30 agosto 2019

Amazzonia: i Paesi coinvolti provano a fare fronte comune e accettano gli aiuti internazionali

Nel discorso di apertura del vertice G7 di Biarritz, il presidente francese Emmanuel Macron, in sintonia con la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha sollecitato una mobilitazione straordinaria per la salvaguardia dell’Amazzonia, devastata dagli incendi. Un appello che ha portato alla decisione di stanziare 20 milioni di euro a favore di quest’area: una cifra che alcuni osservatori hanno ritenuto tutto sommato modesta, rispetto all’ampiezza del problema e alla composizione dei donatori, che sono i Paesi più ricchi del mondo, ma che può rappresentare un contributo al superamento dell’attuale emergenza, aggiungendo risorse all’opera di contrasto diretto degli effetti distruttivi del fuoco. Il modo in cui l’operazione è nata ha suscitato però diffidenza e ostilità nei Paesi sudamericani coinvolti, in particolare in Brasile, nel cui territorio si trova più del 60% dell’area amazzonica. Il presidente Jair Bolsonaro, irritato dalle accuse nei confronti della sua politica ambientale, ha parlato di metodo coloniale e di ingerenza nelle questioni interne al Paese; la polemica è degenerata in una serie di attacchi personali tra Bolsonaro e Macron che hanno avvelenato il clima. La questione delle politiche brasiliane in difesa dell’ambiente è connessa con la realizzazione dell’accordo commerciale tra Unione Europea e MERCOSUR, che prevede alcuni impegni in materia; Bolsonaro è accusato di non reprimere adeguatamente gli incendi provocati volontariamente dagli imprenditori agricoli e di sottovalutare complessivamente la questione ambientale. Di fatto, la sua presidenza ha coinciso con una forte espansione degli incendi e la pressione internazionale si è fatta molto sentire per le ricadute che la distruzione dell’Amazzonia può avere sull’ecosistema complessivo. Dopo una prima reazione negativa alle sollecitazioni e all’iniziativa del G7, il presidente del Brasile ha annunciato un impegno maggiore dell’esercito nell’opera di spegnimento e convocato per il 6 settembre una riunione dei Paesi amazzonici. Soprattutto Bolsonaro si è dimostrato favorevole all’intervento dei Paesi del G7 nel sostenere la lotta contro gli incendi purché si verifichino alcune condizioni, nel rispetto della sovranità nazionale dei Paesi coinvolti. Anche il presidente della Bolivia Evo Morales cerca un punto di incontro; la Bolivia accetterà gli aiuti per reprimere gli incendi che hanno distrutto diversi chilometri di foresta nell’area nord-occidentale del Paese. Inoltre, Morales ha invitato Macron e gli altri leader del G7 in Bolivia per confrontarsi sull’emergenza ambientale. Anche il governo boliviano è stato accusato da organizzazioni internazionali e dalla Chiesa cattolica locale di aver minimizzato l’emergenza e di non aver agito in modo preventivo. Sotto accusa in particolare alcuni provvedimenti che hanno in realtà favorito la deforestazione a favore dello sfruttamento agricolo del terreno. Di fronte all’aggravarsi della situazione e al diffondersi delle critiche, Morales ha intensificato gli sforzi e sospeso la campagna elettorale per concentrare le energie nel contrasto alla deforestazione. Molte associazioni ambientaliste accusano sia i governi delle nazioni coinvolte sia la comunità internazionale di essersi mobilitati in ritardo, con conseguenze irreversibili.

 

Immagine: Da sinistra, Evo Morales (11 marzo 2009) e Jair Bolsonaro (1 agosto 2019). Crediti: Da sinistra, Sebastian Baryli [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso www.flickr.com; Foto: Marcos Corrêa/PR. Palácio do Planalto [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso  www.flickr.com

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