13 luglio 2020

La settimana nera del Covid negli USA

 

Continua il mix, letale, fra diffusione del Covid e campagna elettorale. A questo punto è evidente che la compresenza di questi due eventi non aiuta gli americani. Scelta, da parte del presidente in carica, la linea della normalizzazione ‒ i rischi derivanti dall’epidemia di Covid-19 non sono gravi come esperti e media li dipingono, l’America deve ripartire ‒ e del conflitto contro chiunque critichi l’amministrazione, le opzioni a disposizione di gestione e comunicazione della crisi rimangono molto poche.

 

Il discorso di Rushmore del 4 luglio, giorno dell’Indipendenza, è stato un discorso divisivo. È passata circa una settimana, ma lo speech ha dato il tono del dibattito pubblico nelle settimane a venire: ha definito la sua battaglia come un conflitto contro “i fascisti di estrema sinistra”. E ha parlato molto poco del Covid-19, nel segno di una rimozione comunicativa che ha un carattere elettorale: ristabilire una normalità per non inquinare il messaggio della campagna (qualcuno ricorderà che il presidente, a febbraio, si focalizzava su di un punto: l’America, dopo 4 anni, è tornata grande. Non c’è stato adattamento strategico e comunicativo a quel discorso, dopo le crisi). Se il caso della morte di George Floyd ha aperto una nuova guerra culturale con i manifestanti e “gli abbattitori di statue” (anche loro citati nel discorso di Rushmore), il fronte del Covid adesso mostra due linee di conflitto. Il Sud ‒ la Sunbelt ‒ dove continuano a crescere i contagi, e il mondo egli esperti: la task force presidenziale, il CDC (il Center for Disease Control and Prevention), gli organizzatori della risposta alla pandemia che operano sul campo (e l’Organizzazione mondiale alla sanità fuori dai confini nazionali).

 

Partiamo da i numeri assoluti: nell’ultima settimana la media dei casi giornalieri si aggira attorno ai 55 mila; il record di casi giornalieri si raggiunge ogni giorno che passa (sta viaggiando verso la soglia dei 70 mila), facendo sì che gli Stati Uniti siano ancora uno degli epicentri mondiali della pandemia (tutti Paesi extraeuropei: Brasile, Messico, India, Sudafrica e USA). All’inizio dell’epidemia ‒ lo ricorderete tutti ‒ “la Lombardia degli Stati Uniti” era lo Stato di New York. L’East Coast e il Nord del Paese erano i più colpiti, e la cosa veniva letta anche in chiave politica: erano Stati soprattutto democratici. Il presidente era, politicamente, meno preoccupato. Ora si è stabilizzata una nuova geografia: la pandemia viaggia a sud e a ovest (il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, parla di lockdown. Lo stesso accade in Georgia, con un altro governatore repubblicano, Brian Kemp). Non solo: dopo aver discusso per settimane sul perché i morti fossero relativamente pochi rispetto ai contagi ‒ Trump sosteneva dipendesse dall’alto numero di tamponi effettuati ‒ ora sta cominciando a risalire anche la curva dei decessi.

 

Ma che significa la diffusione al Sud? Al di là della percezione “politica” del virus (ora gli elettori repubblicani sono più impauriti di un paio di mesi fa, come dimostrato da tutti i sondaggi), i numeri fanno davvero paura: come segnala il New York Times, la speranza in America era che il piccolo fosse stato quello del 24 aprile, con circa 37 mila casi. Ora siamo quasi al doppio. Tenete a mente quella data: è la chiave del disastro successivo, quando la diminuzione a circa 20 mila casi giornalieri raggiunta di lì a poco è stata sufficiente perché molto Stati puntassero alla riapertura delle attività, mentre in altri ancora non si era davvero entrati in un contesto pieno di crisi. Nel quale si trovano ora Alabama, Arizona, North Carolina, Texas e Tennessee: Tutti stati del Sud, tutti repubblicani. E tra i repubblicani di uno Stato come il Texas è già polemica: il governatore è attaccato da alcuni suoi compagni di partito per aver impartito l’ordine di indossare mascherine in pubblico; figuriamoci cosa accadrebbe se venisse proclamato un nuovo lockdown.

 

In questo quadro Trump ha compiuto le sue scelte, che sembrano avvicinarlo più agli oppositori di Abbott che al governatore del Texas. E poi c’è il conflitto con gli esperti. In questa settimana il campo di battaglia ha riguardato la riapertura di scuole e università. I documenti interni al CDC che la stampa ha diffuso puntano all’estrema cautela (molta didattica a distanza per scuole e università) e ad assecondare le scelte più prudenti nel livello locale. L’amministrazione punta a una apertura generalizzata (anche in questo caso: l’intento è quello di dare, a settembre, a due mesi dal voto, un senso di normalità?). E poi c’è il conflitto ormai definitivo con i “virologi mediatici” alla Anthony Fauci. Il presidente non si mostra più in pubblico con loro; sostiene che il 99% dei casi di Coronavirus registrati negli USA sono innocui, mentre Fauci contesta direttamente queste affermazioni. Con Trump che afferma che Fauci ha commesso “moltissimi errori”.

 

Le proteste, il Covid, gli esperti, i governatori. La domanda resta la stessa da settimane: quanti nemici contemporaneamente può combattere il presidente Donald Trump, prima di esserne danneggiato? Quanto paga, da presidente in carica, la linea del conflitto permanente? Se è certo che questo galvanizzi una parte di base elettorale che lo ama proprio per questo, esiste una linea oltre la quale il rischio di alienare una parte di votanti diviene troppo alta? C’è una domanda di fondo che riguarda non solo gli USA, ma tutte le democrazie: il rapporto fra crisi, consenso e comunicazione. Perché sembra così difficile mantenere un equilibrio ragionevole fra eventi inaspettati e produzione del consenso? Il caso americano è legato all’eccezionalità di una leadership così “performativa” in termini comunicativi, come quella di Donald Trump, o ci dice qualcosa sul funzionamento di tutte le democrazie?

 

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Immagine: Persone in fila per il controllo della temperatura prima di poter entrare nei parchi a tema Seaworld e Aquatica, Orlando (Florida), Stati Uniti (18 giugno 2020). Crediti: Joni Hanebutt / Shutterstock.com

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