21 giugno 2020

Covid e recessione in America Latina

 

Dei quasi 460.000 morti di Coronavirus calcolati ufficialmente dal John Hopkins e registrati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sul nostro pianeta, oltre la metà sono sul continente americano, da un polo all’altro. Centomila in America Latina: nell’ordine, Brasile, Messico, Cile, Perù e Bolivia i Paesi più colpiti. Sono quelli i cui governi hanno scelto di privilegiare l’economia, evitando quarantene nazionali e rigorose che avrebbero inevitabilmente frenato la produzione. Ma che hanno finito per compromettere la salute e la vita dei cittadini senza salvarne le tasche. Ai lutti si sommano infatti forti recessioni nei rispettivi PIL. I consuntivi, niente affatto conclusivi, appaiono disastrosi.

 

L’intero subcontinente veniva da 6-7 anni di crescita molto ridotta, la minore dal 1950. La totalità delle economie della regione vive soprattutto della loro capacità di esportare materie prime: agricole, minerarie ed energetiche. Già logorate dalla caduta dei commerci internazionali a causa della guerriglia doganale tra Stati Uniti e Cina, la pandemia le ha colpite in una congiuntura debolissima, tra la stagnazione e la recessione. La CEPAL e la Banca Mondiale prevedono che per quest’anno i loro PIL cadranno dal 6,4-6,8% del Messico e al 6,5-6,8% del Brasile al 3,8-4,1% della Bolivia. Tagliando in Brasile la capacità d’acquisto del 92,2% della popolazione, in particolare le fasce meno abbienti, che costituiscono il 16,4 dei 212 milioni di brasiliani. 

 

Messico (96,6%), Cile (96,4%), Perù (93,7%), Bolivia (85,6%) seguono stime proporzionalmente analoghe, che lasciano indenni quando non perfino avvantaggiate rispetto alle condizioni precedenti solo le rispettive, ristrettissime élite (tra il 4 e il 7% delle popolazioni). Con problemi crescenti di indebitamento, conseguenti difficoltà di finanziamento dei deficit di bilancio, quasi impossibili nuovi investimenti di rilievo e prospettive di recupero progressivo solo a partire dal 2022. Emblematico il caso del Perù, oltre 32 milioni di abitanti, che dopo anni di forti turbolenze cominciava a stabilizzare il quadro politico-istituzionale e quello economico. Ma si trova a fare i conti con un’economia per due terzi informale, lavoro nero, impieghi senza diritti, aiuti sociali dello Stato insufficienti (220 USD in tre mesi ai più indigenti).

 

In un simile panorama non deve sorprendere che, se pur lontano dall’esaurirsi il pericolo dei contagi a somma geometrica portato dal Coronavirus, molti Paesi apriranno le già allentate quarantene (in alcuni casi mai davvero applicate seriamente). Nella grande maggioranza dei casi, i dati sul lavoro precario indicano la quantità delle persone che se non escono per trovarsi un qualsiasi impiego occasionale, in casa nessuno mangia (letteralmente). I governi sono dunque sottoposti alla duplice pressione degli imprenditori che non vogliono fermare le proprie imprese e della manodopera meno qualificata, costretta a lavorare per sopravvivere e che quasi teme più l’inedia del Covid19. Solo Paesi con forti sebbene logorate classi medie (Argentina e Uruguay, tra i pochissimi esempi), possono almeno in parte sottrarvisi.   

 

L’articolo è stato scritto per il blog di Livio Zanotti (Ildiavolononmuoremai.it)

 

Immagine: Donna Inka in maschera respiratoria con tipica borsa sulla schiena vende merci in strada durante la pandemia di Coronavirus in America Latina. Crediti: Lidiya Ribakova / Shutterstock.com

 


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