03 settembre 2012

Chi c’è dopo Gandhi?

di Antonio Menniti Ippolito

Nei mesi scorsi, il popolare settimanale indiano Outlook, in collaborazione con le reti televisive CNN-IBN, History18 Channels e BBC, ha lanciato un elaborato sondaggio per individuare l’indiano più significativo dopo Gandhi. La rilevazione, i cui risultati sono stati resi pubblici in occasione del sessantacinquesimo anniversario della indipendenza indiana (15 agosto 1947), si è svolto in più fasi e con una procedura complessa. La scelta è stata affidata in un primo tempo ad una giuria di 28 eminenti indiani che hanno ristretto a 50 personalità una prima lista di 100 nomi. In una seconda fase si è lanciata una consultazione pubblica attraverso un apposito sito web ( http://www.historyindia.com/TGI/ ) e voto telefonico. Simultaneamente, per evitare errori o macchinazioni dolose, una nota agenzia di sondaggi è stata incaricata di verificare con la propria metodologia gli esiti del voto “popolare”, che raccoglieva intanto quasi mezzo milione di pareri. L’esito di questa prima consultazione ha portato all’elaborazione di una lista di 10 eminenti indiani, che sono stati di nuovo sottoposti al voto popolare e alla verifica dell’agenzia di sondaggi, nonché riesaminati dalla giuria dei 28: ciascun voto ha pesato un terzo nella valutazione finale. I risultati di questa procedura rigorosa, ma non certo oggettiva (pur avendo coinvolto nelle varie fasi 10 milioni di votanti), sono stati significativi. Il vincitore è risultato un grande dimenticato della storia dell’India, Bhimrao Ramji Ambedkar, giurista paladino della causa degli intoccabili e artefice della costituzione indiana. Senza casta egli stesso e dunque fuori dall’ordine hindù, finì per convertirsi al Buddhismo, immune dall’ideologia delle caste. Secondo è giunto uno scienziato musulmano, A.P.J. Abdul Kalam, che, oltre ad essere considerato il padre della bomba atomica indiana, del subcontinente è stato amatissimo Presidente (una specie di Sandro Pertini), dal 2002 al 2007. Al termine del suo mandato, Abdul Kalam è ritornato all’insegnamento universitario, con scelta apprezzatissima da tanti indiani stufi di una concezione castale della politica. Al terzo posto si è classificato un grande protagonista della costruzione dell’India unita, Vallabhbhai Patel, ministro dell’interno del primo governo dell’India indipendente, capace di sbrogliare in poco più di un anno l’incredibile matassa costituita da 550 stati autonomi invitati, o con la capacità di convinzione, o con la forza (in soli tre casi), a condursi nella Repubblica federale indiana. Patel era l’unico che potesse per prestigio e doti da leader tenere testa a Nehru, con cui fu spesso in disaccordo, e fu tra l’altro l’artefice della creazione di un’efficiente alta struttura burocratica indiana. Solo al quarto posto si è classificato, con una certa sorpresa, Jawaharlal Nehru, il padre riconosciuto con Gandhi della indipendenza indiana, nonché primo ministro della Federazione dal 1947 alla morte, nel 1964. Personalità straordinaria, il suo modesto e sia pur ragguardevole piazzamento deriva dall’attuale crisi della politica indiana, soprattutto caratterizzata dal declino del partito del Congress. Al quinto posto c’è una personalità non originaria dell’India, non appartenente in alcun modo alla cultura del subcontinente, e che pure viene ammirata e rispettata lì più che altrove, Madre Teresa. La lista procede poi con personalità del mondo economico, politiche, dello sport, della musica. Significative le diverse gerarchie indicate dalle differenti giurie prima della sintesi finale: gli eminenti 28 giurati hanno indicato nell’ordine Nehru, Ambedkar, Patel e l’industriale J.R.D. Tata; il voto “popolare” Ambedkar, Abdul Kalam, Patel, l’ex premier A.B. Vajpayee, Madre Teresa, J.R.D. Tata. Il sondaggio demoscopico ha posto invece nelle prime posizioni i nomi di Abdul Kalam, Indira Gandhi, Madre Teresa e quello del più celebre giocatore di cricket in attività che precede i vari Nehru, Ambedkar, ecc. Queste diversità, in gran parte spiegabili con la diversità degli “elettorati” e degli strumenti di valutazione, sembrano valorizzare i risultati del sondaggio. Cosa trarre da questi risultati? Nulla di più della singolarità di una realtà, come quella indiana, spesso rappresentata da noi in modo coloristico e superficiale. Stupisce ad esempio che tra i primi cinque nominati vi sia un senza casta e poi convertito al buddhismo, un musulmano, un hindù (Patel), un agnostico come Nehru e una cattolica, Madre Teresa (in un paese dove i cristiani, nelle varie accezioni, costituiscono poco più del 2% della popolazione). Sotto questi aspetti il sondaggio ci regala l’immagine di una India tollerante e accogliente, di fatto un modello per le nostre società. Ma si vuole sottolineare un altro aspetto, assai più significativo. Il sondaggio escludeva Gandhi dalla lista dei votabili. Il Mahatma avrebbe vinto senza difficoltà ogni confronto e nessuno avrebbe osato mettere in discussione il suo primato, ciò per quanto al contrario la sua figura, il suo messaggio, la sua eredità, siano sistematicamente messi in discussione o dimenticati nella scena indiana. Basti solo pensare che l’India del non violento Gandhi mantiene la pena di morte (per quanto usata con parsimonia), e che lo stesso assassino del grande leader indiano venne giustiziato. Il riconoscimento alla memoria di Ambedkar è stato giudicato oltre che come un riconoscimento alla statura del politico-giurista, come una riparazione alle mortificazioni che egli subì in vita, non solo in quanto intoccabile (nelle prime elezioni del 1952 non fu eletto nella camera bassa indiana e trovò ruolo politico formale solo perché nominato dal Presidente della Repubblica in quella alta). Ma pure nel suo caso il lascito è controverso. Ad Ambedkar, che polemizzò con Gandhi e con Nehru, si lega infatti una delle questioni sociali e politiche più scottanti della scena dell’India: quella delle contestatissime e comunque discussissime quote riservate a rappresentanti delle caste svantaggiate e negli impieghi pubblici e nelle scuole e università (una discriminazione positiva che finisce spesso col ledere i diritti dei meritevoli di gruppi sociali elevati). A Nehru viene oggi rinfacciata la scelta socialista e autarchica che avrebbe mortificato le potenzialità del paese; di Madre Teresa si discutono metodologie e risultati del lavoro sociale che pure l’ha portata al Nobel, ecc. Ma probabilmente tutto questo ai votanti non interessava neppure. I partecipanti all’esperimento hanno premiato anzitutto personalità indiscutibili sotto il profilo morale, nobili nel senso più alto del termine e a due anni di distanza dalle nuove elezioni generali hanno voluto con ciò dare un segno forte ad un mondo politico indiano anche lì considerato come casta di privilegiati, scosso da grandi scandali e animato da populismi di ogni genere. L’hanno fatto, e questo va notato, senza cadere nell’antipolitica e premiando anzi, in quattro casi su cinque (ma a questi si deve aggiungere anche Gandhi), uomini che hanno svolto la propria missione al servizio del paese nel senso più alto del termine. E che tra i più votati tra gli indiani illustri sia presente a 15 anni dalla morte la non indiana, né hindù, né musulmana, Madre Teresa, lo si torna a sottolineare, è un meraviglioso indice di apertura, così come va notato che tra i 10 finalisti, tre sono le donne.


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