02 dicembre 2016

La Francia delle primarie di destra

di Stefano Carpentieri

Nell’immaginario comune esistono numerosi avvenimenti che fanno della Francia un paese di sinistra: le grandi manifestazioni del maggio del ‘68, le 35 ore di lavoro settimanali, uno dei migliori sistemi sanitari pubblici del mondo, i continui scioperi e cortei per la tutela del lavoro e molte altre. Ma, allo stesso tempo, vi sono altre idee associate a questo paese: la spiccata preferenza nazionale, spesso semplicisticamente etichettata come nazionalismo, il protagonismo sul panorama internazionale, la presenza di un capo di Stato dotato di ampi poteri: tutti elementi caratteristici della destra. Ben lungi dallo scadere negli stereotipi, rimane un dato di fatto: esiste in Francia un elevato numero di elettori di destra. E non a caso, dal secondo dopoguerra ad oggi, la Francia ha avuto cinque governi di destra e solo due di sinistra, il secondo dei quali è quello dell’attuale presidente François Hollande, che è stato diffusamente criticato dai suoi stessi elettori. Dunque, il concetto stesso di destra francese è molto più eterogeneo di quello che si possa pensare. Non a caso, lo storico e politologo francese René Rémond nel 1954 pubblicava “La destra in Francia dal 1815 ai nostri giorni”, un’analisi della storia politica del paese dalla quale l’autore estrapolava una divisione della destra in tre categorie: una destra “legittimista”, che rigetta la rivoluzione e si appoggia sulla tradizione cattolica e monarchica; una destra “orleanista”, più orientata verso un liberalismo pragmatico e delle politiche conservatrici; infine una destra “bonapartista”, che si fonda sull’autorità del capo di Stato e sulla sovranità nazionale. Senza essere troppo dogmatici nell’applicazione di questa tripartizione, in parte superata, resta quantomeno interessante usarla come chiave di lettura per inquadrare i risultati parziali delle recenti primarie del centrodestra francese. Memori dell’esperienza delle ultime presidenziali, il raggruppamento del centrodestra, da poco rinominatosi “I Repubblicani”, ha previsto con largo anticipo delle elezioni interne aperte anche ai non iscritti al partito. Definite “primarie del centro e della destra” esse hanno come scopo l’elezione di un rappresentante unico di quel fronte politico, per evitare la frammentazione che, secondo molti, ha portato alla vittoria della sinistra alle ultime elezioni presidenziali. Mesi di feroce campagna hanno anticipato i tre dibattitti televisivi tra i sette candidati, sei uomini e una donna, tutti volti ben conosciuti del panorama politico francese e, per la maggior parte, con diverse candidature al loro attivo, che si sono conclusi con un risultato del tutto imprevisto sia dai commentatori che dai media. Le previsioni degli esperti davano infatti come possibili vincitori Alain Juppé, attuale sindaco di Bordeaux e volto arcinoto della destra francese, e Nicolas Sarkozy, già Presidente della Repubblica francese tra il 2007 e il 2012. Ma il vincitore indiscusso del primo turno è stato François Fillon, che ha ottenuto, contro tutte le aspettative, il 44% dei voti contro il 28% in favore di Juppé e soltanto il 20% per Sarkozy. Benché il suo nome possa non essere familiare alla maggior parte degli italiani, Fillon è stato primo ministro di Nicolas Sarkozy durante il suo mandato presidenziale. Padre di famiglia esemplare, sostenitore di un liberalismo thatcheriano, cattolico praticante, sostenitore dei movimenti pro-vita e di mitigate opinioni verso il matrimonio per tutti i tipi di coppie, François Fillon corrisponde ad un mix perfetto di destra orleanista e legittimista. Non che i programmi politici di Juppé o Sarkozy siano radicalmente diversi (in effetti tutti i programmi dei partecipanti alle primarie vertevano sulle tematiche della sicurezza, sull’interesse nazionale vis-à-vis con l’Unione Europea, sulla creazione di nuovi posti di lavoro e così via). La vera differenza è consistita nella scelta del pubblico al quale essi si sono rivolti. Juppé ha portato avanti un programma più apertamente pro-europeista, più attento alle tematiche sociali, e non ha esitato a cercare il sostegno degli elettori del centrosinistra; Sarkozy, invece, ha privilegiato un discorso più bonapartista, di supremazia nazionale, cercando di fare leva su quell’elettorato che negli ultimi anni ha disertato la destra tradizionale per votare il Fronte Nazionale. Inoltre, due fattori accomunano Juppé e Sarkozy: entrambi si sono dimostrati molto tolleranti sul piano sociale, in particolare riguardo al “matrimonio per tutti”, ed entrambi hanno lunghi trascorsi con la giustizia (Juppè è stato condannato nel 2004 per corruzione e Sarkozy è tutt’ora inquisito per lo scandalo sui finanziamenti illegali per la campagna presidenziale del 2012). Al primo turno delle primarie del centrodestra hanno votato circa 4 milioni di elettori. Secondo un’inchiesta della rivista Le Point questi elettori sono stati in prevalenza pensionati, persone che hanno conosciuto diversi governi di destra e che vedono in François Fillon il rappresentante di quella destra storica, liberista e “morigerata” risalente a un’epoca precedente la crisi economica. Il programma di Fillon è a tutti gli effetti un programma di destra “classico”: aumento degli effettivi di polizia, riduzione degli impiegati pubblici, aumento delle ore lavorative settimanali, privatizzazione di una parte del sistema sanitario nazionale, instaurazione del servizio civile obbligatorio in sostituzione della leva militare e riduzione delle ingerenze delle politiche europee nella sfera nazionale. Dopo il Brexit e la sconfitta di Hillary Clinton, la vittoria di François Fillon costituisce l’ennesimo fallimento degli esperti e dei politologi nel prevedere i risultati delle consultazioni. Il secondo turno delle primarie ha visto la vittoria annunciata di quel candidato che ha sempre mantenuto un profilo basso, schivando il battage mediatico e gli scandali che contraddistinguono l’arena politica occidentale. Usando l’espressione di Denis Pelletier, direttore dell’École Pratique des Hautes Études della Sorbona, è la riscossa dei “cattolici-patrimoniali”: quella classe medio-alta che ha sempre costituito la maggioranza culturale e che negli ultimi anni si sente sempre più minoritaria. Contrari allo status quo attuale ma con troppo da perdere per stravolgere il sistema votando Fronte Nazionale, delusi dalla sinistra e preoccupati dalla crisi migratoria e dagli attentati che si susseguono senza sosta, costituiscono quella parte della Francia che vede in Fillon la speranza di ritrovare un futuro tranquillo dove affari e morale si sposino alla perfezione. Siamo molto lontani dal maggio del ’68.

 


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