20 maggio 2019

Verso le elezioni europee. Gli ultimi giorni

di Matteo Miglietta

Probabilmente in Italia se ne sono accorti in pochi, ma mercoledì 15 maggio è andato in scena a Bruxelles il primo e unico dibattito a cui abbiano partecipato tutti i principali candidati alla presidenza della Commissione europea. Una sfida dialettica poco avvincente e senza grandi colpi di scena, a dire il vero, che ha visto alternarsi le ricette proposte dagli Spitzenkandidat di Sinistra unitaria (Nico Cué), Verdi (Ska Keller), Conservatori e riformisti (Jan Zahradil), liberali (Margrethe Vestager), popolari (Manfred Weber) e socialisti (Frans Timmermans).

A rendere il dibattito un mero esercizio di stile hanno però contribuito due fattori fondamentali: l’assenza delle forze sovraniste sul palco e il fatto che molti leader europei abbiano recentemente affossato il nuovo meccanismo degli Spitzenkandidaten dichiarando la propria contrarietà a tale processo.

 

I sovranisti assenti dal dibattito europeo

Che si voglia credere o meno a quanto indicano i sondaggi, sicuramente le forze cosiddette “sovraniste” e di estrema destra miglioreranno il proprio risultato elettorale rispetto al 2014. Non solo. Saranno espressione di governi considerati sovranisti anche i candidati commissari europei che verranno proposti da Italia, Ungheria, Polonia, Austria, a cui si può aggiungere la Romania, dove il governo è da tempo osservato speciale di Bruxelles per possibili violazioni dello Stato di diritto. Candidati che, è bene tenerlo a mente, dovranno però passare l’esame del Parlamento europeo, dove le commissioni competenti li accoglieranno in audizione per verificare se siano adatti al loro ruolo. Attenzione a considerate il passaggio solo una formalità, perché sono diversi i casi di potenziali commissari europei che in passato sono stati bocciati dall’aula. Fra questi anche l’italiano Rocco Buttiglione, proposto nel 2004 dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che venne rimandato a Roma a causa delle sue posizioni sui diritti degli omosessuali.

 

L’incertezza sul prossimo presidente della Commissione

Il 9 maggio si è svolto a Sibiu, in Romania, l’ultimo vertice dei capi di Stato e di governo europei prima delle elezioni. Nel giorno della festa dell’Europa, che celebra l’anniversario della “dichiarazione di Schuman”, il summit avrebbe dovuto rilanciare le ambizioni dell’Unione Europea (UE) dettandone le linee da seguire in futuro. L’unico suo risultato, invece, è stato quello di mettere la pietra tombale sul processo dello Spitzenkandidat, la pratica usata per la prima volta nel 2014 che prevede che diventi presidente della Commissione UE il candidato del partito europeo vincitore delle elezioni. Alcuni capi di Stato, guidati dal francese Emmanuel Macron, hanno detto esplicitamente di essere contrari al meccanismo, preferendo invece che a decidere siano i leader dei Paesi “eletti democraticamente dal popolo”.

Al termine del summit, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha annunciato la convocazione di un vertice straordinario il 28 maggio per decidere in fretta il nome di chi sarà chiamato a guidare la Commissione europea per i prossimi cinque anni. I giochi, insomma, si apriranno in quel momento. E non serve essere esperti politologi per capire che non saranno facili da gestire.

Tornano così in campo i nomi di altre personalità di spicco a livello europeo, che da più parti sono visti come papabili prossimi presidenti della Commissione. Si va dal capo negoziatore dell’UE per la Brexit, il francese Michel Barnier, alla presidente lituana uscente ed ex commissaria europea Dalia Grybauskaitė. Mentre restano sempre alte le quotazioni dell’attuale commissaria UE alla concorrenza, la danese Margrethe Vestager.

 

Le ultime tendenze in Europa e il voto

In questo periodo prevoto in Italia è proibito parlare di sondaggi, ma negli altri Paesi europei tale regola non esiste. Non è quindi un segreto che in Germania la CDU sia data sotto il 30% pur restando il primo partito, con i Verdi (Grünen) in crescita fino al 20%, i socialisti della SPD al 16% e gli alleati della Lega dell’Alternative für Deutschland (AfD) intorno al 13%. In Francia, ci si aspetta invece un testa a testa fra Rassemblement National di Marine Le Pen e La République En Marche! del presidente Emmanuel Macron, entrambi attestati intorno al 22%. Nel Regno Unito sta preparando la festa Nigel Farage, ex leader del partito Ukip e oggi fondatore del Brexit Party, nato per dare voce a chi si sente tradito dal comportamento del governo di Londra e ribadire l’intenzione del Regno Unito di voler abbandonare l’Unione. Alcuni sondaggi sono arrivati a prevedere per Farage fino al 35% dei consensi.

Comunque vada a finire, bisognerà aspettare fino alle 23:00 di domenica 26 maggio per conoscere i primi risultati del voto aggregati su scala europea. Solo allora, quando in Italia chiuderanno i seggi elettorali, il Parlamento europeo sarà in grado di sommare i primi exit poll ai risultati dei conteggi parziali effettuati fino a quel momento nei 28 Paesi. Si preannuncia una lunga notte elettorale e un ancor più lungo periodo di negoziati per la designazione del presidente della Commissione europea che, una volta scelto dai 28 leader UE, dovrà poi essere votato dalla maggioranza assoluta dell’aula del Parlamento europeo.

 

Immagine: Tre candidati per le prossime elezioni presidenziali della Commissione europea si preparano sul palco prima del dibattito presidenziale dell'Eurovisione al Parlamento europeo, Bruxelles, Belgio (15 maggio 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0