05 febbraio 2014

L’Afghanistan nel 2014

di Barbara Maria Vaccani

Il 2014 sarà un anno importante per l’Afghanistan. Il paese dovrà affrontare le elezioni presidenziali e la fine delle missioni militari presenti nel paese (quella statunitense e quella Nato). Il tutto continuando ad affrontare la guerriglia dei Taliban, che accusano il governo di essere illegittimo, con un esercito ancora poco esperto e uno Stato piuttosto precario e corrotto. E secondo un articolo del New York Times, il presidente uscente, Hamid Karzai, che non vuole firmare l’accordo bilaterale con gli Stati Uniti perché i soldati americani rimangano oltre il 2014, sta negoziando con i Taliban, il nemico.

 

LE ELEZIONI PRESIDENZIALI

Le elezioni presidenziali in Afghanistan sono previste fra due mesi, il 5 aprile. Sarà la prima transizione democratica del paese: per la prima volta un governo democraticamente eletto passerà le consegne ad un altro governo, sempre scelto dai cittadini.

Gli undici candidati hanno provenienze ed esperienze diverse: uomini politici ed ex ministri di Karzai, ex mujahiddin, eredi dell’ex re dell’Afghanistan, e uno dei fratelli dell’attuale presidente. Decisive, per vincere le elezioni, non sono solo l’esperienza e la capacità dimostrate nel corso della propria carriera, ma anche la propria appartenenza etnica e la rete di supporto che si è stati in grado di costruire. L’Afghanistan è uno stato dalla composizione etnica variegata e dove alleanze ed affiliazioni di tipo etnico e tribale sono fondamentali. Zalmay Rassoul, per esempio, è un politico di lunga data, ex ministro degli Esteri e finora mai toccato da scandali di corruzione. Non è però sposato e non parla fluentemente la lingua dei Pashtun, l’etnia maggioritaria del paese. È quindi visto con sospetto dagli elettori.

Tra le questioni che minacciano la riuscita delle elezioni c’è anche quella dei brogli: secondo il Guardian, nonostante gli elettori siano dodici milioni, nel paese circolano circa venti milioni di schede elettorali e il sistema di controllo è troppo debole per poter limitare doppie votazioni e altri brogli. Ci sono poi le difficoltà logistiche, di organizzazione del voto e raccolta delle schede e il rischio che la violenza dei Taliban limiti l’affluenza al voto.

Lo scompenso di un presidente eletto da elezioni di dubbia regolarità o con una bassa affluenza è quello della sua scarsa rappresentatività e capacità di governare, in un paese dove le istituzioni statali, ricostruite dopo il 2001, faticano a raccogliere consensi e a garantire stabilità al paese.

 

I TALIBAN

Le elezioni non saranno un momento delicato solo perché testeranno la solidità delle nuove istituzioni e della nuova classe politica afgana. Un altro punto sensibile è l’opposizione dei Taliban, che sono in guerra contro il governo e lo Stato. Il 2 febbraio, in occasione dell’inizio ufficiale della campagna elettorale, i Taliban hanno ucciso il collaboratore di uno dei candidati presidenziali, rendendo chiaro che non riconoscono le attuali istituzioni del paese e che non smetteranno di combatterle.

I Taliban sono un gruppo politico militante dell’estremismo islamico. La loro origine risale alla guerriglia anti-sovietica portata avanti in Afghanistan da militanti addestrati in Pakistan. I Taliban acquisirono potere nella guerra civile che scoppiò in Afghanistan dopo la fine dell’occupazione sovietica, nel 1992. Dal 1996 al 2001 i Taliban governarono il paese con un regime fondamentalista islamico e strinsero alleanza con Al Qaeda, ospitando Osama Bin Laden.

L’attacco statunitense all’Afghanistan, nell’autunno del 2001, aveva come obiettivo la sconfitta dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, il regime dei Taliban, e la distruzione della rete terroristica di Al Qaeda. Mentre la guerra contro Al Qaeda si è spostata in altri paesi e regioni, la guerra contro i Taliban non è mai finita. L’Emirato Islamico è stato sconfitto e lo Stato afgano è stato interamente riconfigurato, ma i Taliban continuano a combattere per riconquistare il potere.

 

GLI STATI UNITI E LA MISSIONE INTERNAZIONALE

La missione degli Stati Uniti, l’operazione Enduring Freedom, poi accompagnata dalla missione internazionale della Nato, l’Isaf, rimarranno nel paese fino alla fine del 2014. Entrambe le parti, Stati Uniti e Alleanza Atlantica, hanno affermato di voler continuare a supportare l’Afghanistan anche dopo la fine delle attuali missioni, con compiti di addestramento e supporto all’esercito afgano e contro insurrezione. Il prolungamento della permanenza militare è però soggetto alla firma dell’accordo bilaterale di sicurezza fra Stati Uniti e governo afgano.

Hamid Karzai e il suo governo hanno negoziato l’accordo con l’amministrazione statunitense, per poi decidere di tirarsi indietro e di rimandare la firma dell’accordo. I rapporti tra Stati Uniti e governo afgano hanno subito fasi alterne, dal 2002 ad oggi, ma nell’ultimo anno sono stati prevalentemente negativi, tanto da dare consistenza alla ‘zero option’, cioè il ritiro di tutte le truppe statunitensi. Questo anche a fronte di un’opinione pubblica statunitense sempre meno a favore della presenza in Afghanistan e di scandali sulla corruzione che testimoniano il cattivo uso da parte dei funzionari afgani dei fondi stanziati dagli Stati Uniti.

Molti esperti e analisti sono scettici nei confronti della ‘zero option’: il paese non è sufficientemente stabile e l’esercito nazionale afgano ha ancora bisogno di formazione e addestramento da parte degli istruttori internazionali. Anche le operazioni di contro insurrezione, finalizzate a neutralizzare la guerriglia dei Taliban, hanno bisogno del supporto di soldati più esperti. Sono di questo avviso il generale John Allen, ex capo della missione Isaf e Stephen Hadley, consigliere alla sicurezza nazionale durante l’amministrazione di George W. Bush. Lasciare l’Afghanistan, sostengono, significherebbe vanificare gli sforzi compiuti finora e lasciare incompiuto il processo di transizione verso uno Stato afgano stabile e sicuro.

 

HAMID KARZAI

Hamid Karzai non può ripresentarsi alle elezioni di aprile: la Costituzione afgana limita a due il massimo di mandati presidenziali consecutivi. Finora l’attuale presidente non ha espresso nessun appoggio o preferenza nei confronti dei candidati presidenziali. Negli ultimi mesi del suo mandato Karzai avrebbe dovuto firmare l’accordo con gli Stati Uniti, in modo da garantire al suo successore il completamento dell’addestramento delle truppe afgane e la fine del processo di transizione per l’autonomia delle istituzioni afgane. Karzai, invece, non ha firmato l’accordo, nemmeno dopo l’esortazione della Loya Jirga, un organo consultivo composto da parlamentari e governatori locali, riunitosi a novembre.

Altri punti su cui Karzai si è distanziato, nell’ultimo anno, dagli alleati statunitensi sono il rilascio di detenuti dalla prigione di Bagram, dopo il passaggio della prigione sotto il controllo delle forze di sicurezza afgane e la diffusione di un rapporto di una commissione d’inchiesta su un attacco aereo compiuto dalle forze americane. Il rapporto, secondo il New York Times, conteneva prove ed immagini false con lo scopo di demonizzare le operazioni statunitensi e distanziarsene. La morte di civili a causa di operazioni militari statunitensi, infatti, è sempre stato uno dei maggiori attriti tra gli Stati Uniti e il presidente Karzai, che deve far fronte alle critiche interne al paese.

L’ultima mossa di Karzai e del suo governo è quella delle presunte trattative con i Taliban. La notizia è stata riportata dal New York Times il 4 febbraio. Secondo l’articolo l’iniziativa è stata presa dai Taliban in novembre, approfittando dei cattivi rapporti tra governo afgano e governo statunitense. Nessun accordo significativo sarebbe stato finora raggiunto, ma il contatto con i Taliban potrebbero spiegare le posizioni di Karzai nei confronti degli Stati Uniti e dei loro alleati. Se il presidente uscente riuscisse a negoziare una pace con i Taliban senza l’intermediazione di parti terze otterrebbe la fine della guerra nel suo paese, l’approvazione da parte della popolazione che chiede una linea più dura verso gli americani e una minore probabilità di vendette e rappresaglie da parte dei Taliban una volta terminato il suo mandato.

D’altro canto è difficile vagliare l’affidabilità dell’iniziativa dei Taliban e capire quanto le proposte di negoziati siano concrete. Esiste l’ipotesi che i ribelli vogliano semplicemente allontanare la prospettiva di una permanenza statunitense e guadagnare un campo di battaglia meno difficile, senza Stati Uniti e con un nuovo presidente dalle capacità e dall’autorità tutte da vedere.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


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