18 giugno 2012

Vigilia di golpe in Egitto?

di Bruna Soravia

Venerdì 15 giugno, alla vigilia della travagliata elezione presidenziale appena conclusa, e contravvenendo drasticamente all’impegno dichiarato più volte di voler favorire la transizione democratica in Egitto, il Consiglio supremo delle forze armate (SCAF) ha di fatto ripreso il potere, sciogliendo il parlamento eletto e reintroducendo la legge marziale, sospesa da meno di due settimane dopo 20 anni dalla sua entrata in vigore. Allo stesso tempo, il Consiglio ha bloccato l’attività legislativa dell’assemblea costituente designata dal parlamento, dove pure dominavano gli esponenti dei partiti islamisti, e annunziato un decreto costituzionale ad interim, che è stato poi reso noto a urne chiuse. Questi provvedimenti d’inaudita gravità seguono alle sentenze con le quali la Corte suprema – i cui giudici sono stati tutti nominati da Mubarak – ha sancito la necessità di sciogliere l’attuale parlamento a maggioranza islamista, mentre ha invalidato il decreto parlamentare che escludeva dalla competizione gli esponenti del passato regime, dichiarando legittima la candidatura di Ahmed Shafik, designato da Mubarak come premier subito prima delle sue dimissioni e che rappresenta oggi lo “stato profondo” egiziano, il complesso militare-industriale lasciato intatto dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011. La gravità delle misure imposte al paese getta una pesante ipoteca sul risultato della consultazione, che dovrebbe essere comunicato ufficialmente giovedì 21 giugno. Il presidente eletto si troverebbe infatti a governare senza il controllo né del parlamento né dell’assemblea costituente, ma con i poteri che gli conferirebbe la costituzione transitoria, secondo i voleri dello SCAF. Nel caso della vittoria di Shafik, questo scenario riproporrebbe l’autocrazia militare che ha dominato il paese negli ultimi 60 anni, infiltrando ogni settore della vita pubblica. Viceversa, nel caso che a essere eletto fosse l’islamista Mursi, candidato dei Fratelli musulmani, il nuovo presidente si troverebbe privo dell’appoggio del parlamento e, verosimilmente, privo di poteri. Subito dopo la chiusura delle urne, lo SCAF ha infatti promulgato l’annunziato decreto costituzionale, che prevede il diritto di veto dei militari su eventuali dichiarazioni di guerra, l’esclusione dei civili dall’esame del bilancio militare e l’uso dei militari per reprimere eventuali disordini nel paese. Il decreto prevede inoltre nuove elezioni parlamentari, ma solo dopo la stesura della nuova costituzione, delegata alla stessa assemblea costituente bloccata prima delle elezioni, i cui lavori dovranno svolgersi sotto supervisione militare. La situazione nel paese è tuttavia più complessa. Lo scioglimento del parlamento eletto ha demotivato gli elettori e le percentuali di astensionismo (si parla del 60% del totale) sono state assai più alte che nel primo turno, dove pure aveva votato, secondo le stime ufficiali, solo poco più della metà degli aventi diritto. Gli elettori dei candidati esclusi dal ballottaggio hanno verosimilmente disertato in massa le urne: il solo Abdel Moneim Abdel Futuh, il Fratello dissenziente che aveva raccolto i consensi di molti democratici liberali (fra questi, il Movimento del 6 aprile) si è dichiarato per Mursi, mentre ‘Amr Musa aveva ambiguamente auspicato l’avvento di uno “stato civile”, dichiarando allo stesso tempo che l’Egitto non era pronto per l’esperienza parlamentare. Nei due giorni delle votazioni, cortei che invitavano a boicottare le urne si sono succeduti nelle strade del Cairo, mentre il numero di schede annullate volontariamente, in modi spesso pittoreschi, si profila assai alto. Per molti, l’alternativa è stata non fra il ritorno al passato regime e un governo eletto a guida islamista, ma fra laicismo e islamismo, senza mezzi termini; quest’ultima scelta ha lasciato pochi margini agli elettori cristiani copti, così come a una parte dell’opposizione laica, che hanno accolto, infatti, la candidatura di Shafik e l’intervento militare, come una garanzia contro l’instabilità politica e la deriva comunitaria. Dall’altra parte, il fronte islamista, accusato di mirare solo alla propria conservazione, sembra avere rapidamente esaurito il suo credito politico, e la reazione inaspettatamente tiepida dei Fratelli musulmani ai provvedimenti militari è stata interpretata come un segno della volontà di non giungere al conflitto con le forze armate. Anche l’annunzio del decreto costituzionale dello SCAF, subito dichiarato “nullo” dalla direzione della Fratellanza, è stato accolto solo da vaghe minacce di reazione popolare. Nonostante i proclami di vittoria di Mursi emessi dai Fratelli nelle ultime ore, sulla base di spogli parziali, la situazione non sembra destinata a chiarirsi presto né in modo indolore. Il vantaggio rivendicato da Mursi sarebbe infatti minimo rispetto ai voti attribuiti a Shafik ed entrambi i candidati hanno subito lanciato accuse reciproche di brogli elettorali, preludio all’inevitabile contestazione dei risultati.


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