30 giugno 2020

La presidenza dell’UE, una nuova tappa della “lunga marcia” tedesca

 

Dal 1° luglio Angela Merkel tornerà al vertice del Consiglio dell’Unione Europea; si tratta di un caso più unico che raro, anche per meri motivi “procedurali”: la presidenza ruota ogni sei mesi e spetta, ex Trattato, ad ogni Stato membro della Unione Europea (UE), con ventisette governi, dunque, tra un turno e l’altro passano – circa – tredici anni, un’era geologica per i tempi sincopati della politica moderna. Il traguardo è certamente un monumento alla longevità istituzionale di Angela Merkel ma, al tempo stesso, ne segna pure il crepuscolo.

 

Nel 2007, durante l’ultima presidenza tedesca, la cancelliera era stata eletta da appena due anni e l’Unione sembrava indirizzarsi, con qualche manovra d’assestamento, verso una sostanziale stabilità. Non erano ancora i tempi della grande crisi, dei sovranismi e delle involuzioni autoritarie di alcuni Paesi, la Brexit era l’unicorno di uno sparuto gruppo di estremisti e la Grecia aveva, nello stesso anno, organizzato le Olimpiadi e vinto gli Europei di calcio. Oggi, tredici anni dopo, molte cose sono cambiate, a partire da Angela Merkel stessa; tuttavia sia la cancelliera che il suo governo arrivano a questo ennesimo appuntamento europeo con ambizioni rinnovate e una consapevolezza che – nel 2007 – ancora faticava a manifestarsi.

 

La presidenza tedesca è solo capitolo più recente della “lunga marcia” che Berlino ha iniziato con l’unificazione e che l’ha portata a (ri)costruire la sua egemonia continentale, con buona pace sia degli americani che dei presunti “amici speciali” francesi.

La Germania di Angela Merkel non è mai stata così forte e, al tempo stesso, così europea. Tra le democrazie liberali – forse non solo – è il Paese che ha resistito meglio al Covid, grazie a un decennio di oculati investimenti in sanità (gli ospedali tedeschi sono quelli col maggior rapporto pazienti potenziali/terapie intensive disponibili) e a una gestione per nulla erratica o irrazionale (dopotutto la cancelliera è un chimico di formazione); dopo anni di politica dello Schwarze null, l’indebitamento zero tanto difeso da Wolfgang Schaeuble, il governo ha lanciato un piano da 750 miliardi di euro per sostenere l’economia che comprende, tra le altre cose, anche la nazionalizzazione di alcuni pezzi pregiati dell’industria tedesca, come Lufthansa.

 

Al tempo stesso anche Bruxelles non è mai stata così germanofona come in questi mesi: passati i tempi in cui Berlino preferiva esercitare il suo potere dietro le quinte, con Martin Selmayr, Uwe Corsepius e Klaus Welle, rispettivamente potentissimi capo di gabinetto di Jean-Claude Juncker, segretario generale del Consiglio europeo e segretario generale del Parlamento, oggi la Germania esprime la presidente della Commissione europea – che guarda caso è una delle principali alleate interne di Angela Merkel nelle dinamiche di partito – il capogruppo popolare al Parlamento europeo (anche lui strettissimo sostenitore della cancelliera) e, per poco, ha quasi ottenuto pure quello dei socialisti europei (Udo Bullmann è stato sconfitto dalla spagnola Iratxe García Pérez dopo ampie discussioni interne al gruppo parlamentare).

 

L’egemonia riluttante di cui parlava Hans Magnus Enzensberger, insomma, pare essere diventata decisamente palese.

Dopo un semestre croato travolto, non per sue colpe, dal Covid, i maggiorenti europei guardano ad Angela Merkel e alla sua presidenza per due sfide fondamentali, intimamente collegate tra loro: il negoziato sul Recovery Fund e quello, non meno importante, sul nuovo bilancio pluriennale. Se il primo rappresenta la principale novità di questi mesi, il secondo si inserisce in quel vasto catalogo di bizantinismi europei difficili da capire e ancora più da spiegare. Di norma le trattative sulla nuova programmazione settennale sono feroci dato che ogni singolo Paese ha appena due priorità, o prendersi più torta possibile o cercare di darne pochissima agli altri. Il Covid e l’inserimento nella discussione del Recovery Fund ha spazzato via questo approccio in primis proprio grazie ad Angela Merkel che – su spinta italiana, francese e spagnola – ha isolato i cosiddetti Paesi “frugali” del Nord Europa schierandosi apertamente a favore dei recovery bond e di nuovi strumenti di solidarietà gestiti dall’Unione. Si è trattato di una mossa a sorpresa che, però, si inserisce appieno nello stile e nell’idea che Angela Merkel ha della leadership; già qualche anno fa quando si trattò di accogliere milioni di profughi siriani la cancelliera ebbe la forza – anche contro il suo partito – di rompere vecchie alleanze nel nome di un’etica superiore. Oggi, allo stesso modo, la donna più potente d’Europa (e forse del mondo) ha capito che il Covid sarà il banco di prova su cui le future generazioni misureranno la lungimiranza di chi, oggi, si trova a governare. Con tutta probabilità, le notti di negoziato non saranno meno sanguinolente del passato – anzi rischiano di esserlo pure di più –, ma, grazie alla perfetta coordinazione con Ursula von der Leyen e all’alleanza inattesa ma interessante con Pedro Sánchez e Giuseppe Conte, è probabile che il risultato finale sia se non superiore alle aspettative quantomeno, per una volta, spostato nel verso di una UE più inclusiva, solidale e capace di archiviare, finalmente, i decenni dell’austerità.

Questo non significa che la signora Merkel e i suoi consiglieri si siano improvvisamente convertiti a forme spurie di keynesismo o si siano trasformati in europeisti un po’ entusiasti, un po’ ingenui. Tutto il contrario. In una importante intervista rilasciata a un consorzio di quotidiani europei (per l’Italia c’era La Stampa), Angela Merkel ha spiegato con grande chiarezza che le riforme rimangono la via maestra per rendere i Paesi più competitivi e che – commentando la sentenza del Tribunale federale sulla BCE, di cui abbiamo parlato in un articolo precedente – in ogni caso «la legittimità dell’Unione Europea promana dagli Stati».

Angela Merkel, insomma, dimostra una volta di più di aver compreso una delle regole fondamentali della politica: si vince sulla lunga distanza, non sui brevi scatti fulminei. Come nelle maratone, il corridore migliore non è quello che scatta più di una volta durante la gara, ma chi – come Angela Merkel – sa perfettamente a quale chilometro iniziare la fuga. 

 

Immagine: Angela Merkel  (28 maggio 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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