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Un’epopea tatara ai tempi del Gulag

La Russia, ponte naturale fra Oriente e Occidente, terra dal carattere inconfondibile eppure eterna sintesi fra mondi e culture, non smette di sfornare capolavori. Tradotta in ventiquattro lingue, la storia della tatara Zuleika, esile deportata dalle lunghe trecce, è di uno di quegli esordi letterari che non possono lasciare indifferenti, immergendoci nella storia di questo immenso Paese, in una delle sue pagine più cupe, ma con un messaggio di pace e di speranza. È un’epopea-fiume, quella che abbiamo di fronte – minimale e sontuosa, umile ma raffinata, femminile e dunque universale – che ci scorre fra le dita, rapida come un lampo, nonostante le sue cinquecento pagine di volume. Sullo sfondo: il ghiaccio, la fame atavica, la deportazione in un Gulag degli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Ma, anche e soprattutto, il ritratto di una doppia vicenda d’amore, capace di trasfigurare l’aspro paesaggio siberiano e l’esperienza della prigionia e della violenza subita – in un paradosso soltanto apparente – in un’occasione di crescita e sviluppo per i nostri protagonisti. Da un lato, abbiamo così l’amore sconfinato di una madre per il figlio, partorito e cresciuto fra innumerevoli sofferenze e stenti, che conduce però questi, il piccolo Juzuf, a una educazione sentimentale e culturale raffinata, patrocinata dagli intellettuali pietroburghesi internati, che lo spingerà a scegliere la via dell’arte e della pittura. Vi è poi la madre, Zuleika, che la deportazione strappa a una misera vita rurale nei pressi di Kazan, dove il patriarcato e la superstizione erano l’unica sua prospettiva, per condurla – pur fra traumi e umiliazioni subite – a un’emancipazione compiuta che rimetterà in discussione i fondamenti della sua stessa esistenza, e le farà scoprire l’amore...

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