20 febbraio 2012

Con ghiaccio o senza

Il permafrost artico è un delicato ecosistema il cui equilibrio è sempre più incrinato dal rapido aumento delle temperature: le conseguenze di questo processo potrebbero essere più ampie del previsto. Sul numero 480 della rivista Nature, del 1° dicembre 2011, è uscito un nuovo importante contributo sull’argomento, Climate change: High risk of permafrost thaw, frutto di una ricerca coordinata da Edward Schuur dell’Università della Florida e da Benjamin Abbott dell’Università dell’Alaska a Fairbanks. Con l’incremento delle temperature artiche, il permafrost si sta sciogliendo e l’anidride carbonica, rilasciata in atmosfera come conseguenza della fusione, accelererà ulteriormente il cambiamento climatico. Nel suolo artico, infatti, il carbonio può penetrare per molti metri mentre in altri ambienti è concentrato solo nel metro più superficiale di terreno. Il permafrost presente nell’emisfero settentrionale contiene circa 1.700 miliardi di tonnellate di carbonio – il doppio di quelle presenti oggi in atmosfera – e secondo gli scienziati potrebbero essere rilasciati fino a 380 miliardi di tonnellate entro la fine del secolo. Le conseguenze sul clima e sull’ambiente potrebbero essere superiori a quelle, già devastanti, della deforestazione.

Sui rischi della fusione del permafrost è intervenuto anche James Hansen, climatologo della Nasa, a capo del Goddard Institute, che ha criticato polemicamente le timidezze della conferenza sul clima di Durban: l’impegno a contenere le emissioni non è vincolante e diluito nel tempo. Anche l’obiettivo appare in prospettiva modesto: i famosi due gradi in più, ha detto Hansen, significano comunque un Artico senza ghiacci. Non è facile prevedere i tempi ma ci si arriverà inevitabilmente; dunque fermare le emissioni a questo livello, è fermarsi troppo tardi.


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