25 giugno 2013

Diario dalla Cina

GIUGNO 2013

 

Adozioni sempre più difficili, aumentano vendite di bambini anche se in campo nuove regole

Solitudine, famiglie lontane, figlio unico. Tutti ingredienti che hanno portato ad un aumento in Cina del traffico di bambini, tanto da spingere il governo cinese ad adottare nuove e più stringenti contromisure. Pochi giorni fa, infatti, è stato emanato un nuovo regolamento che vieta a chiunque di prendere un bambino abbandonato senza essere passato per le normali vie degli orfanotrofi. Quello che ai più sembra scontato in Cina non lo era. La vastità del paese, l’assenza di un welfare capillare in questo campo, l’assenza di strutture ricettive per bambini abbandonati, le migrazioni di molti lavoratori nelle grandi città costretti a lasciarsi dietro bambini e la legge del figlio unico hanno aumentato il numero dei bambini abbandonati o, comunque, che non vivono con i genitori. Secondo alcune statistiche, ci sarebbero almeno 58 milioni di bambini nati in aree rurali lasciati a parenti o amici dai genitori andati a lavorare nelle città. Spesso questi non tornano e i bambini vengono di fatto adottati, dall’altra famiglia, ma più spesso venduti. Secondo altre statistiche sono almeno 200.000 i bambini che spariscono ogni anno in Cina che, probabilmente, vanno ad ingrossare il traffico di minori. La mossa del governo, che obbliga tutti a denunciare alle autorità un bambino abbandonato vietando di tenerlo per sé, arriva soprattutto dopo che lo scorso gennaio sei bambini, ospiti di un orfanotrofio illegale, morirono nell’incendio della struttura. Da oggi, le adozioni possono avvenire solo tramite strutture pubbliche, che però sono insufficienti e piene di bambine e di piccoli malati. Già, perché anche se la legge del figlio unico permette deroghe a coloro che hanno avuto il primo figlio malato concedendo la possibilità di concepirne un secondo, sono in molti quelli che abbandonano i malati non essendo in grado di mantenerne due. Stesso discorso per le bambine. Il tutto alimenta il mercato nero. Secondo un’inchiesta della radio nazionale cinese, il costo di un bambino va dai 24.000 ai 100.000 yuan (tra i 3000 e gli 11.000 euro circa). Le bambine costano meno, i maschietti in salute di più. Il mercato si sviluppa nei modi più vari: dagli annunci sui giornali a quelli negli ospedali, fino alla rete. Qui sono nati molti forum dove il mercato è spesso senza censure, anche se illegale. Qui si incontrano la disperazione di madri che non possono mantenere i figli e la domanda di coppie che aspettano tempi lunghissimi per adottare figli, a causa della carenza di strutture e, soprattutto, di bambini sani negli orfanotrofi. Il mercato interessa anche gli stranieri. La Cina è il primo paese per le adozioni di bambini da parte di coppie statunitensi. Nel 2012, degli 8688 bambini stranieri adottati da americani 2697 erano cinesi. Gli americani attendono circa 267 giorni per adottare un bambino cinese e spendono in media 15.600 dollari. Troppo per le casse di molti cinesi medi. Per questo, oltre al fatto che in tanti hanno fiutato l’affare e vendono a metà prezzo a stranieri i loro figli, tanti cinesi si lamentano su internet che, dal momento che gli americani spendono molto, i bambini non vengono fatti adottare in patria ma dati all’estero per guadagnarci di più.

 

Ai domiciliari la scrittrice tibetana Woeser

Tsering Woeser, scrittrice, poetessa ed attivista tibetana, è stata di nuova messa agli arresti domiciliari. È stata la stessa donna a scriverlo sul suo blog. Secondo il suo racconto, lei e suo marito sono stati prima portati dagli agenti in una stazione di polizia di Pechino, e poi rinchiusi a casa. Fuori casa sua, sono stati posti degli agenti di sicurezza che bloccheranno la coppia almeno fino al 25 giugno, come lei stesso ha scritto. La sua detenzione coincide con un viaggio di giornalisti stranieri in Tibet, organizzato dalle autorità cinesi. Lo scorso marzo, Pechino ha impedito a Tsering Woeser di andare a Washington, dove avrebbe dovuto ricevere un premio. Attraverso il suo sito Invisible Tibet (nel quale la donna ha postato anche le foto degli agenti messi a sicurezza della sua casa) e i suoi scritti, la donna da anni denuncia lo stato di oppressione dei tibetani nella loro patria e la repressione operata dal governo cinese.

 

Bank of China smentisce voci di default

La Bank of China, la più grande banca cinese, ha smentito con una nota nella tarda serata di ieri che in giornata si sia trovata in default per assenza di liquidità. La nota è stata anche pubblicata dall’agenzia Nuova Cina. Era stato un post pubblicato sul sito di microblogging Sina Weibo (l’equivalente di Twitter in Cina) del giornale economico 21st Century Business Herald ad annunciare che la banca aveva interrotto le transazioni per almeno mezz’ora a causa di una carenza di liquidità. La banca ha smentito questa circostanza, riservandosi azioni legali. Un recente aumento dei tassi di interesse nel mercato interbancario ha aumentato le preoccupazioni su una crisi di liquidità. Il mercato bancario è in forte tensione per questo. La banca centrale cinese è intervenuta emettendo prestiti di circa 324 milioni di dollari, ma ha annunciato che dovranno essere le banche ad adottare altre misure, perché non immetterà altra liquidità.

 

Monaca si autoimmola per il Tibet, 22 da gennaio, 120 dal 2009

Una monaca si è auto-immolata per protestare contro il controllo cinese sul Tibet, portando a 120 il numero di questi atti estremi dal febbraio 2009. Secondo fonti del governo tibetano in esilio in India, la donna si è data alle fiamme durante una preghiera di massa nei pressi del monastero di Nyatso a Tawu (Daofu per i cinesi), nella provincia del Sichuan. Al momento, non si conoscono le condizioni della donna. Secondo le informazioni, l’immolazione è avvenuta intorno alle 17 di ieri, in occasione di una preghiera rituale che aveva radunato molti monaci e monache al monastero. Subito dopo nell’area sono stati tagliati i collegamenti telefonici e internet, per evitare che si diffondesse la notizia. Mentre era avviluppata dalle fiamme e poco prima, secondo testimoni, la monaca ha urlato slogan contro l’occupazione cinese del Tibet e per il ritorno del Dalai Lama nella regione. L’ultima immolazione, quella di Tenzin Sherab, di 31 anni, era avvenuta il 27 maggio nella provincia del Qinghai. Con quella di ieri, sono 22 le auto-immolazioni dal gennaio di quest’anno. 

 

Scomparso regista indipendente, forse in carcere segreto

Il regista indipendente di documentari Du Bin è scomparso dalla sua abitazione di Pechino. Secondo quanto riferisce il South China Morning Post, a denunciare la scomparsa è stata la sorella di Du, che ha affermato di non aver avuto più notizie dal fratello dallo scorso 31 maggio, solo pochi giorni prima dell’anniversario della strage di piazza Tiananmen. È proprio quest’ultima circostanza a fare temere che il regista sia stato vittima della repressione delle forze dell’ordine e sia tenuto in detenzione in qualche luogo segreto. “Non so dove si trovi mio fratello – ha detto Du Jirong – on line alcune persone hanno scritto che è in carcere, se è così starà male, lui non è mai stato in carcere”. A preoccupare la famiglia anche il rinvenimento, nell’appartamento del regista, di un ordine di comparizione presso l’ufficio di pubblica sicurezza del distretto di Fengtai. In base alla legge cinese una persona può essere trattenuta in stato di detenzione amministrativa fino a 15 giorni per “disturbo dell’ordine pubblico”. “Du Bin non è un dissidente politico – ha osservato Nicholas Bequelin, ricercatore ad Hong Kong dell’organizzazione Human Right Watch – ma è comunque considerato un personaggio scomodo per i temi che ha sempre trattato nei suoi documentari”. Solo poche settimane fa aveva presentato un documentario sul campo di lavoro ‘Masanjia’ nella provincia del Liaoning, censurato nella Cina, in cui descriveva le condizioni di assoluto degrado in cui vivono le persone che vi sono rinchiuse. Inoltre, la settimana prima, aveva pubblicato a Hong Kong un libro dal titolo “il massacro di Tiananmen”.

 

Ancora una vittima per l’aviaria, salgono a 39

Nuova vittima per l’influenza aviaria H7N9 in Cina, portando a 39 il totale fino ad ora. Secondo le autorità sanitarie cinesi, i casi confermati restano 131, tra le quali le vittime, con 78 pazienti dimessi e 14 ancora in ospedale. Al momento non si registrano nuovi casi di infezione. Le autorità cinesi hanno annunciato che il 10 di ogni mese informeranno circa gli sviluppi della nuova influenza, il cui picco sembra essere oramai alle spalle. Le vittime, fino ad ora, sono principalmente anziani già debilitati. Ancora non ci sono prove, ma gli studiosi non hanno escluso la possibilità della diffusione tra umani del virus influenzale, per il quale non c’è ancora vaccino.

 

Diventa professore universitario la stilista di Peng Liyuan

È diventata professore associato all’università di Suzhou, dove aveva studiato 21 anni fa, la stilista che veste la first lady cinese Peng Liyuan. Ma Ke è ritenuta la principale artefice dell’eleganza della moglie del presidente cinese Xi Jinping, lo “stile Peng” come viene chiamato, fatto di abiti semplici ma eleganti. La stilista ha raccontato di aver conosciuto l’attuale first lady cinese già nel 2002 tanto che poi disegnò, appositamente per lei, l’anno successivo, un abito per la serata di gala del festival di primavera, durante il quale Peng, cantante-generale dell’esercito cinese, si è sempre esibita. “Per la maggior parte delle persone – ha detto Ma Ke – Peng è una star, una famosa cantante e ora la moglie del presidente, per me è più come una sorella”. La vita di Ma non è molto cambiata da quando è diventata la stilista personale della first lady. Attualmente ha una nuova etichetta di moda, la Wu Yong, con un laboratorio a Zhuhai, nella provincia meridionale del Guangdong, dove produce le sue creazioni con tecniche tradizionali ed ecocompatibili.

 

Scandalo pedofilia alla scuola francese di Shanghai

Un insegnante americano della scuola francese a Shanghai è stato arrestato con l’accusa di aver abusato di almeno sette fra bambine e bambini. Lo riferisce il South China Morning Post, mentre si apprende che un altro professore della stessa scuola, sempre cittadino Usa, è stato espulso dalla Cina ed estradato in patria, sulla base di analoghe accuse di pedofilia e del sospetto di aver violentato almeno due scolari. I due presunti pedofili, a quanto si è appreso, erano amici fra loro. Il docente arrestato insegnava anche ai più piccoli di scuola sino-tedesca che copre tutte le età, dalla materna alle superiori, frequentata da stranieri. La polizia cinese è intervenuta dopo che sette famiglie lo hanno denunciato. “Mia figlia – ha raccontato una madre che ha chiesto di rimanere anonima – si comportava stranamente, si graffiava, era sempre nervosa, ma poiché ci eravamo trasferiti da poco in Cina all’inizio pensavo si trattasse di stress legato all’ambiente nuovo. Solo dopo ho collegato quei comportamenti agli abusi”. Il secondo insegnante, a quanto ha fatto sapere la scuola, è stato mandato via a dicembre scorso a seguito di un’indagine per presunte molestie su minori. Dal 2005 fino allo scorso anno aveva lavorato sia alla scuola francese sia a quella tedesca, che condividono lo stesso campus. La scuola ha anche fatto sapere che le molestie in questo caso sarebbero avvenute non a scuola ma durante delle lezioni private che l’insegnante teneva al pomeriggio. I due campus della scuola francese a Shanghai sono frequentati da 1600 studenti, tra i 3 e i 18 anni di età. Nessun commento finora da parte delle autorità diplomatiche americane a Shanghai. Lo scorso aprile un insegnante inglese venne arrestato a Pechino dopo che si apprese che era ricercato dalle autorità britanniche in quanto si riteneva fosse coinvolto in un caso di abuso su un bambino e fosse anche responsabile di distribuzione a bambini di materiale pornografico.

 

Non vuoi essere molestata? Non metterti abiti succinti sui mezzi pubblici. Questo il consiglio della polizia di Pechino

Niente minigonne sui mezzi pubblici di Pechino per evitare molestie sessuali. È questa la ricetta decisa dalla polizia della capitale cinese che l’ha pubblicata sul proprio sito. Secondo i custodi dell’ordine (e dei costumi) di Pechino, per evitare di essere infastidite o peggio, le ragazze e le donne della capitale non avrebbero che da evitare di mettersi minigonne e abiti classificati come succinti, scollati o trasparenti. Non solo: nella guida pubblicata sul proprio blog dal dipartimento per il traffico della commissione di pubblica sicurezza di Pechino, le donne sono invitate a non sedersi ai piani superiori degli autobus (quelli a due piani) o a fermarsi in piedi sulle scale degli autobus se indossano la gonna, per evitare fotografie inappropriate da parte di coloro che siedono al livello inferiore. Consigli di sapore filisteo che a qualcuno rischiano di apparire come un rigurgito di puritanesimo vetero-maoista. La guida invita peraltro le donne che dovessero subire molestie a recarsi immediatamente dalla polizia a denunciare l’accaduto. Nella capitale cinese, così come in altre città neo-consumiste del paese del Dragone, si possono vedere tutto l’anno ragazze in minigonne vertiginose o con short che lasciano poco spazio all’immaginazione. Una tendenza ‘modaiola’ che spesso si accompagna ormai all’abitudine di mostrare l’attaccatura dei collant: indipendentemente dalla stagione o dall’età di chi li indossa. Ma al di là di questo, le lamentele delle ragazze per le molestie sessuali dilagano, nonostante le telecamere di controllo sui mezzi pubblici, soprattutto in metropolitana. Nessuno sembra tuttavia in grado di farci nulla, complice anche l’affollamento che si vive nelle città cinesi. Senza contare, poi, che oggi non c’è giovane cinese, uomo o donna, che non stia tutto il tempo a guardare il monitor del cellulare, smartphone o tablet, non rendendosi conto magari di stare in pose poco convenienti e se qualcuno lo stia fotografando. Già l’anno scorso a Shanghai, dove il clima è più temperato rispetto a Pechino, la linea due della metropolitana aveva emesso una simile ‘raccomandazione’ che in sostanza sembrava scaricare sulle vittime la responsabilità delle molestie nel nome del più trito dei luoghi comuni: ‘Se vi vestite così non lamentatevi se vi molestano’. La cosa – giusto l’anno scorso, era il 24 giugno – scatenò l’ira di diversi gruppi di ragazze, che si fecero fotografare con un velo nero che copriva loro la faccia e con cartelli sui quali c’era scritto: ‘Posso decidere di mettermi in mostra, ma non mi puoi infastidire’. Poche invece per ora le reazioni all’intimazione alla ‘modestia’ delle autorità pechinesi. Fra le non molte quella di Jiang Yue, docente all’Università di Xiamen ed esperta di diritti delle donne, secondo la quale occorrerebbe piuttosto una legge per prevenire le molestie sessuali. La normativa attuale, decisamente clemente per gli standard cinesi, permette infatti alla polizia solo di ‘ammonire’, multare o detenere al massimo 15 giorni anche i molestatori recidivi.

 

Sarà forse smantellato il corpo delle amazzoni di Bo Xilai

Guardiane dell’ordine pubblico o semplice attrazione turistica? È questa la domanda che circola insistentemente in questi ultimi giorni sulla stampa e sul web cinese a proposito delle cosiddette ‘amazzoni’ di Dalian, la città della provincia settentrionale del Liaoning. Il corpo di poliziotte a cavallo, il primo di questo genere in Cina, è frutto della volontà di Bo Xilai, ex sindaco della città e in seguito potente capo del partito di Chongqing, caduto in disgrazia dopo essere stato coinvolto in una storia, tuttora dai contorni non del tutto chiari, di corruzione, tangenti e omicidi, per i quali aspetta di essere processato dopo essere stato cacciato dal partito. Per una storia parallela, sua moglie è stata condannata alla pena di morte poi commutata in ergastolo. Quando era sindaco di Dalian, Bo aveva fortemente caldeggiato la formazione di questo corpo speciale, poi infatti istituito nel 1994. E aveva voluto poliziotte addestrate bene, ma soprattutto di bella presenza. Tra le funzioni delle poliziotte a cavallo doveva esserci il mantenimento dell’ordine pubblico, l’accompagnamento durante le manifestazioni ufficiali, la garanzia della sicurezza durante importanti eventi. Ma ora, a distanza di quasi vent’anni, quella delle amazzoni sembra a molti solo una inutile decorazione, ad uso e consumo dei turisti, anche perché pare non abbiano mai praticato arresti. Un vigile ora in pensione, Zhao Ming, ha presentato una interrogazione chiedendo informazioni circa i costi di gestione di questo corpo e l’utilità reale di esso. Una ricerca condotta sul sito Sina.com ha evidenziato come su 430.000 persone intervistate, il 61% ritiene che le ‘amazzoni’ di Dalian siano solo una truppa di ‘facce carine’ e si sono detti d’accordo a uno smantellamento di questo corpo. Non manca però chi parla di ‘orgoglio cittadino’. Sull’esempio di Dalian diverse altre città cinesi tra cui Shenzhen nella provincia del Guangdong e Baotou, nella Mongolia Interna, hanno creato corpi simili, costituiti da belle donne. "Dalian è una città tranquilla e sicura, ordinata – ha sottolineato Zhao Ming – non c’è bisogno di un corpo speciale di questo tipo. L’ unica cosa che fanno è fare un giro per le due piazze principali della città per un’ora al giorno e presenziano agli eventi ufficiali". Il problema principale resta quello dei costi. Secondo quanto afferma il Global Times, il campo base utilizzato per il loro addestramento consiste di 30.000 metri quadrati e rappresenta per lo più un’attrazione per i turisti. Si può infatti visitare pagando un biglietto di ingresso di 50 yuan (circa 7 euro) a persona. E pagando un supplemento si può montare a cavallo o farsi fotografare con le amazzoni. Ogni giorno, due volte al giorno, sempre per i turisti, viene effettuata una breve performance, una sorta di show. Al momento il corpo è costituito da 65 poliziotte e 100 cavalli. Questi ultimi sono purosangue donati dall’Hong Kong Jockey Club e per mantenerli la spesa è di circa 2500 yuan al mese (oltre 300 euro) per ogni cavallo. Gli stipendi delle poliziotte invece variano dai 1800 ai 3800 yuan (dai 200 ai 400 euro al mese circa).

 

“Operaio” di 14 anni muore in fabbrica

A quattordici anni, un ragazzino cinese che lavorava dodici ore al giorno con due brevi pause per il pranzo in una fabbrica di prodotti elettronici, è stato trovato morto nel suo letto del dormitorio dell’azienda. Una fine che ha dell’incredibile, bollata come ‘morte immediata’ dalle autorità che non hanno però voluto offrire maggiori indicazioni e che, al momento, è stata risarcita con poco più di 12 mila euro. Secondo testimonianze raccolte da organizzazioni che si battono per i diritti dei lavoratori in Cina, la causa della morte, avvenuta il 21 maggio, potrebbe essere attribuita al troppo lavoro. Nella fabbrica, infatti, secondo China Labor Watch, una organizzazione americana, gli straordinari erano all’ordine del giorno, anche di decine d’ore. Liu Fuzong, questo il nome del ragazzo, proveniva da una famiglia povera della zona rurale cinese. Il 27 febbraio, tramite una società di consulenza sul lavoro, la Dongguan Wantong Labor Dispatch Company, fu assunto alla Yinchuan Electronic Company, azienda che produce le schede madri per i computer della Asus a Dongguan, città non lontana da Guangzhou, l’ex Canton, nella provincia meridionale del Guangdong. Qui il ragazzino si presenta con un documento falso, nel quale c’era scritto che aveva diciotto anni. Senza troppi controlli da parte dell’azienda (che verrà multata dalle autorità per questo), viene assunto e messo alla catena di montaggio. Con lui lavorano molti studenti, parecchi dei quali sotto i sedici anni, nonostante sia vietato dalla legge. Tutti provenienti dalla provincia meridionale del Sichuan, tutti messi a produrre pezzi elettronici. La Yinchuan è di proprietà della taiwanese 3CEMS Group, un colosso che lavora per conto di Samsung, Canon e Sony. La Samsung ha subito fatto cancellare il proprio nome dal sito dell’azienda taiwanese, anche se attraverso ricerche su internet si trovano le prove dei loro legami. E l’azienda sudcoreana leader nel settore dei tablet e smartphone, non è nuova ad accuse di sfruttamento del lavoro minorile. La stessa China Labor Watch ha più volte denunciato le condizioni pessime di lavoro in fabbriche cinesi riconducibili alla Samsung, dove sono impiegati anche minorenni. L’Ong americana ha più volte denunciato le condizioni di lavoro alla Foxconn, l’azienda taiwanese tristemente famosa come ‘la fabbrica dei suicidi’ per gli oltre venti suicidi tra i suoi operai nel 2010. Gli ultimi tre suicidi si sono registrati tra la fine di aprile e la metà del mese scorso. Ma in Cina si muore anche per il troppo lavoro, oltre che per il cattivo lavoro. Pochi giorni fa un giovane di 24 anni è morto sul posto di lavoro per il troppo lavorare. Secondo le stime ufficiali, in Cina si contano 600mila morti all’anno per troppo lavoro, in prevalenza colletti bianchi impiegati nelle grandi città.

 

Indice Pmi manifatturiero in Cina sale a 50,8 a maggio

In Cina l’indice Pmi manifatturiero è salito a sorpresa a maggio a 50,8 da 50,6 di aprile. Il risultato è migliore della previsione degli economisti che avevano preventivato un calo a quota 50, livello che rappresenta la soglia di demarcazione tra espansione e contrazione del ciclo.


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