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21 aprile 2017

In Francia, il voto più atteso

Ferita dall’ennesimo attacco terroristico sul suo territorio, la Francia si prepara al weekend più atteso degli ultimi mesi. Sarà infatti domenica 23 aprile che tutti i francesi maggiorenni saranno chiamati ad esprimere la loro preferenza nel primo turno delle elezioni presidenziali, dopo una campagna elettorale costellata di scandali e colpi di scena. Il Presidente è l’interlocutore privilegiato dal popolo francese, è il volto di tutte le politiche messe in atto durante il suo quinquiennato, è la figura di riferimento nei momenti di crisi ed è allo stesso tempo il capro espiatorio di tutte le opportunità mancate. Le precedenti elezioni presidenziali (nella V Repubblica almeno) hanno tutte visto un tasso di partecipazione molto elevato rispetto agli standard di altri paesi (tra il 75% e l'81% in media). È da vedere se domenica prossima, al netto della crisi economica, degli attentati, di tutti gli scandali, degli attacchi personali e dei processi che hanno caratterizzato questa campagna, gli elettori francesi saranno altrettanto pronti nell’esercizio del loro diritto di voto. Ma al di là delle differenze tra un candidato e l’altro, che abbiamo già descritto, cosa vuol dire concretamente eleggere in Francia il  Presidente della Repubblica? La Francia è oggi una Repubblica costituzionale parlamentare ad influenza presidenziale. In parole povere, l’ordinamento dello Stato è inquadrato dalla Costituzione, il potere legislativo è detenuto dal Parlamento (formato dall’assemblea nazionale, i cui membri sono eletti a suffragio diretto, e dal senato, suffragio indiretto) e quello esecutivo è diviso tra il governo ed il Presidente. Il Presidente, secondo l’articolo 5 della Costituzione, incarna l’autorità dello Stato, veglia sul rispetto del testo costituzionale, assicura il funzionamento dei poteri pubblici e della continuità dello Stato; per quanto riguarda l’estero egli è il garante dell’indipendenza nazionale, dell’integrità territoriale e del rispetto dei trattati internazionali stipulati dalla Francia. Questi numerosi compiti si traducono in altrettanti poteri concreti. Partendo dal rapporto con l’estero, garantire l’indipendenza nazionale e l’integrità territoriale fanno del Presidente il capo delle forze armate, ogni azione militare rilevante intrapresa dalla Francia deve essere sottoposta al suo giudizio. Questo è un aspetto da non sottovalutare nell’attuale panorama politico; in un’Unione Europea sempre più debole e contestata, in un contesto internazionale sempre più incerto, la capacità del Presidente di affrontare la minaccia del terrorismo internazionale e la sfida alla sicurezza interna, è diventata uno dei fulcri della recente campagna. È infatti il Presidente che firma i trattati internazionali con gli altri paesi e con l’Unione Europea, che incarica gli ambasciatori francesi ed  accredita gli ambasciatori stranieri in Francia. Nella visione gaullista della Repubblica il potere esecutivo esercita una pressione uguale a quella del potere legislativo; l’Assemblea Nazionale ha infatti il potere di sciogliere il governo, mentre il Presidente può sciogliere l’Assemblea nazionale. Il governo in teoria è responsabile solo davanti il parlamento, ma di fatto è il Presidente a nominare il primo ministro, che deve essere un membro del partito maggioritario all’Assemblea Nazionale. Fino al 2002 il mandato presidenziale durava sette anni e le elezioni dei membri dell’Assemblea Nazionale si tenevano a due anni di distanza da quelle presidenziali. Si creava così la possibilità di una “coabitazione”, ossia della presenza di un presidente esponente di un partito, ed di un’assemblea nazionale a maggioranza del partito di opposizione. Ma nel 2002 l’allora presidente Jacques Chirac cambiò la costituzione riducendo da sette a cinque gli anni del mandato presidenziale e facendo coincidere le date delle elezioni del presidente con quelle dell’assemblea nazionale, rendendo pressappoco irrealizzabile la coabitazione. È questo un altro dei punti focali di queste elezioni 2017: a seguito del discredito dei partiti maggioritari, i “nuovi” candidati hanno sì più sostegno popolare, ma mancano di possibili rappresentanti all’Assemblea Nazionale, rendendo forse possibile un ritorno alla coabitazione. Il Presidente francese, sebbene non sia il diretto fautore delle politiche del governo, gode di peso sufficiente per dettare le linee generali, nonché dei mezzi per imporre le sue visioni attraverso lo strumento del referendum. Ma per arrivare ad aspirare a questa posizione il processo è tutt’altro che facile. Sebbene l’elezione presidenziale sia a suffragio universale, per essere iscritto come candidato è necessario ottenere 500 sponsorizzazioni (parrinaiges) di eletti locali (sindaci, rappresentanti regionali o dipartimentali). Le elezioni  si svolgono su due turni (a meno che uno dei candidati non riesca a riportare più del 51 per cento della totalità dei voti al primo turno), il che rende inevitabile le coalizioni tra partiti, che hanno fino ad oggi sfavorito i candidati anti-sistema.  

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12 aprile 2017

Chi sono e cosa propongono gli undici candidati in corsa per l’Eliseo

Il 23 aprile prossimo i francesi si recheranno alle urne per votare il loro nuovo Presidente della Repubblica. Dico nuovo perché per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale (escludendo l’elezione anticipata del 1974 a seguito della morte dell’allora presidente Georges Pompidou) il presidente uscente, François Hollande, ha scelto di non ripresentarsi.

Il quinquennato di Hollande, al netto di tutti gli scandali, risultati e promesse, è stato condotto nella migliore ottica centrista di social-liberismo. I risultati sono stati, però, così poco soddisfacenti da costringere il presidente uscente a rinunciare a presentarsi alle primarie del proprio partito per timore della reazione dell’elettorato. Il vincitore di dette primarie è stato, infatti, il candidato che si pone più a sinistra nello spettro politico del centro-sinistra, a testimonianza dell’affermarsi, nel contesto francese come in tutto il panorama politico occidentale, di un fenomeno comune: l’insorgere degli estremismi.

Una breve analisi degli undici partecipanti al primo turno delle presidenziali (in Francia in tutte le elezioni della Quinta repubblica vi sono sempre stati in media una decina di canditati) mostra chiaramente una polarizzazione delle posizioni politiche sempre più accentuata.

Iniziando dai meno conosciuti, e anche con meno speranze di ottenere l’ambita nomina, a sinistra troviamo per prima Nathalie Arthaud, 47 anni, professoressa di economia, rappresentante del partito Lotta Operaia (Lutte Ouvrière) che vuole incarnare una candidatura di classe che permetterà «ai lavoratori, ai disoccupati, agli sfruttati di difendere i loro interessi contro quelli dei padroni e degli azionisti » .

Proveniente da un background più rurale, ma sempre attento ai bisogni degli operai, troviamo, poi, Jean Lassalle, a capo del partito Resistiamo (Résistons), più volte deputato della regione del sud-ovest Pyrénés-Atlantiques, il quale si descrive come « difensore dei territori rurali e di un’ecologia umanista » .

Di chiaro orientamento politico è anche il Nuovo Partito Anticapitalista (Nouveau Parti Anticapitaliste) di Philippe Poutou, meccanico dell’officina Ford a Blanquefort, sindacalista della CGT (sindacato di sinistra, assimilabile per alcune posizioni alla nostra CGIL), precedentemente membro di Lotta Operaia, il quale porta avanti da anni una battaglia contro la chiusura della fabbrica dove lavora.

Passando a destra, troviamo Jacques Cheminade, fondatore del partito Solidarietà e Progresso (Solidarité et Progès), ex allievo della ENA (la scuola che forma i dirigenti dell’amministrazione pubblica), il quale fonda la sua ideologia su temi complottistici e climatoscettici. I punti forti della sua campagna sono l’uscita dall’UE e dalla NATO, il ritorno al franco e l’importanza della colonizzazione della Luna in previsione dell’esplorazione di Marte .

Alle file degli euroscettici meno conosciuti si ascrive parimenti François Asselineau, anch’egli enarca (allievo dell’ENA), ex ispettore delle finanze pubbliche e membro dell’UMP, partito di Nicolas Sarkozy, il quale ha fondato nel 2007 l’Unione Popolare Repubblicana (Union Popoulaire Républicaine), che vanta come perno del suo programma il Frexit , l’uscita della Francia dall’Europa.

Un altro ex UMP e allievo dell’ENA, Nicolas Dupont-Aignan, fonda nel 2007 il partito La Repubblica Innanzitutto (Debout la République), con il quale spera di riportare la Francia a una nuova era di gaullismo e predominanza evitando il finto cambiamento promesso da alcuni e la rottura del sistema invocata da altri .

Parlando degli altri candidati, veniamo ai protagonisti maggiori di questa campagna elettorale, ossia i partecipanti principali dei grandi dibattiti organizzati dalle emittenti nazionali, nonché figure di spicco della stampa scandalistica, che riempiono le sale da conferenza e, in qualche caso, anche le aule dei tribunali.

Innanzitutto il vincitore delle primarie del Partito Socialista: Benoît Hamon. Ex ministro dell’Educazione durante la presidenza di Hollande (ha abbandonato il governo all’inizio della legislatura ed è stato aspramente critico delle riforme condotte), Hamon ha stracciato l’ex primo ministro Manuel Valls alle primarie, portando avanti una linea meno liberista e più marcatamente sociale, parlando apertamente della creazione di un contributo universale di esistenza che aiuterebbe tutti coloro che non hanno uno stipendio sufficientemente elevato. Hamon cerca di raggruppare tutti gli elettori che hanno permesso la vittoria della sinistra nel 2012 e ha già intessuto delle alleanze con i Verdi e gli ecologisti, ma deve scontrarsi sia con il bilancio negativo del governo sia con lo scarso supporto del suo stesso partito.

Per molti elettori di sinistra, infatti, la speranza del Paese riposa sulle spalle di Jean-Luc Mélenchon, ex membro del PS, senatore de l’Essonne, eurodeputato, fondatore del partito la Francia Ribelle (France Insoumise). Conosciuto per i suoi toni poco concilianti e per delle posizioni anti-establishment, il programma di Mélenchon si basa su una maggiore redistribuzione delle ricchezze con aumento del salario minimo, tasse più alte per i super-ricchi, diminuzione del tempo di lavoro settimanale, rinegoziazione dei trattati europei per renderli più favorevoli alla Francia, uscita dal nucleare, maggiore attenzione alle risorse naturali e all’agricoltura. Mélenchon si propone come il vero candidato della sinistra e ha, fino a ora, rifiutato ogni possibile compromesso con Hamon e il PS.

Compromessa sembra, invece, essere la posizione di François Fillon, candidato della destra per il partito I Repubblicani (Les Républicains). Il due volte primo ministro del governo Sarkozy ha riportato una folgorante vittoria alle primarie del partito contro l’ex presidente e contro il favorito Alain Juppè. Per qualche tempo i sondaggi lo indicavano come favorito, fino allo scandalo conosciuto come “Penelope-gate”. Fillon aveva fatto della sua sobrietà e integrità uno dei punti centrali della sua campagna per le primarie e per le presidenziali, ma le rivelazioni sugli elevati stipendi che avrebbe versato a sua moglie e ai suoi figli, utilizzando soldi pubblici per impieghi fittizi, hanno minato la fiducia anche dei suoi più fedeli sostenitori. Il processo in corso gli dà certo molta visibilità, ma nell’attuale clima di sfiducia verso una classe politica vecchia e lontana dai cittadini, non si può certo dire che si tratti di buona pubblicità.

Chi invece sembra guadagnare sempre più spazio mediatico e favore popolare dall’attuale situazione politica è Emmanuel Macron. Il trentanovenne ex banchiere presso la banca Rothschild, ex ministro dell’Economia di Hollande e anche lui ex ENA, non si definisce né di destra né di sinistra. Il suo movimento In Marcia! (En Marche!) cerca di raccogliere le simpatie dei più giovani e, allo stesso tempo, di tutti coloro che non gradiscono le prese di posizione troppo estreme. Macron è senza dubbio la figura preferita dalla press-people, soprattutto a causa del matrimonio con la sua insegnate di liceo, ma allo stesso tempo la sua campagna si appoggia su una comunicazione molto mirata, che lo porta attualmente a essere uno dei favoriti per il secondo turno.

Infine, la candidata che negli ultimi anni è riuscita a trasformare un gruppuscolo di estrema destra in un partito di massa, Marine Le Pen, a capo del Fronte Nazionale (Front National). Fondato da Jean Marie Le Pen, padre di Marine, il Fronte ha provato in diverse occasioni a conquistare l’Eliseo, ma le posizioni espressamente razziste, antisemite, omofobe e reazionarie, nonché il disprezzo di tutta la classe politica francese, lo hanno sempre relegato a un ruolo secondario. Il lavoro di de-diabolizzazione, condotto da Marine e dai suoi collaboratori, l’hanno portata a essere eletta eurodeputato nel 2004, poi consigliere regionale per la regione Nord-Passo di Calais e oggi favorita al primo turno delle presidenziali. Il programma del Fronte Nazionale raccoglie un mix di elementi di sinistra e di destra. Da un lato promette la redistribuzione delle ricchezze e salari più elevati, dall’altro si propone di aumentare la sicurezza e chiudere le frontiere, in un’ottica di chiara impronta euroscettica e di predominio nazionale.

In una campagna dove tutti i candidati si dicono anti-sistema, portatori di cambiamenti radicali e non si identificano nelle categorie di destra e sinistra, il primo turno di voto, il 23 aprile, si avvicina rapidamente.

 

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09 febbraio 2017

Emmanuel Macron. En Marche, ma per andare dove?

Di questi tempi passeggiare il sabato mattina al mercato rionale nella provincia di Parigi (come altrove in Francia) è diventato una vera corsa a ostacoli. Tra le organizzazioni non governative che cercano di alleviare i problemi del mondo, quelle che cercano di salvare il pianeta, i sostenitori dei vari candidati alle primarie del centro sinistra (sono sette in lizza), i sostenitori di Fillon (i Repubblicani), gli accoliti di Marine Le Pen (Fronte Nazionale), il povero flaneur fine-settimanale diventa un ricettacolo di pamphlet, slogan e buoni propositi.

In quello stesso mercato capita sempre più spesso di essere avvicinati da un paio di giovani (tra i venti e i trenta anni in media), vestiti con stile ma senza troppe pretese, che pongono delle domande sulla cittadinanza e sulla partecipazione alla vita politica. Quando vi prendete il tempo di rispondere alle loro domande, a risposta multipla, allora vi rendete conto che si tratta degli aderenti al neonato partito “En Marche” capeggiato dall’ex ministro dell’Economia Emmanuel Macron.

Macron, una costante nelle trasmissioni di approfondimento politico e nelle pagine dei quotidiani tanto quanto in quelle dei tabloid francesi. L’incubo dei candidati alle presidenziali e la speranza di centinaia di migliaia di persone che negli ultimi mesi hanno partecipato alle sempre più numerose conferenze organizzate in giro per la Francia.

In effetti, ad analizzare il personaggio ci si rende conto che il giovane candidato ha tanto per affascinare un poco tutti.

Innanzitutto è giovane, trentanovenne, è stato il ministro dell’Economia più giovane della storia francese; non appartiene a nessuno degli esistenti schieramenti politici (pur essendo nominalmente di sinistra, ha rifiutato di partecipare alle primarie del Partito Socialista definendole “questioni tribali”); è competente in economia e affascina molto i liberisti (oltre ai due anni come ministro Macron vanta anche una brillante carriera come banchiere d’affari presso il prestigioso gruppo Rothschild) ed è un uomo che segue il proprio cuore (in riferimento alla sua tanto celebrata storia di amore che l’ha portato, sedicenne, a lasciare la famiglia per stare con la sua professoressa di liceo, di venti anni più grande di lui, assieme alla quale continua ad apparire sulle copertine dei tabloid).

Insomma, un personaggio alquanto atipico, che affascina molto ma allo stesso tempo preoccupa, data la già incerta situazione politica del paese.

Già nel 2015, in seguito agli attacchi dell’allora ministro dell’Economia Macron alle trentacinque ore lavorative settimanali, molte voci del suo partito avevano gridato allo scandalo; oggi, quando il leader del movimento En Marche riesce a radunare più di 4000 giovani sostenitori a Lille, una delle città più a sinistra dell’esagono, oltre 12000 curiosi a Parigi e più di 2500 a Clemont-Ferrand, dove vi è uno dei minori tassi di partecipazione del paese, si può facilmente affermare che Macron fa paura a sinistra come a destra.

Trattato da traditore dai sostenitori del suo vecchio partito, fustigato dalla destra per la sua politica populista (il segretario generale dei Repubblicani non ha esitato a definirlo un “Beppe Grillo che veste Armani”) e condannato dall’estrema destra come il candidato delle banche d’affari e della macchina liberista, è facile capire che un tale accanimento deriva proprio dalla presa di coscienza che il fenomeno Macron non è un fuoco di paglia.

Qual è dunque il segreto di questo successo così folgorante? Come spesso accade in politica, non si tratta di segreti ma, più banalmente, di strategie di comunicazione, e quella di Macron è una vera macchina da guerra.

L’obiettivo è di rendere la politica più moderna, più “cool”, come ha fatto l’ex presidente democratico statunitense nelle sue campagne. Per far ciò non si parla di partito ma di movimento, non di programma ma di politiche partecipative, non di riforme ma di cambiamenti.

Uno degli assi nella manica di questa campagna è la società Liegey-Muller-Pons, una start-up fondata negli Stati Uniti che ha fatto le sue prime esperienze di campagne elettorali assieme ai promoter di Barack Obama. Questa piccola società, che vanta il titolo di “prima start-up per tecnologia di campagna politica” ha già collaborato con il governo di François Hollande portandogli più di 300.000 voti nelle regioni dove hanno lavorato. Il loro sistema è complicato e semplice allo stesso tempo: ispirandosi allo “studio controllato randomizzato”, una pratica statistica utilizzata per ridurre i margini di errore nel test di nuovi vaccini, i tre fondatori della start-up hanno messo a punto un algoritmo che, analizzando i dati ottenuti, indica i bacini di voti più fertili. In pratica questa società indica ai campaigner a quali porte andare a bussare per ottenere più facilmente voti.

Questa strategia non farà forse vincere le elezioni, ma senza dubbio aiuta nella creazione di un nuovo partito. Nel panorama politico francese di oggi assistiamo sempre più rapidamente allo smembramento del sistema di grandi alleanze che aveva caratterizzato le precedenti elezioni, e se all’inizio in pochissimi pensavano che Macron potesse davvero arrivare al ballottaggio, nel contesto che si è venuto a creare oggi un personaggio volutamente fluido (ad ora, infatti, il movimento In Marcia, non ha ancora pubblicato un vero programma, ma solo delle linee guida), che utilizza la gioventù e la tecnologia meglio dei suoi antagonisti, dotato di una grande ambizione, può gettare delle solide basi se non per un vero cambiamento, almeno per una duratura partecipazione alla futura vita politica del paese.

Se poi questa partecipazione comporti un’eccessiva frammentazione, come molti a sinistra temono, e una conseguente vittoria di partiti estremisti, soltanto le prossime elezioni potranno dircelo.

 

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24 ottobre 2016

Non solo estrema destra. La Le Pen e i suoi elettori

Tornano prepotentemente in Europa sentimenti nazionalistici che erano stati banditi all’indomani della seconda guerra mondiale. L’onda lunga della crisi economica del 2008, i ripetuti attentati terroristici degli ultimi anni, l’aumento esponenziale dei flussi migratori dai Paesi dell’Africa e dal Medio Oriente assieme all’incapacità dei partiti maggioritari di risolvere i conflitti sociali hanno facilitato un processo che, più che a un ritorno al passato, fa pensare a un’evoluzione di quel nazionalismo che non è mai del tutto scomparso. Lampante è l’esempio francese del Fronte Nazionale.  

Il partito, fondato all’inizio degli anni Settanta, tra gli altri, da Jean-Marie Le Pen, e attualmente guidato dalla figlia, Marine Le Pen, è riuscito negli ultimi dieci anni a passare da gruppuscolo politico di estrema destra a terzo partito di Francia, destabilizzando lo storico bipartitismo presente nel quadrilatero.

Questa crescita esponenziale è principalmente dovuta all’opera di “dediabolizzazione” iniziata da Marine Le Pen nel 2003. Con quest’espressione si indica l’allontanamento di una parte dei quadri frontisti dalle polemiche causate dai comportamenti apertamente antisemiti di Jean-Marie, e una continua appropriazione degli spazi mediatici attraverso un gioco di amore e odio nei confronti dei mass-media.

Siamo lontani dagli anni Settanta, quando la “strategia di Fronte nazionale” veniva teorizzata dallo storico negazionista François Duprat e Jean-Marie Le Pen sceglieva come emblema la fiamma tricolore del nostro Movimento Sociale Italiano.

Dopo anni trascorsi come partito minoritario, il ricambio generazionale è avvenuto lentamente ma inesorabilmente, al punto che nel gennaio del 2011 Marine è stata scelta per guidare il partito relegando il padre nella posizione di presidente onorario. In una Francia dove l’accesso ai partiti politici è estremamente gerarchizzato, il Fronte ha cercato di sedurre le nuove generazioni aprendo loro una carriera politica e assumendo posizioni più progressiste. Si è venuto a creare un netto contrasto tra i sostenitori della vecchia guardia e la “generazione Blue Marine”, più aperta alle evoluzioni della società contemporanea (al punto da permettere a Florian Philippot di diventare vicepresidente del partito con delega alle strategie di comunicazione nonostante la sua dichiarata omosessualità). Il 3 ottobre 2013 Marine Le Pen ha dichiarato di essere pronta a perseguire legalmente tutti coloro che avessero continuato ad attribuire al suo partito l’etichetta di “estrema destra”; la dediabolizzazione è giunta all’apice nel 2014 con l’allontanamento di tutti gli elementi contrari alla nuova linea del partito.

Grazie a questi cambiamenti e aperture, il Fronte Nazionale è riuscito a diventare il primo partito alle elezioni per il Parlamento Europeo, posizionandosi davanti al Partito socialista e all’Unione di destra (UMP). Certo, le elezioni per il Parlamento Europeo vedono un’affluenza alle urne estremamente bassa, ma ciò non toglie che i fedeli del Fronte si siano dimostrati i più attivi e i più presenti nel panorama politico.

La riprova della presenza di uno zoccolo duro di sostenitori del FN si è avuta durante le regionali del 2015. A queste elezioni il Fronte si è presentato come un partito rinnovato (Jean-Marie stesso è stato espulso per aver mantenuto le sue posizioni sulle camere a gas e sul ruolo del maresciallo Petain) che è riuscito ad ottenere una forte maggioranza al primo turno in diverse regioni francesi, in particolare in quelle più colpite dalla disoccupazione e con una presenza considerevole di immigranti. Al secondo turno, però, la partecipazione massiccia degli elettori al voto e l’accordo tra i partiti maggioritari hanno sancito la totale sconfitta del Fronte.

Ma chi sono esattamente questi fedelissimi che partecipano indefessamente a ogni elezione garantendo a Marine le Pen un sostegno più stabile rispetto a quello degli altri partiti?

Già nel 2013 Pascal Perrineau, politologo specializzato nella sociologia elettorale e all’epoca direttore del Centro di ricerche politiche di Sciences Po (CEVIPOF), parlava del risveglio di un elettorato frontista “dormiente”, ossia di quelle fasce della popolazione che storicamente avevano delle simpatie per i programmi nazionalisti del FN; si tratta soprattutto degli operai meno qualificati e del proletariato urbano, che si identificano nel credo cattolico e che si considerano come i “perdenti della mondializzazione”. A questi si aggiungono i contadini delle aree rurali, che subiscono gli effetti dei regolamenti europei sulla produzione e le condizioni svantaggiose imposte dalla grande distribuzione, produttori che vivono da anni di sovvenzioni statali e spesso lavorano in perdita. È questo il primo zoccolo duro del Fronte, che vede in esso l’unica forza in grado di rappresentare le sue istanze dopo che, per due decenni, le forze politiche li hanno sostanzialmente ignorati.

A questi elettori, prevalentemente maschi, di mezza età e che non hanno compiuto studi superiori, già presenti durante le campagne di Jean-Marie, Marine ha saputo aggiungere un nuovo elettorato: innanzitutto le donne, quelle sole, con lavori poco stabili o in formazione professionale; in secondo luogo i giovani, anche loro precari, con difficili prospettive lavorative ma con un livello di studi spesso più alto; infine, i funzionari pubblici dei livelli più bassi. Ciò che muove questo amalgama, non proprio eterogeneo, e che in parte storicamente votava a sinistra, è soprattutto la paura del “declassamento”.

Si tratta in effetti di persone che, pur non essendo ricche, dispongono di un piccolo patrimonio e di un certo livello di educazione e che, nell’attuale situazione socioeconomica, rischiano di impoverirsi sempre di più. Allo stesso tempo, il Fronte Nazionale si presenta come partito antisistema, critico rispetto alla classe politica attuale, che accusa di essere incapace di ascoltare i bisogni degli strati più deboli della popolazione e di difendere unicamente i ceti più alti. In questo modo Marine Le Pen è riuscita ad attrarre elettori di destra e sinistra delusi dagli ultimi governi e che lamentano una mancanza di rappresentanza, e a portare all’attenzione di questa grande varietà di elettori il suo programma, incentrato sul recupero della sovranità in materia di economia, di controllo delle frontiere e di sicurezza nazionale.

Il Fronte Nazionale, con le sue numerose contraddizioni, si avvicina alle presidenziali di aprile 2017 come un partito in grado di competere per la presidenza e con una candidata, Marine Le Pen, estrema su molte questioni, ma un punto di riferimento non solo per l’elettorato di estrema destra.

 

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10 marzo 2017

Il caso Fillon scuote il centrodestra francese

Sostegno confermato dal Comitato politico del partito, all’unanimità. E un appello affinché si chiudano le polemiche e si superi la crisi, in nome dell’unità necessaria per andare avanti in campagna elettorale.

Lunedì François Fillon – che nelle elezioni di aprile correrà per l’Eliseo come rappresentante di Les républicains – ha incassato la fiducia della sua forza politica, ma la situazione continua a essere difficile. La convincente vittoria nelle primarie di novembre, quando al primo turno fu eliminato dalla competizione l’ex presidente Nicolas Sarkozy e al secondo fu sconfitto anche l’accreditato Alain Juppé, sembra un ricordo lontano. Le defezioni non sono mancate, e recentemente sono venuti meno anche il direttore della campagna elettorale Patrick Stefanini e il portavoce Thierry Solère, ma Fillon ha comunque deciso di andare avanti fino in fondo, come ha voluto sottolineare davanti a decine di migliaia di manifestanti che domenica, al Trocadero, sono scesi in piazza per sostenerlo. «Vi devo delle scuse – ha dichiarato alla folla il candidato – anche quelle di dover difendere il mio onore e quello di mia moglie quando ciò che conta, per voi come per me, è difendere il nostro Paese».

Da quasi un mese e mezzo infatti, il Penelopegate è entrato prepotentemente nella campagna presidenziale, creando non pochi problemi a un candidato che la maggior parte dei commentatori considerava avviato a vincere senza troppi patemi – anche se al secondo turno – le elezioni. Tutto è iniziato il 25 gennaio, con le rivelazioni di Le Canard enchâiné sulla moglie di François Fillon, Penelope, che secondo il settimanale satirico francese avrebbe ricevuto cospicue remunerazioni come assistente parlamentare del marito senza tuttavia mai svolgere tale ruolo. 500.000 euro lordi, si diceva all’inizio, ma il caso poi si è allargato: la cifra è stata rivista al rialzo e ha toccato gli 831.000 euro, a cui si aggiungono i circa 100.000 percepiti come collaboratrice della rivista letteraria ‘La revue des deux monds’, di proprietà di un amico di Fillon; inoltre, tra gli assistenti parlamentari figurerebbero anche 2 figli del candidato presidenziale, a cui sono stati elargiti compensi per 84.000 euro lordi quando Fillon era senatore.

All’apertura di un’inchiesta preliminare per gli impieghi fittizi di Penelope – si parla di appropriazione indebita e abuso d’ufficio – l’aspirante inquilino dell’Eliseo ha reagito con forza, dicendosi oggetto di un attacco di ‘violenza inaudita’ e ribadendo che tutti i pagamenti sono stati effettuati in modo trasparente, nel pieno rispetto della legge. Ha riconosciuto tuttavia di aver commesso un errore, perché assumere tra i propri collaboratori alcuni membri del nucleo familiare è una pratica ormai ‘respinta dai francesi’.

Nel partito però sono cresciuti i malumori e i dubbi: Fillon può ancora considerarsi il candidato migliore per rappresentare la destra e il centro francesi? È in grado di garantire attorno a sé la costruzione di una coalizione sufficientemente ampia per aggiudicarsi la vittoria? Domande inevitabili, a fronte delle quali tuttavia l’esponente di Les republicains – forte del risultato delle primarie – non intende fare alcun passo indietro, parlando anzi – dopo la sua convocazione dai magistrati per il 15 di marzo, a soli due giorni dal termine per la presentazione delle candidature – di ‘assassinio politico’, non solo nei suoi confronti ma verso la competizione elettorale delle presidenziali. Poi la ‘prova di forza’ del Trocadero, la manifestazione di piazza per dimostrare da che parte stesse la gente: non 200.000 persone come rivendicato dal candidato, ma pur sempre una partecipazione degna di nota.

Lunedì mattina, arrivava l’appello di Nicolas Sarkozy: «Di fronte alla gravità della situazione che stanno vivendo il centro e la destra, ciascuno ha il dovere di fare di tutto per preservare l’unità…Per questo, propongo a Fillon e Juppé di incontrarci per trovare una via d’uscita dignitosa e credibile». Magari, dando sostanza a quel ‘piano B’ di cui si parlava con insistenza per uscire dall’impasse, richiamando Juppé nella partita – questa una delle ipotesi che circolavano – oppure affidando allo stesso candidato presidenziale il compito di scegliere un proprio sostituto, come alcuni ambienti vicini all’ex presidente Sarkozy lasciavano intendere secondo la stampa.

 

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