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31 agosto 2016

Vladimir Putin nel romanzo nazionale russo

Come governare un Paese con undici fusi orari? Semplice: col pugno di ferro. È il caso della Russia, impero plurisecolare e multietnico, che per tutta la sua storia ha visto una gestione del potere verticale e ipercentralizzata. È accaduto durante l’epoca dell’assolutismo monarchico dei Romanov come con l’amministrazione sovietica del PCUS e oggi accade con l’autoritarismo democratico di Vladimir Putin. Tuttavia quello che ormai viene definito da molti commentatori il “nuovo zar di tutte le Russie” non ha conquistato il potere con metodi violenti bensì per cooptazione da parte di quella classe dirigente insediatasi al Cremlino dopo il crollo dell’Unione.

In estrema sintesi, andò più o meno così. Nei cosiddetti “anni dell’apertura”, Michail Gorbacev non riuscì a portare a termine il disegno capitalista tracciato dalla Casa Bianca. Voltata la pagina della “gorby-mania”, le cancellerie occidentali scaricarono il premio Nobel per la pace e puntarono tutto su Boris Eltsin, considerato l’uomo giusto per superare l’eredità sovietica. E la strategia di chi voleva mettere una volta per tutte la parola “fine” all’esperienza social-comunista si rivelò inizialmente un chiaro successo. Il nuovo leader uscito vincitore dalle elezioni di giugno del 1991 sciolse il PCUS a seguito del tentato golpe e preparò con i giovani economisti Egor Timurovic Gadjar e Anatolij Borisovic Cubais quella che gli storici russi chiamano oggi la “terapia shock”, un programma selvaggio di liberalizzazione e privatizzazione dell’economia. Le conseguenze sul piano interno furono estremamente violente: le riforme favorirono i cosiddetti “oligarchi” e le società straniere in grado di offrire capitali immediati, mentre parallelamente esplodevano corruzione, insicurezza, criminalità organizzata e divario tra ricchi e poveri. Alla fine degli anni Novanta, Boris Eltsin, in difficoltà con l’opinione pubblica e con gli oligarchi che chiedevano una maggiore protezione delle loro ricchezze, non se la sentì di assumere di fronte alla storia il peso della liquidazione dell’eredità sovietica e lasciò le redini della Russia a un uomo misconosciuto, ex spia nella Germania e direttore dell’FSB (ex KGB): Vladimir Putin.

Nel 1999 il potere passò de facto in mano ad una élite di estrazione militare, estranea per formazione alle idee liberali, allo stato di diritto e all’occidentalizzazione della società. Fin da subito Putin non tradì le aspettative e si rivelò l’uomo forte della Federazione Russa. Mosse immediatamente guerra ai separatisti ceceni al fine di evitare la “balcanizzazione” del Paese, sfidò gli oligarchi che tradivano l’interesse nazionale (vedi i casi Gusinskij, Berezovskij e Hodorkovskij), evitò la disintegrazione territoriale con la legge sull’elezione dei governatori delle regioni, che verranno così nominati direttamente dal Cremlino, e riportò la nazione a ricoprire un ruolo di primo piano negli equilibri internazionali ponendo fine alla marginalità geopolitica in cui era stato relegato il Paese dopo la caduta del muro di Berlino.

In realtà Putin non rompe con il passato, ma si inscrive profondamente nella tradizione politica russa. Non solo ha stretto un’alleanza con la Chiesa ortodossa, religione di Stato ai tempi degli Zar, ma non ha mai nascosto il suo rammarico per la caduta dell’URSS, considerata da quest’ultimo “la più grande catastrofe geopolitica del secolo”. Nel settembre del 2004, infatti, affermò solennemente: “Oggi viviamo nelle condizioni che si sono costituite dopo la dissoluzione di un enorme grande Stato. Di uno Stato che, purtroppo, si è dimostrato privo di vitalità nelle condizioni di un mondo in rapido mutamento. Eppure, nonostante tutte le difficoltà, siamo riusciti a conservare il nucleo di questo gigante, l’Unione Sovietica. E abbiamo chiamato il nuovo paese Federazione russa”. Putin sembrerebbe così rappresentare il punto di congiunzione tra l’imperialismo zarista e il patriottismo sovietico.

Non a caso l’iconografia volta a scolpire l’immaginario della nuova Russia va esattamente in questa direzione. Nel dicembre 2000 la Duma di Stato e il Soviet della Federazione approvarono alcune leggi sui simboli raffiguranti l’intero Paese: la falce e il martello così come la stella rossa rimasero sugli edifici pubblici, gli stemmi statali presero la forma di un’aquila bicipite con le teste coronate, la bandiera tornò il tricolore bianco, blu e rosso, ed infine per l’inno nazionale fu ripristinato quello dell’Unione Sovietica ideato da Aleksandr Aleksandrov, ma furono corrette le parole da Sergey Michalkov (suscitando non poche accuse di “risovietizzazione”). E chissà se anche la tomba di Putin non verrà collocata dai successori proprio nella strada situata nella Piazza Rossa di Mosca, tra le mura del Cremlino e il Mausoleo di Lenin, in cui sono stati sepolti già Iosif Stalin e i grandi uomini del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Una cosa è certa, il suo nome è già stampato nei musei di storia contemporanea accanto ai protagonisti del romanzo nazionale russo. Culto della personalità o verità oggettiva? Saranno i russi a deciderlo.

 

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