7 marzo 2019

Verso le elezioni europee. I nodi del PPE

di Matteo Miglietta

Al voto per il rinnovo del Parlamento europeo mancano circa 80 giorni, ma gli assetti politici e le alleanze in vista dell’appuntamento elettorale sono ancora tutt’altro che decisi. Fra i protagonisti principali di questo subbuglio politico c’è il Partito popolare europeo (PPE), che sarà un sicuro protagonista del dopo voto in quanto dovrà scegliere se allearsi con le forze sovraniste oppure preferire un’inedita intesa a tre con socialisti e liberali per arginare gli estremismi. Tuttavia, prima ancora di decidere le alleanze future, il PPE si trova nella difficile situazione di dover scegliere quelle attuali. La presenza al suo interno del primo ministro ungherese Viktor Orbán, infatti, sta diventando sempre più scomoda.

 

Con o senza Orbán?

Dodici partiti provenienti da nove Paesi diversi (Belgio, Portogallo, Finlandia, Grecia, Lituania, Olanda, Svezia, Lussemburgo e Norvegia) hanno chiesto che il partito Fidesz del controverso primo ministro ungherese venga espulso dal PPE. L’iniziativa era partita dai cristiano-democratici scandinavi, ma si è presto allargata a macchia d’olio superando la soglia minima (7 partiti nazionali di almeno 5 Stati membri) prevista dal regolamento interno del PPE per chiedere la cacciata di un gruppo politico. La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, già colmo di scontri e tensioni fra Orbán e i suoi alleati, è stata la campagna di comunicazione lanciata dall’ungherese contro la Commissione europea e il suo presidente Jean-Claude Juncker (anch’egli PPE). Quest’ultimo viene accusato di appartenere a una sorta di complotto internazionale del quale farebbe parte anche il magnate George Soros, che punta a far invadere l’Unione Europea da ondate di migranti. «Orban ha danneggiato il PPE con le sue dichiarazioni e i suoi manifesti» ha dichiarato nei giorni scorsi il capogruppo dei popolari al Parlamento europeo e loro candidato alla presidenza della Commissione UE, Manfred Weber, lasciando aperta la porta a ogni tipo di provvedimento nei confronti di Fidesz.

I nodi verranno al pettine il 20 marzo, quando si riunirà a Bruxelles l’assemblea politica del PPE che potrebbe essere chiamata a votare un documento che preveda, almeno in un primo momento, la sospensione del partito ungherese.

 

Il PPE in calo nei sondaggi

Il partito ungherese Fidesz può contare su 11 eurodeputati durante l’attuale legislatura, una delegazione da non sottovalutare in vista delle elezioni di maggio che, secondo le ultime proiezioni elaborate dal Parlamento UE, vedranno il partito in crescita di due seggi. Il PPE, invece, viene dato in calo dagli attuali 217 deputati a 181, e poco conta che a causa della Brexit l’emiciclo di Strasburgo si restringerà da 751 a 705 membri, visto che solamente due deputati britannici oggi militano nelle file dei popolari.

La fuoriuscita di Fidesz sarebbe quindi un problema per la tenuta in aula del PPE, mentre il partito ungherese potrebbe andare a rinfoltire le fila del gruppo dei conservatori e riformisti orfani dei loro membri britannici, oppure di un possibile raggruppamento europeo delle forze sovraniste guidate dalla Lega.

 

Il candidato alla presidenza della Commissione

Secondo una prassi già sperimentata nel 2014 alle ultime elezioni, anche per questa tornata elettorale i partiti europei hanno scelto il loro Spitzenkandidat, il candidato alla poltrona di presidente della Commissione UE. I popolari hanno deciso di puntare sul tedesco Manfred Weber, 46 anni, attuale capogruppo del PPE al Parlamento europeo e vicepresidente dell’Unione cristiano-sociale (CSU), il “fratello” bavarese della CDU della cancelliera Angela Merkel. A sfidare la sua nomina durante il Congresso di novembre a Helsinki si era schierato l’ex primo ministro finlandese Alexander Stubb, ma Weber l’ha spuntata ottenendo quasi l’80% delle preferenze. Il politico bavarese è alla sua terza legislatura al Parlamento europeo, dove ha pian piano scalato le gerarchie del PPE, faticando però a farsi conoscere oltre i confini tedeschi. 

Cattolico, ingegnere civile, chitarrista in una band e fiero residente del piccolo comune di Wildenberg (meno di 1.500 abitanti vicino ai confini con Austria e Repubblica Ceca), Weber è entrato a far parte del Parlamento bavarese nel 2002 ad appena 29 anni, e due anni dopo è riuscito a fare il salto nel panorama europeo facendosi eleggere all’assemblea di Strasburgo. Il fatto di essere sconosciuto alla maggior parte dei cittadini europei potrebbe essere un’arma a doppio taglio per lui: se da un lato i detrattori lo accusano di poco carisma e di non avere alcuna esperienza di governo, dall’altro, nonostante una lunga carriera politica, questo gli dà la possibilità di presentarsi agli elettori come un uomo del cambiamento rispetto alla “vecchia politica” europea.

 

Il pensiero di Weber

#BetterEurope, “Più forti insieme per un’Europa migliore” è lo slogan scelto per la sua campagna elettorale, che punta in particolare sul voler “riportare l’Europa vicino alle persone”. Lavoro, sicurezza («vogliamo 10.000 altri agenti di Frontex per controllare le nostre frontiere esterne», si legge sul suo sito), innovazione digitale, valori europei («la Turchia non può essere un membro dell’UE»), giovani e maggiore trasparenza nelle istituzioni sono i punti chiave su cui punterà la sua campagna per succedere al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

 

Immagine: Manfred Weber (15 febbraio 2017). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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