08 maggio 2017

Vince Macron, vince l’Europa

di Michele Chiaruzzi

Nella politica la verità astratta non esiste. La verità è sempre concreta. Il risultato delle elezioni presidenziali francesi è dunque, anzitutto, una prova di verità politica. Ciò che si è dimostrato vero è la consistenza reale di quel nucleo di principi e simboli sovranazionali impiegati da Emmanuel Macron per forgiare la propria forza politica e vincere la sfida con Marine Le Pen, interprete contrapposta di principi e simboli nazionalistici. Se è vero che Macron ha fatto della bandiera europea la propria bandiera, allora le elezioni francesi sono state le vere elezioni europee di questo scorcio di secolo. Ciò a dire che le elezioni della Francia sono state anche, se non soprattutto, elezioni sull’Europa. In questo senso l’antagonismo fra Macron e Le Pen ha oltrepassato la dimensione locale della contesa francese e incarnato quell’antagonismo politico fra “nazionalismo” ed “europeismo” che oggi ha dimensioni continentali transnazionali.

Per comprenderne la portata occorre prestare attenzione al fatto che il nazionalismo non è affatto avulso dalla vita politica europea e dalla sua storia. Al contrario, gli europei sono stati la nutrice di nazionalismi sempre vivi e presenti finanche ai nostri tempi, com’è del tutto evidente. La Francia, naturalmente, non fa eccezione se non per esaltare questa caratteristica. Così queste elezioni francesi e il confronto tra Macron e Le Pen s’iscrivono in modo specifico e significativo nella storia recente della politica europea. Si è trattato difatti del confronto tra due culture europee differenti ma conviventi, tra due idee d’Europa contrapposte ma limitrofe. Macron ha inteso l’Europa come una comunità pluralistica di sicurezza il cui pilastro è l’Unione Europea, un’unione di stati sostenuta anche dalla forza della Francia. Le Pen ha inteso l’Europa come un insieme di piccole patrie il cui pilastro è lo Stato-nazione, un gruppo di Stati nel quale la Francia s’impone con la propria forza. Il fatto che la principale sfida politica francese si sia giocata soprattutto sul terreno della politica sovranazionale, ossia della politica europea, segna dunque una fase di passaggio cruciale sulla quale i posteri a lungo mediteranno.

A noi oggi spetta solo riflettere sulle evidenze che la sfida nazionale francese ci consegna. La prima è appunto il suo carattere sovranazionale in termini di confronto ideale e d’azione politica. La seconda è la centralità dell’Unione Europea nella vita politica d’Europa a prescindere dall’effettiva consistenza politica dell’Unione stessa. Colpisce difatti una questione che, a giochi ormai conclusi, rischia d’essere malamente trascurata con danni sicuri alla comprensione. La questione è la seguente. Per sostenere il suo sforzo politico Macron non ha fatto leva su un progetto politico compiuto e realizzato, considerato di successo per antonomasia. Tutto il contrario. Macron ha sostenuto il suo sforzo scegliendo di porre al centro della propria azione politica il progetto dell’Unione Europea, un progetto politico incompiuto e irrealizzato, considerato di questi tempi un fallimento per antonomasia. Considerato da chi? È questa la domanda che oggi s’impone alla luce di un fatto concreto, qual è il successo cruciale ottenuto da chi invece ha richiesto consenso sul progetto dell’Unione Europea proprio quando quel progetto è sembrato a molti vetusto e corrotto. La risposta a questa domanda l’ha data perciò il politico Macron sostenuto dalla grande maggioranza dei francesi e, dunque, la risposta l’hanno data donne e uomini di Francia. È una risposta chiara e netta a chi s’interroga, sinceramente o artatamente, sulla validità del progetto europeo. È la risposta – si badi bene – a un  progetto e non all’illusione o alla distruzione di un progetto. Quel progetto è costato impegno e fatica, ha richiesto fiducia e creatività, ha prodotto tensione e armonia che hanno attraversato l’Europa per settant’anni. Può ben darsi che taluni lo considerino ormai vecchio. Oggi sappiamo che la maggioranza degli europei di Francia, Olanda e Austria non la pensano affatto così. Vedremo che ne pensano gli altri.  

 


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