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08 giugno 2017

Verso la liberazione del Siraq

di Sebastiano Caputo

Il caldo torrido e il digiuno dettato dal ramadan non fermeranno la liberazione del “Siraq”. Proprio in queste ore tutti gli eserciti coinvolti sul terreno si stanno muovendo in direzione dell’epicentro dello Stato islamico per cancellarlo una volta per tutte dal Medio Oriente. L’esercito iracheno, impegnato sul fronte orientale, vuole mettere fine all’occupazione di Mosul, dove il 29 giugno 2014 Abu Bakr al Baghdadi proclamò la nascita del Califfato, tanto che secondo alcuni analisti militari l’offensiva potrebbe concludersi già nel giro di poche settimane. Di recente lo stesso comando della polizia federale irachena ha confermato che i jihadisti avrebbero perso l’80% delle loro forze speciali che indossano cinture esplosive, protagonisti degli attacchi suicidi e in passato principali spine nel fianco della Golden Division irachena, che in compenso ha già circondato gli ultimi cinque quartieri, tra cui quello della “città vecchia”, sede della grande moschea Al Nour in cui si sarebbero asserragliati tra i 500 e i 1000 miliziani.

A causa dei frequenti scontri confessionali avvenuti in questi anni in Iraq, fuori da Mosul sono i soldati dell’unità di difesa popolare (PMU) a maggioranza sciita a gestire l’avanzata nel quadro dell’operazione Mohammed Rasool Allah (Mohammed è il profeta di Dio), i quali negli ultimi giorni hanno aperto un varco fino al confine con la Siria liberando i villaggi di Taro, a nord-ovest del distretto di Al-Qahtaniya, lungo la montagna di Sinjar, e di Wadi al Meitar nella parte occidentale del governatorato di Ninive. Il vice-comandante Abu Mahdi al-Mohandes, in accordo col premier Haider Al-Abadi, ha dichiarato che le sue truppe si concentreranno unicamente nel controllo della frontiera siro-irachena per poi spostarsi a Tell Afar, città a maggioranza turcomanna di confessione sunnita, che riveste un forte valore strategico. La sua riconquista permetterebbe di tagliare la principale via di rifornimento e comunicazione tra Siria e Iraq e isolare i gruppi jihadisti impegnati nella lotta contro il governo di Bashar Al-Assad e gli arabo-curdi più a nord. In questi mesi sono persino circolate diverse voci sulla presenza di Abu Bakr al Baghdadi proprio in questa città, che durante il periodo di presenza in Iraq delle forze statunitensi era divenuta la roccaforte di Abu Mussab al Zarqawi, fondatore di al-Qaida nonché ispiratore dello stesso Stato islamico.

Sul fronte occidentale, invece, l’offensiva contro il Califfato si concentra principalmente tra Raqqa e le province di Homs, Palmira e Aleppo. È una partita a scacchi in cui ognuno cerca di ritagliarsi uno spazio vitale in vista di una ricomposizione territoriale. Se da un lato i soldati delle Forze democratiche siriane, l’alleanza arabo-curda appoggiata dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, sono entrate martedì sera nella parte est (quartiere di Mashalab) della “capitale del Terrore” dove sarebbero rimasti soltanto tra i 3 e i 4 mila miliziani, dall’altro l’esercito siriano ha lanciato tre offensive distinte (Arak, Maskanah, Al Tanf) che mirano a riaprire l’autostrada verso Baghdad e a creare un varco in direzione di Deir Ezzor e della stessa Raqqa. Ma è proprio in questo intreccio di operazioni militari che i soldati governativi sono stati fermati dagli Stati Uniti, che a ridosso del confine meridionale giordano-iracheno addestrano da anni delle milizie siriane ribelli in lotta contro Assad. Così, dopo quel primo attacco dell’amministrazione Trump alla base aerea siriana di al-Shayrat, è arrivato nella notte di martedì il secondo raid da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro una colonna che si dirigeva verso le zone controllate ai ribelli. Si tratta dell’ennesimo cortocircuito del Pentagono, che mentre dice di lottare contro il terrorismo nei fatti gli apre una via di fuga verso sud.

In ogni caso, allo Stato islamico rimangono poche settimane e, non potendo difendere tutti i fronti aperti dai suoi nemici della regione, ha deciso di accelerare il processo di esportazione della guerra oltre confine attraverso operazioni terroristiche in tutto il mondo. Dopo i recenti attacchi di Londra e di Parigi, a pagare più caro degli altri sono gli sciiti colpevoli di combattere il jihadismo di confessione sunnita da più tempo e con maggiore efficacia degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei. Una settimana fa sono stati attaccati i quartieri a maggioranza sciita di Baghdad; mercoledì mattina è arrivato il turno della Repubblica islamica dell’Iran. Non accadeva da decenni, ma il consolidamento dell’amicizia tra la famiglia reale dei Saud e Donald Trump sembra aver cambiato radicalmente gli orizzonti. Nessuno, ormai, è più al sicuro.

 


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