25 febbraio 2019

Verso le elezioni europee. Le scelte del PSE

di Matteo Miglietta

Mancano meno di 100 giorni al voto per le elezioni che dovranno rinnovare il Parlamento europeo e portare alla designazione del nuovo presidente della Commissione europea. Mai come quest’anno l’appuntamento sembra cruciale per il futuro del continente, e mai come quest’anno saranno davvero i temi europei a dominare la campagna elettorale. Socialisti e popolari potrebbero per la prima volta non avere più la maggioranza dell’aula ed essere costretti ad allearsi con i liberali per non lasciare troppo spazio alle forze sovraniste.

Ci avvicineremo al giorno del voto passando in rassegna i diversi schieramenti politici che si presenteranno all’appuntamento di fine maggio.

Partiamo dal Partito socialista europeo (PSE).

 

La scelta del cavallo su cui puntare

Venerdì e sabato scorsi il Partito socialista europeo si è riunito a Madrid nel Congresso che ha ufficializzato la candidatura alla successione di Jean-Claude Juncker del suo primo vicepresidente, l’olandese Frans Timmermans, lanciandone la corsa verso le elezioni. Una scelta scontata visto che Timmermans da novembre, quando ha ritirato la candidatura il commissario UE all’Energia Maroš Šefčovič, è rimasto l’unico nome socialista in lizza per il posto da Spitzenkandidat, termine tedesco che indica il candidato scelto dalla famiglia politica per la guida della Commissione europea. La coreografia dell’elezione per acclamazione ha avuto però il duplice scopo di attirare i riflettori dei media e, allo stesso tempo, sostenere la volata di Pedro Sánchez alla presidenza del Consiglio in Spagna. La scelta di Madrid per il Congresso, infatti, non è casuale. La penisola iberica è rimasta uno dei pochi territori a guida socialista in Europa, con Antonio Costa in Portogallo e lo stesso Sánchez in Spagna, che però il 28 aprile dovrà cercare di farsi rieleggere a capo del governo. I sondaggi danno il PSOE del primo ministro uscente in vantaggio sugli avversari e una vittoria pare possibile. Se così non fosse, per il PSE il cammino verso le europee si farebbe ancora più in salita.

 

Chi è Frans Timmermans

Al momento, la campagna dei socialisti sembra la cronaca di una morte annunciata. Le prime proiezioni elaborate dal Parlamento europeo li danno in caduta libera, con gli attuali 186 seggi che potrebbero crollare a 135. Lo stesso Timmermans, nonostante le innegabili doti oratorie e linguistiche (parla fluentemente olandese, francese, inglese, italiano, russo e tedesco), appartiene al Partito del lavoro (PVDA, Partij van de Arbeid), che in patria ha ottenuto appena il 5,7% alle elezioni del 2017, il risultato peggiore della sua storia. Nato a Maastricht nel 1961, il politico olandese è stato ministro degli Esteri, ha lavorato a Mosca, e in gioventù ha vissuto per quattro anni a Roma, dov’è diventato tifosissimo della squadra di Francesco Totti.

Timmermans avrà il duro compito di smentire tutti i sondaggi che prevedono un balzo in avanti dei partiti cosiddetti sovranisti ed euroscettici a danno dei più tradizionali popolari e socialisti. Una missione non facile anche perché Timmermans è visto come fumo negli occhi nell’Est Europa, e in particolare in Polonia, Ungheria e Romania. In quanto titolare delle deleghe sullo Stato di diritto, è stato lui il volto della Commissione nel criticare le misure prese dai governi di Budapest, Varsavia e Bucarest che rischiano di minare il rispetto della ‘rule of law’ in quei tre Paesi.

 

Il manifesto del PSE

Oltre alla scontata ufficializzazione della candidatura di Timmermans, il Congresso di Madrid è servito soprattutto per lanciare il manifesto Un nuovo contratto sociale per l’Europa, con cui il PSE intende presentarsi ai suoi elettori. Sette le aree su cui si basa il documento: un’Europa equa e solidale; un’Europa solidale a vantaggio di tutti; un’Europa sostenibile che protegge il nostro pianeta; un’Europa libera e democratica; un’Europa femminista con pari diritti per tutti; un’Europa progressista con un programma per i giovani; un’Europa forte, unita e in grado di promuovere un mondo migliore.

Lotta al cambiamento climatico, alle disuguaglianze sociali e all’ingiustizia fiscale sono le priorità su cui intendono concentrarsi i socialisti nella loro campagna per «creare un cambiamento progressista», come ha dichiarato lo stesso Timmermans, che come slogan ha scelto #ItsTime, cioè “è arrivato il momento”.

 

Il gruppo socialista al Parlamento UE

Nell’attuale legislatura il gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e democratici (S&D), che racchiude al suo interno i deputati appartenenti al PSE, può contare su 186 seggi. La delegazione più numerosa è quella italiana che nel 2014, grazie al 40,81% ottenuto dal Partito democratico, ha portato a Strasburgo 31 europarlamentari. E infatti proprio al Pd apparteneva colui che fino alla sua elezione in Senato, nel marzo 2018, è stato il capogruppo degli S&D: Gianni Pittella.

Le ultime proiezioni disponibili vedono gli S&D perdere 51 seggi in un Parlamento che, causa Brexit, vedrà il numero degli eurodeputati scendere da 751 a 705. Un calo così vistoso (il maggiore fra i gruppi oggi esistenti), abbinato alla crescita delle destre estreme e dei liberali, potrebbe portare per la prima volta al crollo del patto che ha visto da sempre i socialisti e i popolari ottenere il controllo della maggioranza dell’aula, e quindi spartirsi le nomine alla guida delle istituzioni europee.

Il tappo che conteneva le tensioni fra i due partiti era però già saltato due anni e mezzo fa, quando Pittella decise di candidarsi alla presidenza dell’emiciclo nonostante un altro socialista, il tedesco Martin Schulz, avesse già guidato l’aula per due mandati consecutivi ‒ per prassi, il mandato del presidente scade ogni due anni e mezzo, a metà legislatura, proprio per permettere l’alternanza fra Partito popolare europeo (PPE) e S&D. La mossa degli S&D era volta a evitare che il PPE avesse nello stesso momento le presidenze delle tre principali istituzioni comunitarie: Commissione europea (Juncker), Consiglio europeo (Donald Tusk) e Parlamento UE. Una battaglia però persa in un duello tutto italiano contro il candidato del PPE Antonio Tajani.

Ora la sfida per i socialisti sarà ripartire da quella sconfitta in aula e dalle débâcle che si sono susseguite negli ultimi due anni, dai Paesi Bassi all’Italia, per tornare ad essere una forza determinante nella prossima legislatura europea. Magari sull’onda di una vittoria elettorale in Spagna ad aprile.

 

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