13 febbraio 2017

Verso un’Europa a più velocità

Formule diverse di integrazione e meccanismi differenziati di cooperazione, geometrie variabili per un’Europa in crisi che continua a interrogarsi sul suo futuro, provando a delineare un nuovo percorso per gli anni a venire. Grandi e complesse le sfide da affrontare, dall’uscita del Regno Unito dall’UE – prova tangibile della ‘non irreversibilità’ del progetto europeo – all’ascesa delle forze nazionaliste in Europa, dal terrorismo alla gestione dei flussi migratori, fino alla posizione del Vecchio continente nei nuovi scenari geopolitici globali, ancora tutti da definire e decifrare dopo l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump. L’appuntamento, da tempo segnato sul calendario, è quello del 25 marzo 2017, data delle celebrazioni del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma: lì, nella capitale d’Italia, con la nascita della Comunità economica europea (CEE) prese concretamente forma nel 1957 il grande progetto comune, al netto del primo accordo istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) già siglato nel 1951.

CEE, CECA ed EURATOM: tre pilastri su cui fondare un solido ‘patto di pace’, dopo due conflitti drammatici che avevano ridotto il continente in macerie; un patto che finora ha retto ed è anche valso all’Unione il premio Nobel per la pace nel 2012. Adesso però quell’audace esperimento traballa, e il suo destino appare difficilmente intellegibile. Da Roma, il 25 marzo 2017, potrebbe arrivare qualche risposta per capire come si configurerà il futuro dell’Unione. Il confronto è cominciato già a inizio febbraio, in occasione del vertice informale tenutosi nella capitale di Malta La Valletta. Alla vigilia del summit, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk aveva affidato a una lettera le sue riflessioni, osservando come oggi l’Unione Europea abbia davanti a sé le sfide più pericolose e difficili dalla firma del Trattato di Roma, con un contesto geopolitico in continuo divenire, l’ascesa delle forze a vario titolo euroscettiche, antieuropeiste e dichiaratamente nazionaliste nel continente e una sostanziale perdita di fiducia nella forza del processo di integrazione politica anche tra le élite filoeuropee. In tale realtà, osservava Tusk, risulta dunque più che mai indispensabile mostrare il coraggio, la determinazione e la solidarietà politica degli europei, memori del motto «United we stand, divided we fall», ‘Uniti si vince, divisi si perde’: senza questi valori e senza questa consapevolezza – è la constatazione del presidente del Consiglio europeo – per l’Unione sarebbe impossibile persino sopravvivere.

Parole forti, che lanciano un chiaro monito alle cancellerie dei Paesi UE, anche se la questione di fondo resta: se nei recenti momenti di difficoltà sono prevalsi gli egoismi rispetto alla solidarietà, quali possono essere le giuste strategie per affrontare le sfide che l’Unione Europea si troverà di fronte nei prossimi anni? In altre parole: se l’attuale modello di integrazione non è riuscito a dare le risposte attese, è forse necessario ripensarlo?

In questo senso, un importante contributo alla discussione è arrivato dagli Stati del blocco del Benelux: in un documento ad hoc articolato in 6 punti, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi hanno infatti sottolineato come gli attuali trattati rappresentino una solida base per la futura cooperazione in ambito europeo, aggiungendo che l’UE dovrà occuparsi di un nucleo di priorità e – in ossequio ai principi di sussidiarietà e proporzionalità – intervenire soltanto se e nella misura in cui gli obiettivi non possano essere adeguatamente conseguiti dagli Stati membri. D’altro canto – si aggiunge – l’Unione sarà chiamata a operare fermamente in ambiti di chiaro valore aggiunto europeo, impiegando di conseguenza le proprie risorse finanziarie. Quanto all’ultimo punto del documento, in esso si afferma che «diversi percorsi di integrazione e di cooperazione rafforzata potrebbero garantire risposte efficaci alle sfide che interessano gli Stati membri in modo differente», riaprendo così il confronto sul dibattuto concetto di ‘Europa a più velocità’. Ed è proprio questo, in fondo, il nodo politico centrale, tanto importante da essere ripreso dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

Secondo Merkel, la realtà di un Europa a più velocità – nella quale cioè non tutti parteciperanno in egual misura e allo stesso modo alle fasi dell’integrazione – è di fatto scritta nel futuro dell’Unione, perché questo lascia intendere il clima spesso rissoso che ha animato la vita politica dell’UE negli ultimi anni, con fronti contrapposti e incapaci di trovare soluzioni condivise. Dunque, spazio alle iniziative più avanzate, a quelle prospettive di più accentuata cessione di ‘pezzi’ di sovranità da parte di alcuni Paesi per incrementare la cooperazione, senza che però tutti gli Stati membri siano tenuti a seguire il medesimo percorso. Sotto il profilo strettamente giuridico non si tratta di una particolare novità: in diversi ambiti infatti, l’Unione Europea viaggia già ‘a più velocità’, e le geometrie variabili sono oggi concretamente visibili, ad esempio, in casi emblematici e di grande rilevanza quali l’adozione della moneta unica e la partecipazione allo spazio Schengen, che non vedono coinvolti tutti gli Stati dell’UE. Quanto alle cooperazioni rafforzate poi, anch'esse sono già previste dai trattati in vigore. Se si inquadra tuttavia la questione in prospettiva eminentemente politica, essa appare sotto una luce diversa, anche in considerazione del fatto che ad affrontarla in maniera esplicita è una leader come Angela Merkel da sempre scettica verso l’ipotesi di un’Europa a più velocità.

Per il momento, diversi punti restano comunque da chiarire: la dinamica delle geometrie variabili vede infatti alcuni Paesi – tra cui l’Italia – estremamente interessati, ma le modalità, i tempi e gli ambiti in cui procedere a più accentuate forme di integrazione appaiono ancora tutti da definire. Quanto alla difesa, Francia e Germania premono già oggi per una cooperazione più intensa, posto anche che il principale ostacolo a tale percorso – il riluttante Regno Unito – verrà prossimamente meno. Sarà poi possibile spingersi tanto in avanti da giungere ad esempio, per un nucleo di Paesi, a una politica estera realmente condivisa? E come si procederà invece sul fronte economico? Se tale percorso dovesse concretizzarsi, i Paesi dell’Europa meridionale sarebbero presumibilmente tenuti a una più rigorosa disciplina di bilancio e a riordinare in modo deciso i conti, un impegno che potrebbe rivelarsi tutt’altro che semplice per realtà come la stessa Italia. Come reagirebbero poi le realtà dell’Europa dell’Est, recalcitranti all’ipotesi di cessione di ulteriori porzioni di sovranità, poco collaborative nell’affrontare problemi come quello della gestione dei flussi migratori ma comunque desiderose di non ‘rimanere indietro’, perché timorose di diventare attori secondari dell’Unione? Al riguardo Jarosław Kaczyński, leader del partito Diritto e giustizia al governo in Polonia, è stato chiaro: un’Europa a più velocità provocherebbe una rottura dell’Unione che nessuno auspica.

Merkel ha puntualizzato che non esiste alcuna intenzione di creare club esclusivi e che le diverse velocità non dovrebbero riguardare l’Eurozona, ma gli scenari sono ancora tutti da definire. Con il summit di Roma, nuovi tasselli potrebbero aggiungersi al mosaico, mentre i cruciali appuntamenti elettorali di Paesi Bassi, Francia e Germania nel corso del 2017 ci diranno a che futuro va concretamente incontro l’Unione. O addirittura se per l’Unione ci sarà un futuro.

 


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