26 luglio 2017

L’Europa del Gruppo di Visegrád

di Nicolò Carboni

Visegrád è una ridente cittadina sulla sponda occidentale del Danubio, con poco meno di duemila abitanti. Fondata attorno all’anno Mille, ha visto da vicino la grande Storia in un solo caso, quando Carlo Roberto d’Angiò, dopo aver rivendicato la Corona magiara, la elesse a sede della casa reale ungherese. Nel 1335 il sovrano organizzò un incontro (oggi diremmo un vertice) con i suoi omologhi polacco (Casimiro III) e boemo (Giovanni I) allo scopo di concordare nuove vie commerciali che evitassero la dogana viennese e, al tempo stesso, consentissero ai tre regni di accedere ai ricchi mercati europei. Oltre seicento anni dopo, nel 1991, i leader di Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia sono tornati negli splendidi castelli dell’antica capitale magiara più o meno con lo stesso obiettivo: liberarsi di un vicino troppo ingombrante (stavolta la morente Unione Sovietica) e stabilire nuove relazioni con la Comunità Economica Europea. L’ingresso nella UE dei tre Paesi (nel frattempo diventati quattro con la divisione della Cecoslovacchia) fu più complesso del previsto ma, alla fine, tutti vi approdarono - benché con tempi e modi diversi - rendendo i tentativi di coordinamento tramite il Gruppo di Visegrád pressoché inutili. Negli ultimi anni però il ritorno sulla scena mitteleuropea di leadership robuste come quella di Viktor Orbán e la sempre maggiore dipendenza dei paesi dell’Est Europa dai ricchi fondi strutturali messi a disposizione da Bruxelles hanno portato a un riavvicinamento strategico dei quattro Paesi. Dopo aver trascinato le loro economie fuori dalle secche della pianificazione sovietica, Varsavia, Budapest, Praga e Bratislava vogliono pesare molto di più negli equilibri europei e hanno compreso benissimo che per contare in Consiglio Europeo ci sono due strade: porsi come potenza egemone garante degli equilibri costituiti (è il caso della Germania) o mettersi a capo di una “cordata” di Paesi che condividono obiettivi e necessità. Il quartetto di Visegrád ha scelto la seconda via: complice una convergenza che vede al potere governi di orientamento politico piuttosto simile, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia si approcciano all’Unione Europea in maniera del tutto autonoma, differenziandosi sia dal “blocco del nord” guidato dalla Germania che dai paesi mediterranei. Privi, in massima parte, dei problemi di tenuta delle finanze pubbliche che attanagliano le loro controparti del Sud ma, al tempo stesso, molto sospettosi riguardo ogni possibile cessione di sovranità, i Paesi di Visegrád propongono un’Unione Europea dove sono gli Stati (ed eventualmente i parlamenti nazionali) ad avere l’ultima parola su ogni decisione. Non a caso si sono opposti al Rapporto dei Cinque Presidenti e, più recentemente, la Polonia (che avrà la presidenza dei Visegrád fino al prossimo luglio) stava per non firmare la dichiarazione congiunta elaborata in occasione delle celebrazioni per i sessant’anni dei Trattati di Roma, ritenendola “troppo federalista”. Pur non rifiutando a priori alcuni progetti di portata continentale, come lo sforzo per la Difesa Comune (che Orbán, per esempio, sostiene in maniera entusiastica), il fulcro dell’approccio dei Paesi di Visegrád è sempre lo stesso: evitare con ogni mezzo che la sovranità passi dai governi nazionali alla Commissione Europea o, peggio ancora, a Berlino o Parigi. Anche la recente polemica sul sistema di ricollocamento dei migranti proposto da Jean-Claude Juncker può essere letta all’interno di questo quadro. Al netto delle considerazioni politiche - tutti e quattro i governi sono stati eletti su piattaforme decisamente nazionaliste, peraltro in Paesi dove la coerenza etnica della popolazione è più simile a quella nipponica che alla Francia o alla Germania - Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria non hanno intenzione di accettare un provvedimento che per approccio, elaborazione e messa in atto appare ai loro occhi come l’ennesima imposizione di quel “superstato” eurocratico fin troppo simile alla defunta Unione Sovietica. Il dato interessante è che, se dimentichiamo qualche intemperanza elettorale, nessuno dei governi attualmente in carica mette apertamente in discussione l’Unione Europea o, addirittura, paventa improbabili uscite unilaterali: il gruppo di Visegrád si pone piuttosto come contrappeso politico e culturale ai Paesi integrazionisti, costringendo il Consiglio Europeo a continui compromessi. L’unità d’intenti dei quattro, però, rischia di finire scardinata dalla futura evoluzione dell’eurozona: dei Paesi di Visegrád, infatti, la sola Slovacchia ha adottato la moneta unica e, per ora, non è chiaro come intenda porsi nella prospettiva di una maggiore integrazione dei Paesi che ne fanno parte. Nel complesso, il Gruppo di Visegrád pare puntare a un’Unione Europea “light”, molto simile a quella sognata da M. Thatcher. Nel caso britannico la tensione tra spinte federaliste e funzionalismo puro si è risolta con il trauma della Brexit; forse i quattro Paesi uniti nel nome di Carlo d’Angiò avranno diverse e maggiori fortune ma, in ogni caso, rappresentano una sensibilità che non si limita all’area danubiana ma che rischia nei prossimi anni di espandersi ben oltre i Carpazi e gli antichi regni boemi.

 


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