1° agosto 2020

La missione degli Emirati Arabi Uniti su Marte

 

L’Agenzia Spaziale degli Emirati Arabi Uniti ha lanciato con successo la sua prima sonda spaziale interplanetaria (la prima di tutto il mondo arabo). Destinazione: Marte. Dopo due rinvii dovuti al maltempo, gli Emirati Arabi Uniti hanno potuto celebrare la riuscita della prima fase della missione proiettando Il countdown e il lancio del razzo sulla superficie del Burj Khalifa. Il piccolo paese del Golfo entra così nel club degli stati impegnati nelle missioni verso il pianeta rosso che sta riscoprendo negli ultimi anni un rinnovato interesse anche grazie alla spinta da parte di stati emergenti, intenzionati a giocare un ruolo nell’esplorazione spaziale. Difatti, pochi giorni dopo il lancio da parte degli Emirati, la Cina ha lanciato un proprio robot diretto su Marte portando a tre il numero di missioni marziane lanciate nel solo mese di luglio.

L’obiettivo della sonda Al-Amal (“speranza” in arabo) sarà quello di effettuare rilevazioni riguardo l’atmosfera del pianeta fornendo dati utili ad analizzare il clima di Marte. Il nome non è stato scelto a caso, in quanto questo programma, portato avanti nell’arco degli ultimi sei anni (vale a dire a partire dalla nascita stessa dell’Agenzia Spaziale degli Emirati), costituisce un punto di svolta la cui portata va ben oltre il solo, sebbene ambizioso, programma spaziale. Sarah Al Amiri, Ministra per le Tecnologie Avanzate nel governo emiratino e capo scientifico della missione Al-Amal ha dichiarato che tra gli obiettivi della missione rientra la volontà di sviluppare competenze ed esperienza utili alla formazione di un team di scienziati specializzati nella ricerca interplanetaria, a cominciare da Marte. Al-Amal, partita dalla base giapponese di Tanegashima, è stata resa possibile grazie alla collaborazione di diverse università americane e delle agenzie spaziali americana, europea e giapponese. Tuttavia, più della metà del personale impegnato nella missione è emiratino e la regia è rimasta in mano all’agenzia spaziale di Abu Dhabi. Un risultato notevole benché appaia evidente che l’investimento fatto dal governo emiratino per questa missione sia volto ad aumentare le proprie capacità autonome per le prossime missioni spaziali. Il lancio Al-Amal, d’altra parte, segue di pochi mesi la prima missione spaziale di un astronauta emiratino, Hazza Al-Mansoori. Abu Dhabi ha già in programma di lanciare un secondo astronauta nello spazio, una conferma delle grandi ambizioni che il paese ha verso questo settore.

Sembra che la fascinazione da parte degli Emirati verso lo spazio risalga a uno dei padri fondatori dello stato, lo Sceicco Zayed, che ebbe modo d’incontrare diversi astronauti americani e sovietici. Ciò che è certo è il fortissimo connotato simbolico che la missione su Marte rappresenta per il paese. Se non ci saranno intoppi, il viaggio della sonda verso l’atmosfera marziana si concluderà nel mese di febbraio del 2021, in concomitanza con il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza del paese (ciò contribuisce a spiegare i tempi relativamente rapidi con cui l’agenzia spaziale emiratina ha voluto dare il via alla missione). Al-Amal intende quindi essere un elemento cruciale nell’identità storica e culturale di un paese giovane, da anni impegnato a creare una propria narrazione che lo renda unico rispetto al contesto arabo di cui fa parte. In diverse dichiarazioni da parte di membri del team, della stampa e del governo emiratino, un termine ricorrente nel definire la missione su Marte è quello, emblematico, di “pietra miliare”.

In parallelo alla ricerca di un consolidamento della propria specifica identità nazionale, Abu Dhabi spera che missioni come quella di Al-Amal siano d’ispirazione per tutto il mondo arabo, soprattutto per le nuove generazioni, spronandole a intraprendere studi per lavorare nel campo dell’industria aero-spaziale. Oltre al prestigio, qui entra in gioco un aspetto ben più pratico. Lo sviluppo dell’industria spaziale rappresenta, secondo le intenzioni del paese, una grande occasione per attirare nel proprio paese profili altamente specializzati. Abu Dhabi vuole quindi entrare in un’altra “corsa”, strettamente correlata a quella per lo spazio, ossia quella per portare nel proprio paese persone con competenze tali dare un vantaggio competitivo anche in altri campi. Un reclutamento, dunque, che vede già impegnate non solo grandi potenze quali Stati Uniti, Cina e India, ma anche paesi con caratteristiche simili a quelle degli Emirati, vale a dire piccoli ma con ricchezze e ambizioni notevoli, come Singapore e Israele. Sotto questo aspetto, considerare la sonda Al-Amal un traguardo di tutto il mondo arabo è anche un modo per gli Emirati di porsi come punto di riferimento verso una comunità di giovani ricercatori e scienziati arabi sempre più ampia.

Al momento, rispetto ai propri vicini, altrettanto ricchi e ambiziosi, Abu Dhabi sembra aver un certo vantaggio nella corsa allo spazio. Il Qatar ha lanciato il suo primo satellite nel 2013 e sta gestendo un progetto per la ricerca di esopianeti, ma per il momento non risultano in corso progetti paragonabili alla missione Al-Amal o al lancio di astronauti qatarioti. L’Arabia Saudita, nonostante un miliardo di dollari di budget già messo a disposizione per dar vita nel 2019 alla propria agenzia spaziale, ha un programma ancora in fase embrionale. È presumibile che occorrerà ancora qualche anno prima di cominciare a vedere quali siano i progetti di Riyadh. Un lasso di tempo che potrebbe garantire agli Emirati, i primi a istituire una propria Agenzia Spaziale, un ulteriore vantaggio rispetto al proprio vicino.

La corsa verso lo spazio da parte degli Emirati potrebbe inoltre rappresentare un suo peculiare elemento di specializzazione rispetto agli altri paesi arabi del Golfo nel processo, comune a tutti, di transizione verso un’economia post petrolifera. L’industria aero-spaziale è infatti tra i settori maggiormente coinvolti nella rivoluzione industriale “4.0”. Non a caso Narayanappa Janardha, ricercatore presso l’Accademia Diplomatica degli Emirati, ha dichiarato per conto dell’agenzia di stampa di governo che i paesi asiatici quali Cina, India e Giappone sono “in vantaggio nella corsa verso la quarta rivoluzione industriale e gli Emirati potranno far parte di questa categoria proprio attraverso il loro programma spaziale”.

Tra le possibili prospettive indicate dal ricercatore, c’è la possibilità che in futuro gli Emirati possano costruire satelliti per conto di altri paesi. Un elemento che oltre a portare ricchezza, potrebbe favorire una dimensione di diplomazia “spaziale”, garantendo rapporti proficui tra gli Emirati e una moltitudine di paesi. Ciò costituirebbe la versione invertita di quanto vissuto dagli Emirati negli ultimi anni, avendo essi potuto contare sull’appoggio di paesi da più tempo impegnati nelle missioni spaziali. Nel 2016 la Nasa e l’Agenzia Spaziale degli Emirati siglarono un accordo di collaborazione nelle missioni verso Marte, evento che ha contribuito alla realizzazione e al lancio di Al-Amal. Un altro elemento, già messo in agenda da parte di Abu Dhabi, è la possibilità di far entrare il paese nel campo del turismo spaziale, collaborando con le aziende private impegnate in questo nuovo settore.

Nel 2015, a un solo anno dalla sua nascita, l’Agenzia Spaziale degli Emirati ha pubblicato un documento che, tra l’altro, prevede nel 2117 la creazione di una base permanente su Marte. Allo stato attuale, non può che essere poco più che un’ottimistica dichiarazione d’intenti. Tuttavia, sembra che Abu Dhabi veda tra le stelle la soluzione a questioni ben più contingenti e terrene, a partire dalla riconversione nel medio-lungo termine della propria struttura economica. La riuscita della missione di Al-Amal rappresenterà quindi un importante indicatore delle possibilità di successo da parte dell’intero paese in quella che costituisce la sfida cardine per il suo futuro.

 

Per approfondire:

International Space University, A Roadmap for Emerging Space States – Final Report Space Studies Program 2017

 


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