26 marzo 2013

Diario dalla Cina

MARZO 2013

 

Giovani si indebitano in Cina con banche per comprare tablet e smartphone

Più di ventimila studenti hanno fatto ricorso a prestiti ad altissimi tassi d’interesse per acquistare iPhone e iPad nella città di Wuhan, nella Cina centrale. Lo afferma l’agenzia Nuova Cina. L’agenzia precisa che dal gennaio del 2012 al febbraio 2013, studenti della locale università hanno avuto prestiti per 160 milioni di yuan (oltre 16 milioni di euro) dalla Home Credit China (Hcc), una finanziaria privata i cui tassi hanno fatto parlare alcuni giornali locali di usura. Calcolando che Wuhan ha circa 1 milione di studenti significa che 1 su 50 ha chiesto un prestito. “Il problema – ha spiegato Liu Mingwei, direttore regionale della Hcc – è che abbiamo perso i contatti con oltre un centinaio di loro. Si sono resi irreperibili non rispondendo alle chiamate o alle lettere che ricordavano loro di effettuare i pagamenti”. Secondo Li oltre il 90% del credito ottenuto è stato utilizzato per comprare prodotti Apple, iPhone e iPad in primo luogo. La Home Credit China fornisce agli studenti prestiti rimborsabili in 9, 12 oppure 15 mesi per importi che vanno da un minimo di 540 yuan (circa 60 euro) a un massimo di 10.000 yuan (oltre 1000 euro). Ottenerli è molto facile, basta presentare una carta d’identità, un carta di credito e la carta universitaria dello studente. Il processo di approvazione è velocissimo, spesso basta anche meno di un’ora. Secondo Qiu Baochang, che guida il gruppo degli avvocati all’interno dell’associazione cinese dei consumatori, il governo cinese dovrebbe rafforzare la supervisione sulle società di finanziamento. Nel 2009 la Banca del popolo cinese aveva emesso una normativa limitando a 1000 yuan la somma che si può dare come credito agli studenti.

 

Sostanze tossiche nelle auto di lusso prodotte in Cina

Gli interni dei veicoli prodotti in Cina da alcune case automobilistiche di lusso tra cui Audi, Bmw e Mercedes potrebbero contenere sostanze chimiche dannose. Lo riferisce lo Shanghai Daily, citando un programma della televisione cinese CCTV (China Central Television) che ha sollevato il caso dopo che alcuni proprietari avevano segnalato un persistente odore anomalo all’interno delle vetture e lamentavano problemi di salute. A seguito di alcuni controlli effettuati dal dipartimento di chimica dell’Università di Pechino, negli abitacoli di alcune vetture di Audi, Mercedez e Bmw sono stati trovati dei pezzi di disco sagomato prodotti in Cina negli ultimi anni effettuati con sostanze bituminose capaci di rilasciare sostanze tossiche specie quando esposti ad alte temperature. Il reportage della CCTV ha messo in rilievo come usando queste sostanze, anziché resine più rispettose dell’ambiente e della salute, ma più costose, le case automobilistiche possono arrivare a risparmiare fino a 130 milioni di yuan all’anno (oltre 13 milioni di euro). Alcuni dei proprietari delle auto incriminate hanno raccontato a CCTV di soffrire di vertigini, stanchezza e altri disturbi. Uno di questi ha raccontato che il suo medico gli ha detto che i suoi polmoni sono come quelli di un accanito fumatore, mentre lui non ha mai fumato. Intanto la Bmw in Cina ha fatto sapere di stare prestando la massima attenzione al caso, segnalato dagli uffici competenti. Quanto alla Mercedes Benz ha dichiarato che tutti i materiali impiegati nei suoi veicoli venduti in Cina seguono gli standard di qualità della società, e non sono diversi da quelli usati nelle auto vendute in altri paesi.

 

Verso il Conclave: in Cina si prega (in silenzio) per rapporti normali con Roma

Sulla collina a occidente della capitale economica cinese, dove dal 1863 si staglia il santuario (divenuto tale nel 1942) di Nostra Signora di Sheshan, l’aria non è inquinata come nella metropoli Shanghai di cui fa parte, ma è pesante. L’atmosfera è surreale alla vigilia del Conclave che eleggerà il nuovo Papa di Roma: da un lato sembra di partecipare ad un normale pellegrinaggio in qualsiasi santuario mariano del mondo con pellegrini, bancarelle, venditori, oggetti sacri. Dall’altro, però, senti gli sguardi della gente, dei custodi, e di coloro che si chiedono se quell’occidentale con macchinetta fotografica e che ogni tanto scambia qualche parola con i fedeli, sia solo un turista. Sheshan è il centro del cattolicesimo cinese, l’unico santuario mariano del genere in tutta la terra di mezzo. Nel 2008 Papa Benedetto XVI compose la preghiera alla vergine di Sheshan, affidando a lei, venerata come ‘aiuto dei cristiani’, le sorti della Chiesa in Cina. A lei l’anno prima, il 27 maggio del 2007, lo stesso papa dimissionario ha affidato la Cina cattolica quando scrisse la famosa “lettera ai vescovi, ai presbiteri alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese”, chiedendo che la ricorrenza della Madonna di Sheshan, il 24 maggio, diventasse in tutto il mondo giornata di unione e preghiera per la Chiesa in Cina. Non lontano dalla basilica minore che ospita la statua della Madonna di Zose (il modo con cui in dialetto shanghainese si pronuncia Sheshan), c’è anche il seminario dove è ospitato da luglio in ‘ritiro spirituale’ il vescovo Taddheus Ma Daqin, ex vescovo ausiliario di Shanghai, consacrato il 7 luglio 2012 con il consenso papale e che il giorno stesso dell’ordinazione annunciò le sue dimissioni dalla sua carica in seno all’Associazione della Chiesa Cattolica Patriottica cinese (Cpa), per concentrarsi meglio sul suo ministero. Da allora è lì dentro, senza contatti con l’esterno, di fatto detenuto. A dicembre gli fu revocato il mandato di vescovo ausiliario di Shanghai. Dallo scorso mese di novembre, non è neanche aggiornata la sua pagina sul servizio di microblog cinese Weibo sia su un altro social network sempre di Sina. Di lui non si sa nulla. L’accesso al seminario è off limits per tutti, anche per coloro che si spacciano per turisti. Veniamo gentilmente respinti. Bocche cucite anche fra i pellegrini, nessuno parla. Due anziani, con gli occhi, ci fanno notare un paio di telecamere posizionate nell’area del santuario. L’atmosfera nella basilica è strana, diversi visitatori cinesi fanno molta confusione, si avvicinano il più possibile alla statua della Madonna che tiene il Bambino in alto per fare foto, si alternano dinanzi ai quadri e agli altari. In alcuni angoli, invece, altri pregano. Una donna, con voce bassa, ci dice di stare pregando per la Chiesa, per il nuovo papa, sotto il quale spera possano normalizzarsi i rapporti con la Cina. Non è un momento semplice per la chiesa cattolica a Shanghai. Oltre alla situazione del vescovo Ma, c’é anche quella di Aloysius Jin Luxian, il vescovo 97nne che ha trascorso diversi anni in carcere e che, pur essendo presidente onorario della Chiesa patriottica e della conferenza dei vescovi cinesi (non in comunione con Roma), chiese ed ottenne il riconoscimento del Vaticano. Ha lavorato molto per il riavvicinamento con la Santa Sede, è un punto di riferimento per i cattolici cinesi. Purtroppo in questo periodo è gravemente ammalato. Anche per lui si prega a Sheshan.

 

In Cina più donne manager al mondo, ma a Hong Kong aumentano crimini di donne over 60

È la Cina il paese con maggior numero di donne manager al mondo, in percentuale sul totale. Lo rivela uno studio condotto dalla Grant Thornton, una società americana specializzata in ricerche e consulenza. Ma mentre nella Cina continentale questo dato sembra portare alla piena emancipazione femminile, secondo la stampa di Hong Kong a causa della povertà crescente, il numero dei reati commessi dalle donne over 60 sono in aumento. Secondo l’indagine della società americana, oltre il 51% dei posti di alto livello in Cina sono ricoperti da donne. In particolare le cinesi del gentil sesso ricoprono l’81% delle posizioni di direttore delle risorse umane e il 61% di quelle di funzionario contabile. Complessivamente il 24% dei ruoli dirigenziali "senior" sono occupati dalle donne, con un incremento del 21% rispetto al 2012 e del 20% rispetto al 2011. Gli Stati Uniti e il Regno Unito su una classifica di 44 paesi sono arrivati rispettivamente ottavo e settimo, mentre il Giappone è ultimo con solo il 7% delle donne in ruoli manageriali. Sempre secondo la ricerca di Thornton in generale i cinesi guardano di buon occhio un sempre maggiore ingresso delle donne nel mondo del lavoro e in ruoli di prestigio e responsabilità. D’altro canto però, secondo un’altra ricerca condotta da Career International Consulting, un’azienda di reclutamento del personale, sono almeno il 40% le donne lavoratrici nel Paese del dragone che si dicono tuttora insoddisfatte dei loro livelli salariali. Il 60% pensa ad un eventuale cambio di lavoro nel prossimo futuro. Effettuata su 1700 impiegati cinesi tra i 23 e i 43 anni, di cui il 45% circa donne, l’indagine ha evidenziato che le donne sono al momento più scontente degli uomini in termini di prospettive di carriera e crescita salariale. A Hong Kong, se da un alto ci sono molte giovani donne manager, dall’altro diverse anziane lamentano problemi. Secondo quanto scrive il South China Morning Post, mancanza di stipendi adeguati e costo della vita elevato inducono le donne dell’ex colonia britannica, in particolare quelle di età superiore ai 60 anni, a violare la legge. Recenti statistiche hanno evidenziato un forte incremento degli arresti tra le donne di questa fascia negli ultimi 20 anni. I reati più comuni sono quelli finanziari e i furti. Dati forniti dalla polizia di Hong Kong hanno rivelato come nel 2001 ci furono 248 casi di donne arrestate per furto mentre questo numero è arrivato a 926 nel 2011. In particolare gli arresti che hanno riguardato le donne di età superiore a 60 anni sono aumentati dal 1991 al 2011 di ben sei volte, da 204 a 1286. Il reddito medio di una donna di 60 anni e oltre a Hong Kong è di circa 6800 dollari di Hong Kong al mese (circa 670 euro) contro i 10.000 che guadagna di media un uomo della stessa età (990 euro circa).

 

Sono 83 i miliardari nel “parlamento” cinese

Ufficialmente resta il parlamento di un Paese comunista, ma fra i ranghi della ciclopica Assemblea nazionale del popolo sono ormai ben 83 i miliardari (in dollari americani), su quasi 3.000 deputati. Lo rivela la lista Hurun 2013, realizzata dall’omonima società di Shanghai, che pubblica ogni anno la classifica dei cinesi più ricchi e, da quest’anno, elenca inoltre i 1453 uomini più ricchi al mondo. Dopo le polemiche seguite alla lista dello scorso anno, che tolse il velo anche in Cina sulle ricchezze di alcuni dei più potenti uomini politici dello Repubblica Popolare, quest’anno emerge come tra i parlamentari ci siano gli uomini più ricchi nel Paese e che il numero dei deputati facoltosi continua a crescere. La lista sottolinea inoltre che, a fronte delle decine di politici-magnati presenti nei palazzi del potere dello Stato fondato da Mao, negli Stati Uniti – patria del capitalismo – l’unico miliardario censito in posizione politica di rilievo risulterebbe essere Michael Bloomberg, sindaco di New York. Il parlamentare cinese più ricco è, secondo la rivista Hurun, Zong Qinghou , 68 anni, patron della Wahaha, la più grande azienda cinese nel business delle bibite, con una fortuna personale di 13 miliardi di dollari. A seguire Ma Huateng, con 7,5 miliardi di dollari, fondatore di Tencent, uno dei giganti asiatici di internet. L’età media dei deputati nababbi è di 54 anni.

 

Nuove accuse ai fornitori di Apple, “dipendenti schiavi”

Dopo i suicidi e le prime accuse di sfruttamento del lavoro, dopo l’approvazione di statuti e codici di condotta e dopo mille promesse, tornano i problemi per la Apple in Cina legati alle condizioni di lavoro delle società fornitrici.

Dopo l’ondata di suicidi di dipendenti che un paio di anni fa colpirono la Foxconn – l’azienda di Taiwan che per la Apple produce pezzi per gli iPhone, iPod e iPad – sono ora altre tre aziende cinesi fornitrici dell’azienda di Cupertino a essere finite nell’occhio del ciclone per presunte violazioni del codice di condotta nei confronti dei dipendenti. ”Trattati come schiavi”, così afferma il rapporto della Sacom (Student & Scholars Against Corporate Misbehavior), un osservatorio con sede a Hong Kong, che ha effettuato un’indagine interpellando 130 dipendenti della Foxlink, della Pegatron, e della Wintek, fornitrici Apple sparse sul suolo cinese. Secondo i risultati dell’indagine di Sacom, anche se la Apple richiede che le ditte di cui si serve in Cina rispettino delle regole ben precise e soprattutto trattino i loro dipendenti con rispetto e dignità, le aziende cinesi in molti casi non tengono conto di questi avvertimenti e, per poter produrre sempre di più e a costi più bassi, sottopongono gli operai a turni di lavoro massacranti, negando loro anche i bisogni umani più basilari, come poter avere una pausa per mangiare o persino per andare in bagno, o per riposare. Nel rapporto si legge che l’80% degli operai sono precari, non hanno un contratto sicuro e quindi, temendo di perdere il posto, assecondano tutte le richieste fatte loro spesso senza lamentarsi o protestare. Dal ritratto disegnato dall’osservatorio di Hong Kong sulla vita all’interno di queste aziende emergono numerosi casi di lavoratori costretti a lavorare fino a 14 ore al giorno, con soltanto 1-2 giorni di vacanza in tre mesi. Altri, secondo lo studio, sono costretti a lavorare senza nemmeno essere pagati, trattandosi di studenti attirati con la promessa di un training e invece sfruttati al lavoro. E ancora uniformi polverose, nessuna protezione in caso di uso di sostanze chimiche potenzialmente dannose per la salute. E, principalmente, straordinari non pagati. Molti operai hanno denunciato alla Sacom di essere praticamente costretti, dietro minaccia di perdere il posto, a lavorare in più per raggiungere un tot di pezzi prodotti al giorno, senza nemmeno essere pagati per le ore extra lavorate. ”Noi insistiamo – ha detto un portavoce della Apple Cina in risposta a quanto denunciato dalla Sacom – sul fatto che le nostre aziende fornitrici garantiscano condizioni di lavoro sicuro e dignitose e usino processi di produzione responsabili”. Il portavoce ha poi aggiunto che le aziende cinesi dovranno applicare rigidamente questi criteri se vorranno continuare a fare affari con la Apple. L’azienda di Cupertino ha poi anche fatto sapere che nel suo rapporto 2013 sulla responsabilità dei fornitori Apple, si specifica che Apple nel 2012 ha condotto 393 accertamenti a tutti i livelli nell’ambito delle sue catene di fornitori, cioè il 72% in più rispetto al 2011. Il rapporto Sacom ha nuovamente sollevato l’attenzione del pubblico sul problema delle condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi. Ad Hong Kong, dinanzi ad un negozio Apple, si è tenuta una manifestazione di protesta nella quale si è puntato il dito, con striscioni e cartelli, sul fatto che ”mentre la Apple guadagna tanti soldi, i suoi operai vivono tuttora in miseria”.

 

A processo in Cina nove tibetani per incitamento alle immolazioni

Nove tibetani sono stati messi sotto processo ieri nella provincia cinese del Gansu con l’accusa di aver spinto un uomo ad immolarsi per la causa tibetana lo scorso mese di novembre. Secondo quanto riferisce Radio Free Asia, l’udienza si è svolta sotto lo stretto controllo delle forze dell’ordine nella contea di Luchu (in cinese Luqu). Non è stato reso noto quali accuse siano state con esattezza contestate ai nove imputati, ma si ritiene che siano ritenuti responsabili di aver incoraggiato Tsering Tashi, un uomo di 31 anni, padre di due bambine, ad immolarsi per l’indipendenza del Tibet lo scorso 29 novembre. Solo uno dei nove tibetani messi alla sbarra è un monaco ma tutti provengono dallo stesso villaggio, quello di Dzamtsa Lotso nella contea di Luchu. Le autorità cinesi nelle scorse settimane hanno arrestato una dozzina di persone, tra cui alcuni monaci, in connessione con le immolazioni avvenute nei mesi scorsi. Alcune hanno già ottenuto condanne detentive, anche severe, fino a alla pena di morte con sospensione per due anni. Intanto le zone dove si sono verificate le auto-immolazioni sono state messe sotto strettissima sorveglianza e sono state limitate le comunicazioni e gli spostamenti da e verso queste aree. Solo ieri si era appreso che altri cinque tibetani (tre dei quali monaci) erano stati arrestati, sempre nel Gansu, per aver convinto tre uomini ad immolarsi ad ottobre e novembre scorso.

 

I “parlamentari” cinesi? E chi li conosce?

“E chi li conosce?”. Questa la frase più comune che si trova sul web cinese di risposta all’elenco dei 2987 nomi dei componenti del Congresso Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, pubblicato dal Peoplés Daily. L’organo del partito aveva pubblicato ieri su Sina Weibo, il Twitter cinese, l’elenco dei nominati all’unica camera legislativa cinese, accompagnandolo con la frase “nei prossimi cinque anni, essi vi rappresenteranno e saranno soggetti al vostra supervisione”. Come racconta la rivista online Tea Leaf Nation, la lista non è stata accolta bene e molti utenti si sono lamentati del fatto di non aver mai votato per nessuno, di non conoscere chi sia il suo rappresentante. “Non sappiamo neanche come sia fatta un’urna per elezioni” hanno scritto alcuni utenti, mentre altri si rifiutano di essere rappresentati.

 

Nuova lettera aperta delle madri di Tiananmen

Anche a distanza di anni, non cessa la lotta delle ‘madri di Tiananmen’ di veder riconosciuti i crimini di cui sono stati oggetto figli e parenti. Con una nuova lettera aperta, inviata alla Conferenza consultiva del popolo cinese (Cppcc) e all’Assemblea Nazionale del Popolo cinese (Npc) e pubblicata sul sito del gruppo ‘Human Rights’ in Cina, le 123 donne che persero i loro figli durante la strage di piazza Tiananmen il 4 giugno 1989 ritornano a far sentire la propria voce e invocano giustizia e verita’. ”Questo e’ il nostro auspicio – che non si trasformi ancora una volta in una delusione”, cosi’ hanno intitolato il nuovo documento le madri, documento nel quale si legge in primo luogo che ”l’unico modo per risolvere il problema del 4 giugno 1989 è attraverso i procedimenti legislativi e giudiziari”. La speranza di queste donne è ora riposta nella nuova leadership cinese, e in particolare in colui che a breve diventerà il nuovo presidente della Cina, Xi Jinping. ”Noi, le Madri di Tiananmen – continua la lettera aperta – chiediamo che i nostri nuovi leader compensino gli errori dei leader del passato, e affrontino la questione in modo coraggioso”. L’appello è rivolto ai leader di quella che e’ definita come una Cina nuova, che si muove verso il futuro e verso le riforme. ”Sono passati 24 anni da quegli eventi – dicono ancora nel loro scritto le madri di Tiananmen – le persone si sono tranquillizzate e hanno considerato le lezioni che hanno imparato da quella dolorosa esperienza. Il pensiero della gente è diventato più razionale. Oggi la Cina non deve esitare a incrementare le riforme ma non c’è modo di continuare le riforme politiche sotto la dittatura del partito unico. Altrimenti la Cina tornerà indietro di trent’anni. E per attuare le riforme la questione del 4 giugno deve essere risolta, perché è il cuore della riforma”. Come già fatto in passato, le madri di Tiananmen chiedono in primo luogo che le autorità possano aprire un’indagine rendendo pubblica la verità di ciò che avvenne, individui i responsabili e li punisca. ”Verità, compensazione e responsabilità”, queste le tre parole chiave indicate nel documento. Per quanto riguarda i risarcimenti, più volte le madri di Tiananmen hanno respinto l’ipotesi di ”accordi singoli e privati” chiedendo invece un risarcimento trasparente e giusto per tutti.


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