08 maggio 2012

Obama coalition alla prova degli Swing States

A pochi mesi dall’Election Day del 6 novembre, sembra sempre più probabile che la vittoria verrà decisa da due fattori: la trasformazione demografica dell’elettorato americano e la percezione dell’economia negli stati in bilico (Swing States). Da questa consapevolezza discende la domanda chiave della campagna già in corso: la coalizione elettorale che nel 2008 sospinse Obama verso la Casa Bianca (demograficamente in crescita e composta da comunità di colore, Millenials - la generazione nata dopo il 1980 -, donne single, professionisti, non credenti, bianchi laureati, ecc.), tornerà a mobilitarsi massicciamente in suo sostegno, compensando l’irreversibile emorragia di consensi che i democratici registrano tra le fila della classe operaia bianca? O il candidato repubblicano riuscirà a capitalizzare al massimo sia gli effetti della crisi economica che la forte motivazione della base conservatrice americana? Un primo elemento problematico è la forte polarizzazione della politica americana ormai in corso da diversi anni. L’appello “lincolniano” alla riconciliazione nazionale su cui Obama aveva fortemente posto l’accento nel 2008, si è infatti fragorosamente infranto contro la viscerale reazione dei Tea Party e di una parte importante del mondo conservatore, che sono riusciti a condizionare significativamente l’agenda politica nazionale. Sui grandi temi al centro del dibattito (ruolo del governo, equilibrio tra mano pubblica e forze del mercato, tasse, stato sociale) lo scontro politico è destinato a rimanere accesissimo. Un secondo nodo riguarda poi l’economia. Dalla seconda guerra mondiale, nessun presidente americano è stato rieletto con un tasso di disoccupazione superiore al 6 per cento. L’unica eccezione è rappresentata da Ronald Reagan, che nel 1984 trionfò nonostante un tasso del 7,2. Negli ultimi tre anni e mezzo gli Stati Uniti hanno conosciuto il più lungo periodo di alta disoccupazione dai tempi della Grande Depressione, e l’ufficio bilancio del Congresso prevede che nel 2012 la media rimarrà saldamente al di sopra dell’8 per cento. Il piano di stimolo da 775 miliardi di dollari che Obama aveva approvato poche settimane dopo il suo insediamento, pronosticava invece una disoccupazione, nel 2012, intorno al 5 per cento (quando Obama si è insediato il tasso era al 7,3). Questi dati confermano che le elezioni del 2012 saranno più combattute sia di quelle del 2008, sia di quelle del 2004 che, forse, di quelle contesissime tra Al Gore e George W. Bush del 2000. Alcuni studi pubblicati negli ultimi anni dal Center for American Progress, pensatoio di riferimento dei democratici, sottolineano tuttavia che i cambiamenti demografici in corso nella società americana offrono importanti opportunità al fronte progressista. Mentre le categorie sociali demograficamente in crescita sostengono prevalentemente i democratici e il presidente Obama (comunità di colore, donne single laureate, voto laico, bianchi laureati che risiedono nelle aree più urbanizzate del paese), l’insediamento elettorale tradizionale dei repubblicani (bianchi, evangelici, appartenenti alle realtà rurali, anziani) tende invece a contrarsi, concentrandosi sempre più in alcune aree specifiche del paese e diventando, dunque, meno influente.


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