12 dicembre 2018

Yemen, la speranza dei negoziati in Svezia

di Michele Chiaruzzi

«La speranza è la moneta corrente di un mediatore» ha detto Martin Griffiths. Il diplomatico delle Nazioni Unite sta conducendo con ammirevole tenacia i primi negoziati diretti dall’inizio della guerra dello Yemen (2015). Grazie all’ospitalità del governo svedese, i combattenti locali si trovano per la prima volta faccia a faccia a un tavolo di pace e non di guerra. Griffiths sa, come tutti noi, che la speranza è però, prima di tutto, una virtù teologale e non politica. Essa dunque può essere obliterata, in qualsiasi momento, non tanto dalla mancanza di speranza bensì dall’assenza di virtù politica. È questa che manca ai protagonisti della guerra, impegnati ormai da un triennio in combattimenti spietati e senza esclusione di colpi dei quali, naturalmente, a farne le spese sono, anzitutto, decine di migliaia di civili e, tra loro, i più deboli tra i deboli: i bambini.

Mentre si negozia in Svezia, lo Yemen è un Paese allo stremo, talmente devastato che sperare in un barlume d’intelligenza politica volto ad illuminarne l’oscuro scenario bellico è perciò obbligatorio. I negoziati, tuttora in corso, hanno permesso, almeno a parole, l’accordo su misure destinate a mutare il segno di un’ostilità finora cieca dei combattenti. Sono emersi barlumi di visione comune come quelli che dovrebbero permettere lo scambio di migliaia di prigionieri, la riapertura di vie di comunicazione col mondo esterno, forse la neutralizzazione di zone cuscinetto tra i territori controllati dagli uni e dagli altri. Sia come sia, potrebbero essere le prime di una serie di circostanze pacifiche che potrebbe essere estesa e ampliata o, forse, persino irrobustita. Se sperare è lecito, occorre anche sperare. Si tratta comunque di un risultato degno di nota in un negoziato che non ha e non può avere come scopo la cessazione delle ostilità.

Date le condizioni, ottenere dialogo e accordo almeno su alcune misure di reciproca confidenza tra fazioni in guerra accanita col sostegno d’importanti potenze esterne sarebbe un esito di successo. Ma è a queste potenze esterne e al loro sconclusionato confronto strategico in atto, del quale lo Yemen è un mero aspetto tattico, seppur rilevante, che è affidata la possibilità di sostituire, definitivamente, il confronto diplomatico allo scontro bellico. È la «speranza» evocata da Griffiths, tradotta in politica: una guerra le cui principali ragioni si trovano nel contesto internazionale, potrà trovare solo nella fine di quelle ragioni la sua conclusione. Quel contesto, tuttavia, non sembra semplificarsi, bensì aggravarsi, perlomeno nel quadro regionale. In effetti, mentre si negozia sullo Yemen entrambe le potenze principali regionali che sono direttamente coinvolte – Iran e Arabia Saudita – si trovano in una situazione sempre più debole e precaria, dunque più incerta e insicura.

Non è tanto l’affare Kashoggi a scuotere oggi l’Arabia Saudita ma due eventi politici paralleli al negoziato yemenita. Il primo si è svolto a Vienna e ha sancito la fine dell’OPEC come organizzazione decisiva nel contesto globale. Essa non ha più capacità diretta d’influenza tanto che, per orientare il prezzo del greggio, ossia per impiegare la propria leva economica sulla sfera politica, l’Arabia Saudita deve ormai ricorrere sistematicamente a una potenza esterna all’organizzazione, ossia la Russia. L’OPEC ha persino ancor meno peso nel momento in cui, non a caso, il Qatar ha deciso di abbandonare quest’organizzazione nella quale siedono anche le stesse potenze che gli impongono il blocco territoriale voluto dai sauditi.

Il secondo evento che ha scosso il contesto regionale durante i negoziati si è svolto a Abu Dhabi e consiste nella disintegrazione ormai evidente del Consiglio di cooperazione del Golfo lì riunitosi. Il Qatar vi ha partecipato solo nominalmente e i suoi membri si ritrovano oggi divisi da fronti scomposti rispetto alle linee di faglia che attraversano la regione: dal blocco del Qatar medesimo, alla guerra nello Yemen, alla politica verso Israele. Ma non sono solo le potenze arabe a sostenere il peso di un ordine regionale ormai in frantumi, del quale lo Yemen è un catalizzatore. L’Iran, l’altra potenza principalmente coinvolta, da sola o tramite alleati, si trova anch’essa in uno stato di tensione, alimentato dalla ridefinizione della sua sfera d’influenza e dalle reazioni ch’essa subisce. Tra queste reazioni l’isolamento imposto dagli Stati Uniti è solo l’aspetto più evidente, ostile e cruciale. Proprio gli Stati Uniti e i suoi alleati non sembrano affatto intenzionati ad abbandonare l’alleato saudita nella guerra yemenita; tanto quanto non lo sembrano gli alleati, palesi od occulti, dell’Iran che, ugualmente e parimenti, non abbandona il proprio impegno. È invece nel reciproco disimpegno bellico che passa, se non la soluzione, almeno la speranza che chi combatte sul terreno in Yemen passi dallo scontro al confronto. Senza di questo, nessun negoziatore, per quanto benemerito, può superare i limiti delle proprie circostanze.

 

Crediti immagine: anasalhajj / shutterstock.com

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