08 maggio 2012

Repubblicani nel guado

Il mancato "sfondamento" di Mitt Romney nel Super Tuesday (6 marzo) delle primarie repubblicane rischia di ridurre a lumicino le possibilità del Grand Old Party (GOP) di scalzare Barack Obama dalla Casa Bianca, il prossimo 6 novembre. Ad ammetterlo sono gli stessi strateghi della campagna di Romney, che all’indomani della sua vittoria in soli sei stati su dieci (inclusa quella, molto risicata, in Ohio, politicamente cruciale perché nessun repubblicano è mai stato eletto presidente senza vincere lì) hanno chiesto a gran voce agli altri contendenti, a partire da Rick Santorum e Newt Gingrich, di "accettare la legge dei numeri" e ritirarsi dalla corsa alla nomination prima che diventi "troppo tardi" per poter sconfiggere Obama.

Da un lato, infatti, l’ex governatore del Massachusetts non è riuscito a sferrare il colpo di grazia ai suoi due principali avversari, pur essendosi ormai assicurato (fra quelli che già aveva e quelli ottenuti nel Super Martedì) quasi 400 dei 1.144 delegati necessari ad ottenere la nomination. Dall’altro, sottolinea il direttore politico di Romney, Rich Beeson, servirebbe quasi un miracolo ai suoi contendenti per riuscire a prevalere sul candidato mormone. Meglio dunque evitare di perdere altro tempo e denaro e concentrarsi sull’unico che può davvero insidiare il presidente uscente. 

Tempus fugit Ma è davvero così? Se l’ultraconservatore Rick Santorum è fino ad oggi riuscito a conquistare circa la metà dei delegati di Romney, è anche vero che potrebbe accorciare radicalmente il distacco incamerando quelli di Gingrich quando quest’ultimo deciderà di ritirarsi, probabilmente non prima delle primarie del Texas, dove i delegati in palio sono ben 155 e che potrebbero essergli favorevoli. Ma, soprattutto, l’ex governatore del Massaschusetts continua ad avere grandi difficoltà ad attrarre gli elettori della classe operaia (tra i quali, nel 2010, i repubblicani hanno ottenuto 30 punti di vantaggio sui democratici), dei giovani e degli indipendenti (indispensabili il 6 novembre) oltre che dei “veri conservatori” vicini al Tea Party, che si sono ormai gettati tra le braccia di Santorum. La costosissima competizione in corso nel GOP, caratterizzata da toni particolarmente accesi e radicali, corre il serio rischio, a questo punto, di trascinarsi fino alla Convention di Tampa di fine agosto (dal 27 al 31). Davanti alla crisi economica più grave dell’ultimo secolo e con la disoccupazione a livelli (oltre l’8 per cento, anche se in lieve calo) che non hanno mai consentito la rielezione di nessun presidente Usa (solo Ronald Reagan riuscì a farsi rieleggere nel 1984 con un tasso al 7.3 per cento), l’incapacità dei repubblicani di selezionare una candidatura unitaria sta diventando l’arma più formidabile, e paradossale, nelle mani di Obama.

Paradosso solo apparente. Al di là dei pur evidenti limiti di carisma e leadership fino ad oggi manifestati dal mormone Romney, le ragioni dell’attuale empasse repubblicana vanno probabilmente ben al di là delle sue dirette responsabilità. Vanno infatti ricercate nella strategia scelta dal partito all’indomani della sconfitta del 2008. Strategia che ha permesso al GOP di sfondare nelle elezioni di metà mandato del 2010, quando nella Casa dei rappresentanti ha ottenuto il più alto numero di seggi di vantaggio sui democratici dalla seconda guerra mondiale (63). Ma che invece rischia di rivelare limiti irreversibili in occasione delle elezioni presidenziali. Una strategia, ovvero, di frontale opposizione al presidente in carica, pronta a cavalcare qualunque fuoco di protesta ma, al tempo stesso, molto poco attenta all’elaborazione di una coerente ed efficace piattaforma conservatrice sia sui temi etici che, soprattutto, su quelli economici.

Percorso a ostacoli Si tratta di nodi che rischiano di non essere sciolti neanche dalle sfide dei prossimi giorni: il Kansas, dove si vota il 10 marzo e Mississippi e Alabama, dove si vota il 13 rispettivamente per 40 e 50 delegati, hanno un elettorato molto vicino alle posizioni di Gingrich. Romney ha qualche chance in più alle Hawai, sempre il 13, dove la posta in gioco è di appena 20 delegati, mentre Santorum sembra in vantaggio in Missouri, dove il 17 se ne assegnano 52.

Nei due mesi di queste primarie si sono pronunciati 22 stati: Romney s’è imposto in 12, Santorum in sette, Gingrich in due. I delegati assegnati sono già quasi 800, un terzo circa del totale. Romney è nettamente in testa con circa 400, sui 1144 necessari per la nomination. Santorum ne ha una metà, ma la convergenza su di lui dei delegati di Gingrich, se questi si ritirerà, potrebbe riavvicinarlo molto al front runner.

Musica per le orecchie di Obama. E per il manager della sua campagna, Jim Messina, che non senza sarcasmo lascia notare come Mitt Romney "stia lentamente zoppicando oltre la linea di fondo campo". Ai repubblicani l’onere di dimostrare che ha torto.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0