12 marzo 2019

Nuova Via della Seta, l’Italia al centro

di Vincenzo Piglionica

«L’Italia è una delle principali economie mondiali e un’importante destinazione per gli investimenti. Sostenere la Belt and road initiative offre legittimità all’approccio predatorio cinese agli investimenti e non apporterà alcun beneficio ai cittadini italiani». Le dure parole twittate dall’account del National security council della Casa Bianca lanciano un segnale inequivocabile a Roma: il supporto formale dell’esecutivo alle Nuove Vie della Seta cinesi non incontrerebbe il favore di Washington, contraria a un’iniziativa che interpreta come esclusivamente finalizzata alla tutela degli interessi di Pechino.

Le tensioni legate al mastodontico progetto infrastrutturale, commerciale e geopolitico cinese, alla sua proiezione verso Occidente e alle possibili reazioni degli Stati Uniti, sono tornate di scottante attualità nel corso dell’ultima settimana, quando il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci – nel corso di un’intervista pubblicata il 6 marzo sul Financial Times – ha dichiarato che l’Italia è pronta a firmare un Memorandum of understanding a supporto della Belt and Road Initiative (BRI). Da una parte – ha puntualizzato il sottosegretario – i negoziati non potevano considerarsi conclusi, ma dall’altra rimaneva l’intenzione di chiudere le trattative in tempo per la visita in Italia del presidente cinese Xi Jinping tra il 21 e il 24 marzo, così da siglare l’intesa in quell’occasione. Quanto alle finalità della cooperazione italo-cinese, Geraci ha ricondotto l’interesse italiano verso le Nuove Vie della Seta a una dimensione prettamente economica: dunque, nessuna implicazione geopolitica, ma soltanto l’obiettivo di creare le condizioni affinché il made in italy possa avere maggiore successo in Cina e radicarsi più facilmente in un mercato di crescente importanza.

Le rassicurazioni così formulate – unite alla considerazione che il Memorandum of understanding non è uno strumento giuridico vincolante – non sembrano tuttavia aver convinto Washington, che attraverso il portavoce del National security council Garrett Marquis ha fatto immediatamente arrivare la sua replica dalle colonne dello stesso Financial Times. La BRI – questa è la posizione degli Stati Uniti – rimane un progetto pensato dalla Cina per la Cina, senza che alle controparti siano assicurati adeguati benefici; se poi c’è da credere che nell’immediato l’Italia non godrà dei benefici auspicati dall’intesa, nel lungo periodo la reputazione internazionale del Paese potrebbe risultare danneggiata. La posizione statunitense è dunque chiara: gli alleati non devono cedere al fascino della diplomazia cinese delle infrastrutture, ma al contrario sono chiamati a esercitare pressioni su Pechino affinché i suoi investimenti all’estero siano in linea con le migliori pratiche e gli standard internazionali.

Le parole del sottosegretario Geraci hanno poi trovato conferma nelle dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha definito le Nuove Vie della Seta «un importante progetto di connettività infrastrutturale» e sottolineato come esse possano rappresentare – pur con tutte le cautele necessarie – «un’opportunità per il nostro Paese». Pur ribadendo poi che l’imminente incontro con Xi Jinping rappresenterà l’occasione per procedere alla firma del Memorandum, il primo ministro ha comunque voluto rassicurare gli scettici, evidenziando come l’accordo quadro non implichi alcun vincolo, ma consenta all’Italia di «entrare e dialogare» circa le potenzialità del progetto. Conte ha quindi reso nota la sua disponibilità a prendere parte al summit sulla Belt and Road Initiative in programma a Pechino per il mese di aprile.

L’interesse di Roma verso le Nuove Vie della Seta non può considerarsi una novità riconducibile esclusivamente all’azione di questo governo: da tempo, infatti, l’Italia è spettatrice attenta alle evoluzioni dell’iniziativa, per via di una collocazione geopolitica strategica che le consentirebbe – grazie ai suoi porti – di fungere da punto di raccordo tra la rotta marittima e quella terrestre del progetto. La disponibilità di Conte a recarsi a Pechino per il vertice di aprile, così come il viaggio in Cina del ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio lo scorso settembre, possono dunque essere letti nella prospettiva di una certa continuità con l’operato dell’esecutivo Gentiloni, che da primo ministro aveva partecipato nel maggio del 2017 al Belt and road forum for international cooperation e si era premurato di sottolineare la posizione privilegiata dell’Italia nel cuore del Mediterraneo nonché il potenziale del Paese sul fronte dei porti e della logistica. Proprio in occasione del forum, Gentiloni ebbe inoltre modo di sottolineare come fosse necessario pensare alla costruzione di una «Via della seta della conoscenza», puntando l’attenzione sui proficui scambi scientifici e culturali che – accanto agli importanti contatti commerciali – fanno parte da secoli dell’interazione tra Italia e Cina. Marco Polo e Matteo Ricci sono a tal riguardo figure emblematiche, così come lo è il sacerdote secolare e missionario Matteo Ripa, che tra il 1711 e il 1723 lavorò alla corte dell’imperatore mancese Kangxi e, tornato a Napoli con quattro giovani cinesi e un maestro di lingua e scrittura mandarine, fondò nella città partenopea il Collegio dei cinesi, primo nucleo da cui sarebbe poi nata – come si legge sul sito dell’Ateneo – l’Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’.

Se però da una parte lo sguardo italiano verso Oriente non è una novità, dall’altra l’annuncio dell’imminente firma del Memorandum non lascia tranquilli gli Stati Uniti, al di là delle rassicurazioni circa la natura non vincolante del documento e sul suo valore come iniziale piattaforma di cooperazione. Secondo quanto riportato dal sito EURACTIV – che avrebbe avuto accesso al testo del Memorandum – l’accordo prevede un impegno comune di Italia e Cina nella promozione di sinergie e nel rafforzamento di reciproci comunicazione e coordinamento, oltre alla prospettiva di un consolidamento del dialogo politico sugli standard tecnici e di regolamentazione. Il documento definisce inoltre la cornice entro la quale collocare forme di cooperazione più specifiche e accordi commerciali meno rilevanti, compresi alcuni investimenti di società cinesi nel porto di Trieste.

L’Italia non sarebbe il primo Paese dell’Unione Europea a siglare il Memorandum of understanding con Pechino sulla BRI, ma sarebbe il primo del club del G7, diventando così la maggiore economia a supportare il progetto. Ed è questa – ha osservato il direttore del Reconnecting Asia Project presso il Center for strategic and international studies Jonathan Hillman – una novità non di poco conto, perché le realtà che hanno finora aderito all’iniziativa di Pechino presentano dimensioni economiche decisamente minori rispetto a quelle dell’Italia, e vedono nella mano tesa cinese una straordinaria occasione per dare corpo a progetti infrastrutturali che sarebbe difficile finanziare in altro modo. Per Roma però il discorso appare diverso ed è per questo che la firma del Memorandum con l’Italia avrebbe per Xi Jinping un significato particolare e di forte rilevanza innanzitutto politica: grazie all’accordo, infatti, Pechino potrebbe fregiarsi non solo del supporto di una delle più importanti economie dell’Occidente – ottenendo quindi una legittimazione di grande peso per il suo progetto –, ma anche di una realtà collocata in una posizione strategicamente rilevante, nel cuore dell’alleanza NATO e dell’Europa, spazi sui quali gli Stati Uniti esercitano un’influenza alla quale non intendono rinunciare. Di qui l’irritazione di Washington, che sa bene come accanto alla dimensione geoeconomica della BRI risieda una importantissima dimensione geopolitica, con Pechino impegnata ad ampliare il proprio raggio d’azione e a farsi valere come potenza globale.

Per l’Italia – ha osservato sul Financial Times James Kynge – le Nuove Vie della Seta rappresentano un’occasione per attrarre risorse in un momento economicamente complesso. Inoltre, il favore italiano verso la Belt and Road Initiative potrebbe convincere Pechino ad allentare i suoi controlli sugli investimenti delle compagnie cinesi all’estero e a mostrarsi più generosa verso Roma. Non è però un mistero che Washington – ancora impegnata in una guerra commerciale con la Cina – guardi con particolare diffidenza al dinamismo di Pechino e ai suoi investimenti, per le loro implicazioni geopolitiche e strategiche. In tal senso, esemplificativa è l’ostilità statunitense all’espansione di Huawei e ZTE, con Washington a esercitare pressioni sugli alleati affinché escludano dallo sviluppo delle tecnologie 5G le infrastrutture offerte dai colossi cinesi, per ragioni di sicurezza nazionale. Il sospetto americano è che quelle tecnologie possano infatti essere utilizzate per operazioni di spionaggio e per controllare cittadini e aziende: un ulteriore capitolo della rivalità sino-statunitense da cui l’Italia non è esclusa.

Dunque, il confronto tra Washington e Pechino si accende, e l’Italia pare essere al centro della partita. Le Nuove Vie della Seta rappresentano un progetto a cui Roma non sembra voler rinunciare, convinta che le occasioni di cooperazione e investimento – anche oltre l’ambito infrastrutturale – siano in linea con l’obiettivo di tutela dell’interesse nazionale, un principio a cui peraltro i partner occidentali hanno non di rado accordato la preferenza anche a costo di far scricchiolare equilibri e alleanze esistenti. Fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che alla difesa degli interessi nazionali sarà dedicata la massima attenzione, con la protezione delle infrastrutture strategiche – incluse quelle delle telecomunicazioni – e la piena garanzia della sicurezza cibernetica. Con la precisazione che il quadro dei rapporti politici e la collocazione euro-atlantica dell’Italia non saranno ridefiniti da una collaborazione che Roma intende declinare su un piano economico-commerciale.

 

Crediti immagine: tcly / shutterstock.com

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