12 maggio 2014

Pakistan, condannata a morte perché cristiana

di Lucia Ceci

Dopo quattro rinvii, è fissata per il 27 maggio prossimo la prima udienza del processo di appello ad Asia Bibi, la donna cattolica condannata a morte in Pakistan nel 2010 con l’accusa di blasfemia. Il caso sarà discusso davanti a un collegio giudicante dell’Alta Corte di Lahore, che dovrà pronunciarsi su una vicenda divenuta il simbolo della campagna di sensibilizzazione e di protesta contro la legge sulla blasfemia: la controversa “legge nera”, che consta di tre articoli del codice penale e punisce con l’ergastolo e la pena di morte il vilipendio all’Islam, al Corano e al profeta Maometto.

I fatti risalgono al giugno 2009, quando a Ittan Wali, un villaggio rurale del Nord-Est del Punjab, scoppia una lite tra alcune donne musulmane ed Asia Bibi (Aasiya Noreen): una cittadina pakistana di 38 anni, una contadina analfabeta madre di 5 figli, ma, agli occhi delle prime, innanzitutto una cattolica. In quanto «impura», sostengono, non può attingere al pozzo toccando lo stesso loro recipiente: lei, cristiana, ha contaminato l’acqua che spetta di diritto alle donne musulmane. Si rivolgono quindi all’autorità sostenendo che Asia, nel corso della discussione, ha offeso il profeta Maometto. Picchiata e arrestata pochi giorni dopo a Ittan Wali, la Bibi nega le accuse replicando di essere perseguitata per il suo credo religioso, ma a un anno dall’arresto arriva la sentenza del tribunale di Sheikhupura: la donna è condannata a morte per violazione dell’articolo 295c del Codice penale che, in casi estremi, contempla la pena capitale come punizione della blasfemia.

Entrata in vigore nel 1986 per iniziativa del presidente Muhammad Zia-ul-Haq, la blasphemy law  negli ultimi 15 anni ha consentito ai tribunali pakistani di incriminare 1.274 persone. Non solo. L’ultimo rapporto della Commissione internazionale Usa per la libertà religiosa riferisce che in Pakistan vi sono attualmente 14 persone nel braccio della morte e 19 condannate all'ergastolo per motivi di blasfemia. Le dimensioni del fenomeno, già in sé impressionante, risaltano ulteriormente se confrontate con i decenni precedenti che vedono, tra il 1929 e il 1982, solo 9 casi di incriminazioni per blasfemia.

Asia Bibi si trova in isolamento nel carcere femminile di Sheikhupura, in una piccola cella senza finestre, da oltre 4 anni e mezzo. Nelle indagini e negli interrogatori preliminari, condotti dalla polizia dopo la denuncia, non ha avuto un avvocato. Il Jinnah Institute di Karachi riferisce che, sin dal principio, la sua vicenda giudiziaria è stata viziata da irregolarità. «Io, Asia Bibi», ha affermato la donna nel 2011, «sono innocente. Comincio a chiedermi se, più che una tara o un difetto, in Pakistan essere cristiani non sia diventato semplicemente un crimine». In realtà la legge sulla blasfemia non colpisce solo i cristiani: secondo i dati forniti dalla Commissione pakistana di Giustizia e Pace (Ncjp), tra le circa mille persone incriminate negli anni 1986-2009, i cristiani sono stati 119, gli ahmadi 340, gli indù 14, quelli di fede ignota 10, i musulmani 479. Quest’ultimo dato, tuttavia, va letto nel giusto modo: oltre la metà degli accusati appartiene a religioni che, messe insieme, coinvolgono solo il 3% della popolazione del Pakistan.

Come notava nel novembre 2010 il ministro per le Minoranze religiose Shahbaz Bhatti, unico politico cattolico del governo di Asif Ali Zardari e primo ministro cattolico nella storia del Pakistan, la blasphemy law è stata spesso utilizzata come strumento per risolvere questioni personali. L’85% dei casi, ha affermato, sono falsi: i tribunali emettono verdetti su crimini che non vengono provati dalle alte corti. Ma in Pakistan chi contesta la legge sulla blasfemia muore. Shahbaz Bhatti è stato assassinato a Islamabad il 2 marzo 2011. Meno di due mesi prima, il 4 gennaio, era stato ucciso il governatore del Punjab, Salmaan Taseer, musulmano, per la sua presa di posizione contro la legge sulla blasfemia, che aveva definito una kala kanoon (“legge nera” in urdu) perché si prestava alle più diverse strumentalizzazioni. Entrambi gli esponenti politici pakistani avevano difeso Asia Bibi. Anche la parlamentare musulmana del Pakistan People’s Party Sherry Rehman ha subito pesanti minacce di morte per aver presentato una proposta di riforma della blasphemy law e preso posizione a favore della Bibi. Nel 2011 la Rehman ha lasciato il Paese grazie alla nomina ad ambasciatore pakistano negli Usa, ma nel febbraio 2013 la Corte suprema del Pakistan ha incredibilmente dato il via libera a un processo che la vede imputata, dichiarando l’ammissibilità delle accuse avanzate due anni prima da Faheem Akhtar Gull, un commerciante di Multan che l’aveva denunciata per aver commesso blasfemia durante un talk-show su Dunya Tv, nel corso del quale la donna aveva difeso Asia Bibi e spiegato la sua proposta di revisione della “legge nera”.

Oggi alcune organizzazioni tornano a chiedere apertamente l’abrogazione della blasphemy law, richiesta che si intreccia fortemente con il rilancio della campagna per il rilascio di Asia Bibi. Il Pakistan Christian Congress (Pcc) ha annunciato una nuova iniziativa internazionale che porterà a depositare al Consiglio Onu per i Diritti Umani, all’Unione Europea, al Congresso degli Stati Uniti, a Ong come Amnesty International e Human Right Watch petizioni in cui si sollecitano pressioni sul governo di Islamabad per abrogare la legge sulla blasfemia e rilasciare Asia Bibi.

Ma mentre la campagna di sensibilizzazione e di protesta dà segnali di risveglio, gli estremisti tendono a proporre una interpretazione estensiva della “blasfemia”,  sino ad includere all’interno di tale categoria chiunque critichi la legge che ne porta il nome. Hammad Adil e Muhammad Tanveer, i due militanti talebani arrestati dalla polizia pakistana per l’assassinio di Shahbaz Bhatti nel settembre 2013, hanno confessato di aver pianificato l’omicidio perché il ministro si era espresso contro la legge sulla blasfemia e aveva preso le parti dei bestemmiatori. Mumtaz Qadri, l’uomo che nel gennaio 2011 ha ucciso il governatore del Punjab per aver difeso Asia Bibi, è oggi acclamato come eroe e alla periferia di Islamabad una moschea non solo porta il suo nome, ma è diventata così famosa in Pakistan che l’imam sta raccogliendo fondi per allargarla.

Pochi giorni fa, mercoledì 7 maggio, è stato assassinato nel suo studio a Multan Rashid Rehman Khan, avvocato e attivista per i diritti umani: una esecuzione mirata, preceduta da ripetute minacce di morte e cinque aggressioni. Noto per la sua posizione contraria alla blasphemy law, Rehaman aveva difeso numerose vittime innocenti e attualmente rappresentava Junaid Hafeez, giovane ricercatore d’inglese della Bahauddin Zakariya University, sotto processo per blasfemia in seguito all’accusa, lanciatagli nel marzo dello scorso anno da un gruppo di studenti integralisti, di fare su Facebook commenti offensivi contro il profeta Maometto. «I legali che rappresentano imputati di blasfemia e sostengono l'abuso di quella legge – ha affermato l’avvocato Sardar Mushtaq Gill, difensore dei diritti umani e responsabile dell’Ong Lead (Legal Evangelical Association Development) – spesso sono minacciati di morte dagli estremisti e molti di loro hanno dovuto lasciare il paese».

Il Pakistan non ha ancora eseguito nessuna condanna a morte per blasfemia, ma “la legge nera” ha causato sofferenze enormi, incanalato odi, provocato morti innocenti. Sulla decisione che l’Alta Corte di Lahore prenderà il 27 maggio prossimo pesa l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e di alcune importanti istituzioni mondiali. L’assassinio di Rashid Rehman Khan dimostra che su tale decisione è fisso anche lo sguardo dei fondamentalisti, che chiedono di punire la blasfemia con la pena capitale, togliendo al giudice la possibilità di comminare l’ergastolo.


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