo alle cause profonde e materiali della spirale guerra-terrorismo: conflitti, commercio di armi, interessi politici e populismi. È da sottolineare anche l’appello all’unità delle religioni «per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono». Come a dire che l’azione per smascherare i tentativi di politicizzare e distorcere il sacro non può attecchire senza un intervento sull’ordine temporale del sistema-mondo.

Non è certo la prima volta che papa Francesco si pronuncia sulla questione e da questo punto di vista, come conferma anche la presenza del patriarca di Costantinopoli, la visita in Egitto è parte di una strategia politica di pace che trova nell’ecumenismo cristiano e nel confronto interreligioso la chiave di volta per affrontare le storture politiche del tempo presente: il dramma dei migranti, denunciato con i fratelli ortodossi in occasione della visita a Lesbo nell’aprile 2016 , la deriva della “terza guerra mondiale a pezzi”, denunciata a Cuba insieme al patriarca della Chiesa russa dopo quasi mille anni dal grande scisma.

A scandire l’intensa giornata del  28 aprile – prima dell’abbraccio con Tawadros II, con cui ha firmato una dichiarazione congiunta sui rapporti tra le due Chiese – è stato, infine, l’incontro a porte chiuse con il presidente egiziano al-Sīsī e le autorità civili presso l’hotel Al-Masah. Fonti locali (non confermate e non smentite dalla Santa Sede) hanno rivelato che il papa avrebbe fatto riferimento alla drammatica vicenda di Giulio Regeni, il cui assassinio ha aperto gli occhi delle opinioni pubbliche europee sulle condizioni in cui versa la libertà di stampa e di opinione nel regime. Secondo diversi commentatori, il discorso ufficiale del papa sarebbe stato morbido e molto cauto nel richiamare il governo del Cairo al «rispetto incondizionato dei diritti dell’uomo», in qualche modo alimentando la convinzione degli oppositori interni che il regime utilizzerà la visita per scopi propagandistici.

Prima dello sbarco del pontefice in Egitto, il governo ha varato una riforma che ha di fatto annullato l’indipendenza dei principali organi giudiziari. Bergoglio ha parlato del dolore «delle famiglie che piangono i loro figli e figlie», ma le preoccupazioni degli oppositori del regime di al-Sīsī, condannato da Amnesty International per il deterioramento dei diritti umani, appaiono più che fondate.

 

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07 aprile 2017

Politica mondiale e dinamiche interne nell’attacco USA in Siria

Al sesto anno della guerra siriana le convulsioni della politica internazionale hanno raggiunto un nuovo apice. Per la prima volta gli Stati Uniti d’America hanno portato un attacco diretto contro le forze armate della Siria, lanciando da due cacciatorpedinieri nel Mediterraneo orientale un bombardamento missilistico contro una base ad al-Shayrat nei pressi di Homs. Ciò che è accaduto è poco sorprendente se si presta attenzione ad alcuni fatti.
Mercoledì scorso l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite ha svolto un duro intervento nel Consiglio di Sicurezza, carico di meditato pathos. Nikki Haley indossava un elegante abito blu sul quale si stagliavano due immagini delle vittime di un attacco attribuito all’aviazione siriana, sferrato con armi chimiche il giorno precedente nei pressi di Idlib, una zona controllata da gruppi ribelli ostili al presidente Assad: «Guardate queste immagini. Non possiamo distogliere i nostri occhi da queste immagini e la nostra mente dalla responsabilità di agire», aveva intimato. Proseguendo, ha lanciato un esplicito j’accuse:  «La Russia non può esimersi dalla responsabilità di quanto accaduto. In effetti, se la Russia avesse adempiuto alla propria responsabilità, non ci sarebbero armi chimiche a disposizione del regime siriano. Se la Russia possiede l’influenza che afferma di possedere in Siria, noi dobbiamo vederla in pratica. Noi dobbiamo vederli porre fine a questi atti orribili», ha soggiunto la Haley prima di rivolgere una domanda brutale al Consiglio: «Quanti bambini devono ancora morire prima che la Russia si preoccupi?». È giunta, infine, a una conclusione rivelatrice: «Quando le Nazioni Unite falliscono costantemente nel loro dovere d’agire insieme, ci sono momenti nella vita degli Stati che spingono a intraprendere le proprie azioni». Quelle «azioni proprie» sono poi diventate azioni di guerra contro un alleato cardinale della Russia, emblematicamente ordinate dal presidente Trump poco prima di cenare con il presidente cinese Xi Jinping.
Nell’incertezza attuale sulle prossime azioni ciò che più risalta al momento è il loro impatto politico. Esso riguarda due aspetti: la politica mondiale e la politica interna statunitense. In quanto al primo aspetto, l’uso della forza in Siria manifesta la volontà e la capacità degli Stati Uniti di usare la forza ovunque, in modo unilaterale e senza remore legalistiche. È perciò, al tempo stesso, un avvertimento e una rassicurazione a chi dubitasse di questa intenzione: alleati e rivali. La Russia è oggi, di fatto, tra questi ultimi e ciò consente a Trump di cogliere, al tempo stesso, un risultato in politica interna. Permette, difatti, di mutare la percezione collettiva sulla sua inclinazione filorussa. Definire la Russia un rivale, attaccandola in sede internazionale e colpendone gli interessi in Siria, consente a Trump di cogliere un prezioso risultato: catalizzare l’attenzione e le energie sulla questione siriana, riportandola all’apice dell’agenda americana. In effetti, l’ordine di guerra cade proprio in un momento critico per la sua amministrazione, impantanata in una pericolosa querelle politica e legale dovuta ai presunti legami fra la sua amministrazione e quella russa. Prima dell’attacco in Siria era questo il tema centrale della politica interna statunitense, domani si vedrà. Così, di fronte a tante incertezze, si può almeno affermare che Trump ha confermato nell’opportunismo una sua celebre dote, quella che permette di manipolare gli eventi per produrre un momento favorevole al politico scaltro e senza remore.

   

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